Andrea Andrillo Tomtomrock

Intervista: Andrea Andrillo

 

Andrea Andrillo ci parla del suo Uomini, Bestie ed Eroi e di altre cose.

 Andrea Andrillo | Tomtomrock

L’ascolto dell’album Uomini, Bestie ed Eroi – uscito nel luglio 2018 – lascia spiazzati perché ci si rende subito conto di avere a che fare con una voce mai sentita nel panorama italiano.

Andrea Andrillo mi ha pienamente convinto e conquistato. Se proprio devo andare in cerca di una definizione ci proverò paragonandolo a un Neil Young sardo, ma anche questo escamotage lascia il tempo che trova. Lasciatemi dire che Andrillo – piaccia o non piaccia – è unico. Ha trovato la sua voce fin dal primo disco. Sono sicuro che è destinato a stupirci e a lasciare una piccola o grande traccia di se stesso, di quello che ha da esprimere.

“Gli artisti si guardano dentro”, mi dice al telefono, “non cambieranno il mondo ma creano la possibilità di un incontro. Io non suonerò mai con le spalle al pubblico, le soddisfazioni che sto avendo in questa mia nuova vita vengono proprio dal condividere  emozioni con chi viene ai miei concerti”.

Andrea Andrillo Tomtomrock

Prima di lasciargli la parola un cenno soltanto a quello che mi ha davvero emozionato del disco di Andrea Andrillo. Il tema della disabilità è centrale. Non a caso il brano d’apertura del disco, Forse Sognare, fa da teaser al film Mark’s Diary, diretto da Giovanni Coda sulla storia d’amore tra due persone affette da difficoltà motorie o meglio – come precisa Andrillo – “non omologate nel modello del vincente a tutti i costi che viene oggi dolorosamente imposto”.

 

Sulla stessa falsariga, Nata Dal Silenzio indaga il profondo rapporto esistente tra una figlia e il padre sordo. A un primo ascolto non mi ero accorto di questo sottotesto. Ma la canzone mi aveva commosso comunque. In fondo descriveva benissimo tutto quello che vorrei poter comunicare a mia figlia e non riesco a fare.

Sono caduto nello stesso tranello con Irene, convinto fosse la meravigliosa descrizione di una donna irraggiungibile. Solo per scoprire successivamente che Irene simboleggia la pace in un racconto di Italo Calvino

Ti va di fare un breve excursus sul tuo percorso musicale nella scena cagliaritana?

Grazie intanto per il tuo interesse e per l’interesse di TomTomRock alla mia musica e alla mia persona, sono lusingato.
Sono cresciuto musicalmente in un piccolo paese nel decennio fra gli Ottanta e i Novanta, militando in una band metal. Una scena vivissima, affollata, che conteneva un mare di punk, ma anche blues, il teatro e addirittura la fusion e la classica, il garage, il dark … Stavamo tutti lì, nello stesso guscio, e interagivamo come schegge impazzite di gioventù. Mi sono formato così. Sono stato un privilegiato.

I miei rapporti con la scena hardcore si sono poi consolidati in modo più marcato negli ultimi anni. Ci si vuole bene, ci si rispetta e ci si sostiene, soprattutto con alcune band cagliaritane con le quali è nata un’amicizia fatta di rispetto profondo. Menziono i  My Own Prison e i Raw ma, per  rimanere in ambito HC, io sono anche un fan dei K’e K’em. Però sono davvero tanti gli artisti isolani validissimi nei vari ambiti, artisti che amo visceralmente, a cominciare dalla CRC Posse, la Bumbe Orchestra o Randagiu Sardu.

Grazie a una tua canzone, Su Patriotu, ho scoperto la figura di Frantziscu Cilocco. Quanto c’è ancora da scoprire della Sardegna al giorno d’oggi?

Tanto. E’ davvero una sorta di continente in miniatura, pieno di suggestioni, di poesia e anche di difetti, certamente, di contrasti anche violenti. Personalmente non smetto di commuovermi  di fronte a tanta estrosa abbondanza. Purtroppo ci sono alcuni nostri tristi primati di cui si parla poco o non abbastanza; per esempio l’altissima percentuale di suicidi nell’isola e la dispersione scolastica altissima e di come in tanti si vergognino di parlare in sardo perché gli è stato inculcato che è una vergogna farlo.
Su Patriotu, uno dei due brani in sardo nel mio disco il cui testo è una poesia di Pierfranco Devias, racconta della rivolta guidata da Frantziscu Cilocco a fine 1700, una rivolta finita male che ha segnato la sorte dello stesso Cilocco per mano crudele dei Savoia. E’ chiaro che c’è tanta isola in ciò che faccio, perché è lì che tengo i piedi ben saldi ancorati a terra ed è da lì che guardo il mondo. Ma non c’è traccia, in ciò che faccio, della bomboniera che viene venduta ai turisti.

Una caratteristica positiva del tuo disco è secondo me la sua brevità. Mi vengono in mente due esempi degli ultimi anni: Popular Problems di Leonard Cohen e El Mal Querer di Rosalia: dire poco e dirlo bene! Non occorre sbrodolarsi, sei d’accordo?

Un discorso breve e un discorso lungo arrivano alla stessa conclusione. Sono totalmente d’accordo con te. Dire ciò che si deve dire e poi togliersi di mezzo.

Con questa domanda mi contraddico rispetto a quanto detto prima. Mi piace molto il parlato in  Aveva Undici Anni. A metà canzone c’è un potente intermezzo di chitarra, basso e batteria che vorrei non finisse mai. Perché interromperlo?

Perché quel brano è centrale nel disco, al punto che se dovessi riassumere tutta l’opera pubblicherei un 45 giri con Forse Sognare nel lato A e Aveva Undici Anni nel lato B. Ma il fatto che sia centrale non significa che possa permettermi di correre il rischio di farlo diventare un segone gigante, musicalmente parlando.

Come autore, ho dei doveri nei tuoi confronti: per esempio mantenere una cifra stilistica coerente e coincisa. Mi  lusinga, però, che tu abbia apprezzato proprio quel brano in particolare. In realtà è un brano inascoltabile, per via del testo che racconta una storia crudele. Dal secondo ascolto in poi è necessario filtrare il parlato e concentrarsi soprattutto sulla parte interstellare di basso e batteria, una roba di livello incredibile per la quale non ringrazierò mai abbastanza Silvano Lobina al basso e Alessandro Atzori alla batteria.

 

Deserti di sale mi fa pensare che la solitudine è una brutta bestia…

Sì, è una canzone non solo sulla solitudine di chi è costretto a varcare il mare in cerca di una vita migliore, ma anche la solitudine di chi si barrica nella propria fortezza fatta di certezze che ormai vanno sgretolandosi sotto il peso della storia. L’ho detto altrove, non è una canzone “volemose bene”. Il deserto di sale, di cui si parla nella canzone, quella zona morta nella quale non cresce nulla e nella quale spesso muore anche ogni tentativo di comunicazione fra noi, è il vero protagonista del brano. Tutto sommato, con la dovuta delicatezza, il brano è un pretesto per invitarci a guardarci dentro per capire se in fondo quando si parla di un deserto di sale, si sta parlando in qualche modo anche di noi, della nostra anima, ammesso e non concesso che ce ne sia rimasta una.

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Marco Zoppas

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Trevigiano di nascita e romano di adozione. Nel maggio 2016 ha pubblicato “Ballando con Mr D.” sulla figura di Bob Dylan e nel maggio 2018 il suo nuovo libro, “Da Omero al Rock”.

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