Fab Detry e i Fabiola

Intervista: Fab Detry e i Fabiola

Un incontro con i Fabiola e Fab Detry durante il loro tour in Italia.

Fab Detry e i Fabiola

Fab Detry è, essenzialmente, una persona proprio interessante con cui dialogare. Lo incontro in un pub di Roma, The Yellow Bar, dove la sua band – i Fabiola – sta per esibirsi. Intavoliamo una conversazione vis-à-vis e poi ci uniamo agli altri musicisti per mangiare qualcosa prima dell’inizio dello show. La formazione dei Fabiola è costituita da Fab Detry voce e chitarra, da Lucie Rezsohazy alle tastiere, Antoine Pasqualini alla batteria e Aurélie Muller al basso.

Il successo e MTV

Fab ebbe un suo momento di popolarità in Italia un decennio fa, alla pubblicazione di un album chiamato Easy To Cook. Lo invitarono persino a suonare per MTV. Adesso le cose sono cambiate, mi racconta. Sta diventando sempre più difficile accattivare l’interesse delle persone per l’argomento musica tout court. Le puoi attirare attraverso i social tramite trucchi e stratagemmi che nulla hanno a che fare con la tua arte. Perché al giorno d’oggi non è cosa facile trovare una comunità dedita semplicemente alla musica.

Fab Detry si rivela

Fab non è restio a condividere informazioni molto personali. Padre di tre bambine, recentemente ha dovuto confrontarsi con la propria mortalità per motivi di salute. Una situazione che l’ha riempito “di strizza” ma gli ha anche ispirato una nuova maniera di comporre canzoni. Benché l’ironia rimanga la cifra stilistica del suo repertorio, i suoi testi sono adesso popolati da fantasmi e demoni. Sono diventati più allucinati, come se facessero parte di un racconto di Knut Hamsum.  

Il concerto di Fab Detry e dei suoi Fabiola al The Yellow Bar

La musica dei Fabiola è stata giustamente definita come “anti-pop” nel senso che è spiazzante per il modo in cui riesce a integrare generi differenti. Può capitare di ascoltare un loro pezzo e convincersi che si tratti di rock puro e semplice. Finché non si trasforma in un sound completamente diverso esplorando insoliti orizzonti elettronici, per esempio. The Yellow Bar presenta alcune difficoltà per un musicista: il posto è strapieno di giovani, l’atmosfera è quella giusta ma non c’è quasi spazio fra palco e bancone del bar. L’attenzione del pubblico si disperde perché risulta impossibile vedere il palco a meno che uno non si infili nell’esiguo spazio disponibile tra uno sgabello e l’altro del bar.  

I brani migliori

I Fabiola aprono lo show con You Crazy Diamond, il loro nuovo singolo appena sfornato. I momenti salienti della serata sono Failure (brano allegro e orecchiabile nonostante il titolo), una canzone che non riconosco con un forte richiamo al progressive rock dei King Crimson e il pezzo di chiusura Shit Is Coming Back. Il loro repertorio avrebbe meritato un’ambientazione più consona, ma sia i membri del gruppo che il pubblico sembrano contenti alla fine del concerto.

 

Intervista a Fab Detry, leader dei Fabiola

 Fab, come ti piacerebbe descriverti per il pubblico italiano, per tutti gli ascoltatori che potrebbero non sapere niente di te?

Come un belga con la testa fra le nuvole che fluttua nell’aria da qualche parte.

E la tua musica si aggancia a questa situazione?

Assolutamente sì, è un tentativo di ritornare sulla terra, senza però riuscirci pienamente.

Fammi capire bene: tu continui a fluttuare mentre la musica ti richiede di connetterti agli esseri umani, e tu a volte ci riesci a volte no?

