boring machines - intervista

Intervista: Onga e i 10 anni di Boring Machines

Boring Machines – intervista a “paròn” Onga.

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L’anno scorso Boring Machines ha soffiato le dieci candeline, confermandosi come una delle etichette più interessanti del panorama italiano, e non solo, quanto meno in un ambito che potremmo definire “sperimentale”. E ha festeggiato alla grande il “paròn” (come si definisce lui) Onga, concedendosi alcune serate celebrative in giro per l’Italia (con una puntata a Berlino), denominate Ongapalooza, alle quali hanno partecipato i nomi di punta della scuderia.

Nel corso dell’anno, poi, c’è stata la pubblicazione di alcuni dei dischi migliori fin qui usciti per l’etichetta, come Litio del trio Bertoni/Boccardi/Mongardi, Gnosis di Everest Magma e Phi di Mai Mai Mai. Sono tutte facce di una stessa medaglia, a conferma, pur nella varietà stilistica, della coerenza di uno stile. E il 2017 già si muove ad alti livelli, almeno a giudicare dalle due uscite più recenti. La prima segna il ritorno di Matteo Uggeri (Sparkle In Grey) con l’alias Barnacles per un disco intitolato One Single Sound, tra field recording, drones e microsuoni. Poi c’è Paul Beauchamp e l’ambient evoluta di Grey Mornings. Tutte cose che si possono assaggiare qui

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Onga ci racconta i 10 anni  vissuti pericolosamente dell’etichetta Boring Machines…

Concordo sull’utilizzo di “pericolosamente” per descrivere questo decennio, In effetti più di una volta ho messo a repentaglio la mia incolumità ed ancora adesso vivo in una situazione di totale insicurezza. Un’insicurezza dovuta al fatto che tutto il tempo ed il denaro che ho a disposizione li utilizzo per stare dietro a questa mia creatura, quasi fosse un figlio da crescere.
Quando ho iniziato nel 2006 non avevo certo in mente che sarebbe stata un’avventura che mi avrebbe portato a guadagnare dei soldi, anzi. Ma se qualcuno mi avesse detto che avrei letteralmente buttato all’aria l’equivalente  di uno spazioso appartamento con garage e ampio scoperto per fare uscire dischi che interessano ad una micro-comunità di persone che forse potresti mettere, un po’ strettini, all’interno del suddetto appartamento, non so se l’avrei fatto.

Le mirabolanti peripezie di Onga…

Sul conto dei danni ci metterei dentro anche una fiancata di un’auto distrutta in un famoso festival nel Sud Italia, un motore fuso, una trentina di multe per eccesso di velocità, un portatile bruciato, un telefono perso e svariati capi di abbigliamento dimenticati chissà dove.
Il tutto condito da innumerevoli episodi tragicomici che hanno minato fortemente la salute del mio povero cuore. Soprattutto  considerando il fatto che io  sono un mix di control-freak e precisione teutonica.

Perché lo fai? Potrebbe essere la continuazione della tua domanda…

Una risposta precisa non ce l’ho. Credo che sia il mio mezzo per conoscere continuamente persone nuove, storie differenti e non morire di noia qui nella provincia. E’ anche un modo per fare comunità, imparare, discutere, non farsi sopraffare intellettualmente dal mondo di merda che c’è lì fuori. E’ un modo per resistere.

Come avviene la scelta del materiale da produrre?

Nessun procedimento strano ed esoterico, solo delle lunghe sessions di ascolto a più riprese su diverse fonti sonore. Di solito, quella che vince è la macchina. Se un disco mi piace anche quando lo ascolto in macchina è facile che entri tra quelli che vorrei produrre.

“Di materiale da ascoltare me ne arriva davvero tantissimo, che si può dividere principalmente in tre diversi filoni:”

– quelli che non hanno capito un cazzo e scrivono a caso a tutte le etichette del mondo facendo grandi apprezzamenti sul mio operato, proponendomi poi un trio punk ’77 cantato in italiano. Ragazzi, dateci un occhio al sito prima di scrivere, dai!

– gli “sconosciuti”, che, presa coscienza che il loro suono si può avvicinare al feeling generale dell’etichetta, mandano le loro registrazioni da sentire. Spesso senza lasciare grandi riferimenti, senza spiegare nulla sul progetto. Tendenzialmente ascolto tutto quello che può essere papabile. Ma raramente mi capita di essere fulminato da qualcosa di cui non avevo mai sentito parlare prima. Spesso si tratta di cose buone, ma non eccezionali (per il mio gusto) e al momento sono abbastanza fortunato da poter scegliere tra alcune proposte che considero eccezionali.

