Intervista: Georgeanne Kalweit

Intervista: Georgeanne Kalweit

Una conversazione con Georgeanne Kalweit sul nuovo EP Swiss Bikes di The Kalweit Project.

“Swiss Bikes” di The Kalweit Project

The Kalweit Project nasce a Lecce nel 2015 ed è una band fondata e capitanata da Georgeanne Kalweit, cantante e pittrice del Minnesota trapiantata in Italia e nota al pubblico per essere stata la leader dei Delta V e di Kalweit and the Spokes. La band è composta da Alessandro Dell’Anna alla chitarra, Giammarco Magno al basso e Atraz alla batteria.

Il brano che dà il titolo al vostro nuovo album ruota intorno alla storia di due biciclette rubate. Ha anche a che fare con un tuo personale viaggio che ti ha portato dal Minnesota a Milano e poi in Puglia?

In un certo modo ha a che fare con una personale odissea nel senso che ho vissuto una vita vagabonda in posti diversi e in tante case da quando ho lasciato il Minnesota, nel nord degli Stati Uniti, nel 1986. Ora mi sono finalmente “stabilita” in Puglia (per il momento) e sono persino proprietaria di una casa che io e mio marito abbiamo ristrutturato con amore e con le nostre mani. Abbiamo pure un vasto appezzamento di terra. É stata per me una graduale discesa verso il sud, verso un posto che posso veramente chiamare “casa”.

Ho davvero apprezzato il vostro concerto tenuto al Na Cosetta di Roma. La tua presenza sul palco ha qualcosa di molto carismatico. Sei riuscita a catturare il pubblico con pochi movimenti. Che bel minimalismo! La gestualità è qualcosa su cui hai lavorato o ti viene naturale?

Grazie, sono felice che ti sia piaciuto il nostro concerto dal vivo. Semplicemente penso che mi piace la simmetria! E il potere del movimento delle mani. Voi italiani ne sapete qualcosa al riguardo, no? Non sono affatto una ballerina professionista e il mio scopo non è far sì che la gente si muova a tutti i costi. Così mantenere i miei movimenti al minimo in modo da non creare distrazioni serve forse a tenere le persone concentrate sul messaggio che c’è dietro ai testi e a sentire qualcosa di vero con la musica. Sono una grande ammiratrice delle arti rappresentative e così forse è per questo che apprezzo il principio secondo cui “il poco esprime più del molto”.

Ecco per me la domanda più difficile. Ascoltando il vostro nuovo album ho notato alcune influenze come forse The Pretenders, Patti Smith, il grunge e persino il punk. Artisti e generi che, lo ammetto, non mi hanno mai entusiasmato. Eppure, durante il concerto, sono riuscito a superare la mia iniziale diffidenza. É come se quelle canzoni stessero aspettando lo spettacolo dal vivo per esprimere tutto il loro potenziale. Quando scrivi canzoni vedi il momento della rappresentazione dal vivo come il motivo vero della loro esistenza?

In effetti è così. Registrare un album e renderlo fruibile è un po’ come creare un biglietto da visita per interessare le persone nella vita che conduci in modo da creare una comunità e condividere un’esperienza collettiva. É tutto collegato. Io ovviamente sono felice quando le persone danno sostegno alle arti e alla musica, portandoci nella loro casa sotto forma di CD, permettendoci di vivere con loro nella mente, nel cuore e nell’immaginazione. Adoro ascoltare la musica degli altri e faccio tutto il possibile pur di vedere dal vivo i gruppi che amo. Per me è il massimo.

Confesso che il pezzo di chiusura dell’EP, The Earth Is Flat mi ha commosso e mi ha fatto innamorare. A noi piace pensare che la terra sia rotonda, non piatta, e quindi dev’esserci una metafora nella tua affermazione. Ce la puoi spiegare?

Strano perché dopo aver scelto il titolo ho fatto una ricerca su internet per vedere se per caso esistesse già una canzone “famosa” con quel nome, e mi si è aperto un mondo fatto di persone che veramente ritengono che la terra sia piatta! Ma io non sono una di loro! Sì, i miei testi sono pieni di metafore e giochi di parole, di intricati scioglilingua, di rime e di complicate sequenze concettuali non sempre così facili da seguire – immagino – specie per chi non capisce bene l’inglese.