Wow, pazzesco. Per caso sei uno psicologo o uno strizzacervelli? Perché io mi sento esattamente così. La musica è il mio ancoraggio al mondo, persino con le mie tre bambine. Vorrei condividere qualcosa di personale con te. Di recente mi sono seriamente ammalato, ho quasi visto la morte in faccia. Questo ha rimesso le mie emozioni al loro giusto posto. Avevo delle ambizioni malriposte, una fonte di stress continuo riguardo alla mia collocazione nello show business. Continuavo a chiedermi se fosse giusto ambire al successo come musicista, a pormi ogni genere di domande. E poi per la prima volta ho capito che fintanto che fossi riuscito a suonare e scrivere e la mia musica fosse pubblicata in un album, questa sarebbe stata la cosa più importante. Faccio musica più per piacere e per esprimere una forma artistica che per qualsiasi altro motivo.

Così non sei ritornato con qualche pillola di saggezza dal tuo incontro ravvicinato con la dimensione ultraterrena? Ti ha semplicemente dato alcune direzioni rispetto a quello che vorresti fare, se ho capito bene.

No, mi ha dato una bella dose di paura, me la sono fatta sotto, ma a parte questo quel che è cambiato è che adesso so cosa potrebbe accadermi. E questo mi ha insegnato ad apprezzare esteticamente ciò che è bello. Posso senz’altro dire che alcune cose adesso mi sembrano più belle di prima. E quello che mi àncora al terreno è la musica. L’arte riesce a salvarmi, e penso che se sei un musicista, rispetto ad uno scrittore per esempio, la tua attività si divida in due parti: quando scrivo canzoni mi rinchiudo in una nuvola, ma poi devo riportarle quaggiù. Devo suonare le mie canzoni. E devo incontrare i miei amici affinché questo avvenga. Sono completamente isolato mentre scrivo, lì nella mia nuvola, ma dopo devo ritornare nel mondo e condividere le mie cose con gli altri.

Ti senti più vivo quando scrivi le tue canzoni o quando le esegui dal vivo?

Quando le eseguo dal vivo. Quello è il momento più appagante. Detto questo, ci sono due livelli di piacere. Esiste un mondo compiuto, quando scrivi i testi, e poi c’è un altro universo quando canti quei testi. Sono probabilmente interdipendenti.

 

Conosci la teoria dello “stato di flusso”? Riguarda lo stato mentale che si raggiunge quando siamo completamente immersi in ciò che facciamo. A me piace paragonarla al gioco dei racchettoni in spiaggia: il tuo avversario diventa il tuo alleato e miglior amico perché lo scopo è di creare il ritmo giusto fra voi due, in modo che la pallina non cada mai. Ritieni che lo stesso scambio di energia avvenga tra pubblico e performer quando suonate dal vivo?

Sì, apprezzo quello che stai dicendo. Quello che dici riguardo la spiaggia e le palline è qualcosa che sento non solamente con il pubblico ma anche con la mia band. Abbiamo bisogno di affidarci gli uni agli altri. Questo è qualcosa che mi piace molto, il fatto che non me ne sto da solo a suonare la chitarra. Non potrei mai farlo. Sì è vero, scrivo in solitudine e non voglio che qualcun altro interferisca mentre lo sto facendo. Ma poi mi piace quando il tutto “circola”. Mi piace la mia band perché capiscono il tipo di ironia che cerco di trasmettere. È qualcosa di veramente fragile. E questa è la prima volta che ho una band che rispetta in pieno questo elemento. Sono stati bravi a contribuire con le loro personalità, con il loro modo di suonare. Non li interrogo, non sono un dittatore, ma per me è importante che capiscano i miei testi. E li capiscono. Ne intendono l’umorismo, e ci giocano aggiungendo al tutto le loro personalità, facendolo diventare una cosa sempre più grande. Non mi era mai capitato di provare questa sensazione sul palco. Sì, siamo felici di suonare insieme.

Qui potete leggere la versione originale in inglese

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Marco Zoppas

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Trevigiano di nascita e romano di adozione. Nel maggio 2016 ha pubblicato “Ballando con Mr D.” sulla figura di Bob Dylan, nel maggio 2018 “Da Omero al Rock”, e nel novembre 2019 “Twinology. Letteratura e rock nei misteri di Twin Peaks”.

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