Angélique Kidjo Intervista
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Intervista: Angélique Kidjo

Angélique Kidjo reinterpreta Celia Cruz.

Intervista: Angélique Kidjo

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La chiave sta tutta nella sinergia musicale. Dopo aver omaggiato i Talking Heads nel 2018 alla sua maniera, vale a dire con una versione di Remain In Light dove gli originali sono quasi diventati materia prima da cui forgiare qualcosa di nuovo, la tre volte vincitrice di Grammy Awards e attivista umanitaria Angélique Kidjo ci concede un bis e ce lo concede con grande sensibilità. Questa volta cimentandosi a fondo con le canzoni dell’icona cubana della salsa per antonomasia, Celia Cruz. E l’enfasi viene messa tutta nelle radici africane della musica che la regina della salsa seppe rendere immortale.  

Due vite a confronto

Celia Cruz lasciò Cuba per gli Stati Uniti quando Fidel Castro subentrò a Fulgencio Batista. Angélique Kidjo vive a New York a coronamento di un percorso di vita che l’ha portata dal Benin, sua madrepatria, alla Francia e infine in America. Le due artiste condividono un’affinità elettiva. Angélique Kidjo sentiva il bisogno di espandere le proprie influenze musicali all’epoca in cui viveva nel Benin. Celia Cruz diventò una delle sue muse ispiratrici. Adesso Angélique rivisita quel repertorio prestando particolare attenzione al sound afro-beat delle percussioni e alla simbologia voodoo, a rinsaldare l’esistenza di un forte legame tra Africa e America. Una simbiosi resa evidente in molti brani del nuovo album come per esempio Quimbara, o Yemaya (dedicata ad una dea del mare), oppure La Vida Es Un Carnaval dove vi si può ravvisare un’influenza etiopica.

Il successo di Angélique Kidjo

Personalmente i miei pezzi preferiti di Celia sono Oya Diosa e Sahara. Quest’ultima ha un tocco mediorientale. La maniera in cui Angélique rende i versi “la luna parece un turbante de plata” – spero di averne capito bene il testo – è fenomenale. The Guardian considera Angélique Kidjo tra le cento più ragguardevoli donne ispiratrici del mondo e la rivista Forbes l’ha annoverata tra le 40 celebrità africane più influenti.

Angélique Kidjo Intervista

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Una conversazione con Angélique Kidjo sul suo nuovo album Celia

Le 10 tracks di Celia spaziano attraverso i molti decenni della carriera di Celia Cruz, dall’epoca in cui viveva a Cuba fino al successo da hit parade raggiunto, verso il termine della carriera, con La Vida Es Un Carnaval. Che cosa rappresenta per te Celia Cruz?

Negli anni settanta la salsa era incredibilmente popolare nell’Africa occidentale. Ma a me sembrava un mondo maschile. C’erano solo musicisti e cantanti uomini. Ma un giorno a Cotonou dove sono cresciuta Celia Cruz venne a tenere un concerto che ha cambiato la mia vita: mi ha mostrato che era possibile essere un grande performer ed essere donna nel contempo. Fui conquistata dalla sua energia e dalla sua gioia. Sento che mi ha ispirato moltissimo.

Dalle mie ricerche in proposito ho appurato che Celia Cruz non ha mai fatto mistero del retaggio africano nella cultura cubana. Mambo e cha-cha-cha erano molto popolari ed avevano entrambi radici africane. È questa una parte importante di ciò che ti attrae verso la sua musica?

Proprio così, lei utilizzava profonde radici africane e la lingua yoruba nelle sue prime canzoni. Non si è mai vergognata della sua origine africana ed è questo che l’ha resa speciale. Ho inserito molte delle sue canzoni in Yoruba nell’album. La cosa divertente è che lei non parlava lo yoruba e ha imparato quelle canzoni tramite la fonetica mentre io parlavo lo yoruba ma non lo spagnolo e così dovetti anch’io imparare le sue canzoni tramite la fonetica. È stata la musica a far incontrare le nostre rispettive culture!