Intervista: Georgeanne Kalweit

Per questo motivo la musica deve avere vita propria ed essere capace di trasmettere i messaggi attraverso le sue vibrazioni tra molti alti e bassi, come nella vita. Questa particolare canzone è un omaggio a coloro che passano la maggior parte del tempo nella zona “bassa” per via di dipendenze, escapismo e per aver rinunciato alla società. É facile finire così in quest’era tecnologica dove ti puoi intrattenere da solo e allontanarti da tutti senza che nessuno più se ne accorga visto che ciascuno sembra assorto in se stesso e accalappiato in questa morsa.

Durante lo show mi è piaciuto scoprire il tuo repertorio meno recente. Sperando che la memoria non mi inganni questi sono stati per me i momenti salienti: una canzone su un tuo amico chiamato Hank che in certi momenti diventava piuttosto strano; Cooking and Killing sui talent show per aspiranti cuochi; ed una canzone intima sulla Puglia che parla di alberi d’ulivo e del vivere ai margini del mondo. Esiste un filo conduttore tra ciò che scrivevi allora e ciò che scrivi ora?

Sì e no. Hank’s Hour parla di una mia amica che quando beveva molto si trasformava assumendo un’altra personalità e cambiando addirittura identità sessuale. La canzone sulla Puglia – Around The Edges, dall’album omonimo registrato con Kalweit and the Spokes – parla dell’allontanamento dalle proprie origini, e allora sì, ci sono degli elementi comuni. La canzone Love American Style dall’EP Swiss Bikes si occupa delle norme sociali/identitarie relative alla mia educazione americana ora che vivo in Puglia a tempo pieno. Ma non ho dimenticato questioni quali le dipendenze o temi di tipo sociale, come nella canzone Cooking and Killing, o di tipo politico come in Seriously Furious che è sull’angoscia provocata dal terrorismo.

Intervista: Georgeanne Kalweit

C’è comunque sempre spazio in ciascun album per un qualche personaggio su cui mi piace concentrarmi. Nel passato c’era stata Clara Bow, la diva del cinema muto degli Anni Venti, oppure la mummia di Ötzi nella canzone Ice Man. E poi c’è stato il controverso scrittore Curzio Malaparte, o meglio ancora la sua casa all’isola di Capri, Villa Malaparte, nella canzone Curzio’s House. Nell’EP Swiss Bikes la novità sta nell’ampia attenzione dedicata al concetto di amore, a quanto esso sia importante nella sua necessaria funzione di livellatore per farci rimanere sani e speranzosi, aperti ed empatici verso chi è “diverso”, ora che viviamo tempi di grandi sconvolgimenti e di esodi di massa.

Da italiano mi sono un po’ vergognato della mia ignoranza riguardo ai riferimenti nei tuoi testi a Curzio Malaparte in “Curzio’s House” e alla colonna sonora di Ennio Morricone per un film diretto da Liliana Cavani nella tua canzone “Cannibal”. Com’è il tuo rapporto con la cultura italiana?

É buono. Potresti quasi definirmi una fissata per l’Italia, una nerd o aficionada. Mi abbevero a qualsiasi fonte per cercare di capire come siete arrivati fin qui partendo dall’antica Roma. Mi affascina come questa lunga penisola si sia evoluta ed abbia dato vita a così tanti dialetti, forme artistiche, cibi e tradizioni culturali, senza tralasciare il fatto che l’Italia contiene praticamente tutti i tipi di paesaggio naturale entro i propri confini e lungo le coste fatta eccezione per quello della foresta pluviale.

 

Ho così tanti straordinari amici italiani di lunga data che mi hanno indottrinato sulla cultura italiana nel corso degli anni, e mi sento riconoscente e fortunata per questo. Ho anche imparato a convivere e chiudere un occhio sulle cose che mi frustrano come la burocrazia e sulle cose che a volte non funzionano come dovrebbero. Pago le tasse qui, quindi penso di potermi lamentare come tutti gli altri, no? Ma il mio motto è che ci sono i pro e i contro ovunque tu vai. Come traduttrice ho avuto modo di approfondire e ricercare a fondo materie differenti, cosa che ti permette di esplorare terreni meno battuti mantenendo alta la tua curiosità. Sono entrata in contatto con molta roba davvero oscura ed intrigante riguardo la storia, la musica, i film, la gente, la letteratura e persino la musica leggera italiana.

La versione inglese dell’intervista è pubblicata qui.

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Marco Zoppas

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Trevigiano di nascita e romano di adozione. Nel maggio 2016 ha pubblicato “Ballando con Mr D.” sulla figura di Bob Dylan e nel maggio 2018 il suo nuovo libro, “Da Omero al Rock”.

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