Il tuo nuovo album dà proprio l’impressione di essere un atto di amore e riverenza. Pensi che queste canzoni aiuteranno a darci una visione più completa della presenza africana a Cuba?

Sì! Bisogna anche sapere che questo andirivieni di movimenti tra l’Africa e l’America non rappresenta niente di nuovo. Cuba è stata ispirata dai ritmi portati dagli schiavi. Ma in cambio la rumba ha fortemente influenzato la musica congolese. E la musica congolese si è diffusa in tutto il continente. La musica non sta mai ferma e la sua ricchezza testimonia la forza dello spirito umano.

Gli scambi musicali, come l’incontro tra il polistrumentista maliano Ali Farka Touré e il chitarrista statunitense Ry Cooder nell’album Talking Timbuktu, sono molto importanti per il superamento delle barriere. Così come è davvero divertente vederti su YouTube nell’esecuzione di Voodoo Child di Jimi Hendrix, insieme al leggendario bluesman Buddy Guy. Avresti per caso un ricordo di quella serata da condividere con noi?

È stato fantastico! Avevo registrato una versione di quella canzone per il mio album Oremi e quando il mio amico batterista Steve Jordan mi invitò al concerto tributo Lightning In A Bottle Blues gli chiesi di invitare uno dei miei eroi, ovvero Buddy Guy (che aveva ispirato lo stesso Jimi Hendrix), per farlo suonare insieme a Vernon Reid. Buddy avrebbe dovuto smettere lì ma io gli implorai di rimanere sul palco e lui accettò. Il resto è storia ormai…

Angélique Kidjo Intervista

Foto di Laurent Seroussi

È vero che sei cresciuta ascoltando James Brown? Una delle sue canzoni più famose recita “il mondo è degli uomini / ma non sarebbe nulla senza una donna o una ragazza”. Tu sei impegnata come attivista per i diritti delle donne. Pensi che il mondo stia finalmente iniziando a far propria la saggezza di quei versi?

Sì, è vero. Quand’ero una giovane ragazza nel Belin mi capitava di dire a mia madre: da grande voglio essere James Brown! Lei mi rispondeva che questo non era possibile e io non ne capivo il motivo. Mi ci sono voluti anni per capirlo. Qualche anno fa il bassista Christian McBride ha organizzato un concerto all’Hollywood Bowl di Los Angeles per un tributo a James Brown dove ho potuto cantare alcune canzoni con i musicisti della band originale di James Brown. Ci sono voluti anni, ma in quella serata…io ero James Brown.

Parlando di cose più leggere vorrei concludere dicendo che una mia amica etiope è bravissima a cucinare. Da buon italiano vado orgoglioso della nostra cucina, eppure a volte sono costretto ad ammettere che le sue ricette sono addirittura migliori delle ricette italiane. È vero che stai pensando di scrivere un libro di ricette culinarie?

La cucina africana viene davvero sottovalutata. È fantastica ed è variegata. Sì, avevo intenzione di scrivere un libro di ricette dato che la cucina è la mia seconda passione subito dopo la musica. Ma il libro si è poi trasformato in un’autobiografia intitolata Spirit Rising (La Voix est le Miroir de L’Ame, nell’edizione francese). Ma vi ho incluso alcune ricette alla fine del libro. Devi assolutamente provarle, ci abbiamo lavorato sodo! Mio marito non fa che lamentarsi del fatto che trascorro ore intere in cucina ma poi è costretto a trascinarmi per farmi arrivare in tempo allo studio di registrazione. Ma non posso non essere onesta con te e ammettere che per quanto io ami la cucina africana, in effetti vado pazza per…la cucina italiana!!!

L’intervista in inglese è disponibile qui.

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Marco Zoppas

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Trevigiano di nascita e romano di adozione. Nel maggio 2016 ha pubblicato “Ballando con Mr D.” sulla figura di Bob Dylan e nel maggio 2018 il suo nuovo libro, “Da Omero al Rock”.

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