– gli “amici”, persone con le quali ho già collaborato o che comunque ho seguito nel loro percorso, che ad un certo punto hanno per le mani della musica che pensano possa stare bene su Boring Machines. Non è detto che la nostra conoscenza sia per forza una scorciatoia verso una possibile release. In realtà spesso e volentieri ascolto le cose alla cieca, cercando di non pensare di chi si tratti, giudicando solo il suono che sto sentendo.

Boring Machines: l’unica etichetta con un “paròn”. Qual è il tuo rapporto con gli artisti della scuderia?

Ti dico solo che nel contratto per entrare in Boring Machines, al primo punto c’è scritto che gli artisti si devono rivolgere a me chiamandomi “Paròn” (padrone). E’ un appellativo che dà quella sensazione ottocentesca che qui in Veneto permane ancora nelle piccole-medie imprese con le quali sono costretto a confrontarmi tutto il giorno.  In realtà, ho la tendenza a fare un po’ da chioccia e cercare di stare sempre attento se hanno bisogno di qualcosa, a livello di spinta promozionale o altro. In generale, lavorando solo con artisti italiani, tendo a vedermi di persona con i miei artisti ogni volta che posso, compatibilmente con le distanze che ci separano. Ce ne sono alcuni che negli ultimi mesi ho visto più spesso di mia madre, altri che non vedo da molto tempo, ma accadrà di sicuro, anche perché io giro parecchio.

Che giudizio dai della scena chiamiamola underground-sperimentale italiana? Anzi tutto, esiste una scena, secondo te? Non ti pare che la situazione sia più debole rispetto, diciamo, a una decina di anni fa?

Trovo che negli ultimi anni in Italia si sia prodotta dell’ottima musica e che siano emersi progetti credibili a livello internazionale che sono riusciti a farsi strada oltre la storica coltre di diffidenza che riguarda la musica che proviene dal nostro paese.

Questo accade soprattutto in ambito elettronico e sperimentale, o in tutte quelle manifestazioni musicali borderline che non siano strettamente legate al rock di matrice americana o anglosassone. Lorenzo Senni che firma per Warp mi pare una ottima notizia, per esempio. Ma senza andare a guardare i colpi gobbi, mi basta pensare ad artisti che ho nel mio roster come Father Murphy, Mai Mai Mai ed Heroin in Tahiti per avere il polso del gradimento che incontrano a tutte le latitudini.

Boring Machines all’interno della “scena” italiana

Non so se si possa parlare di scena in senso classico, la definizione si applicava spesso a realtà anche geograficamente vicine. Si possono fare dei ragionamenti simili sulla scena di Montreal piuttosto che su quella londinese, non credo si possa applicare lo stesso ragionamento anche a livello italiano. Di sicuro esiste una comunità di artisti che collabora, scambia aiuti e contribuisce al riconoscimento di alcuni stili musicali sul territorio nazionale ed oltre confine. Penso a quella che viene chiamata “Italian Occult Psychedelia”, oppure alla scena elettronica più vicina al mondo del clubbing, che sull’asse Milano-Romagna sta sfornando dischi e serate di grande qualità.

Certo, personalmente sento un po’ la mancanza di ritrovi annuali tipo il Tagofest, che ben conosci, ed altri simili. Erano situazioni che rappresentavano un momento d’incontro tra addetti ai lavori e tra loro ed il pubblico, e dal quale nascevano idee, collaborazioni etc.

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Un’etichetta alle prese con tempi sempre più veloci

I tempi sono cambiati, le informazioni possono scorrere veloci in rete ed è sicuramente necessario affrontare le tematiche di “scena” sotto nuovi aspetti. Detto questo, mi sembra che alle persone gli pesi un po’ il culo e questo minore attaccamento agli spazi fisici d’incontro ha sicuramente causato anche la regressione del numero di spazi dove è possibile assistere a musica dal vivo in un’ottica non commerciale. Come in tutte le cose, credo ci siano alti e bassi, Ci sono città che in alcuni periodi sono più vive ed in altri meno. In generale penso sempre che sbattendosi un po’ il modo per fare “scena” lo si può trovare comunque.

Senti qualche affinità con altre etichette, italiane  e no?

Affinità stilistiche non direi, nel senso che per fortuna non stiamo li a copiarci uno con l’altro e la proposta è davvero molto varia. Ci sono invece affinità di modus operandi, affinità “politiche” chiamiamole.

Con le dovute diversità nel modo di rapportarsi al mercato/pubblico, le etichette che mi piacciono sono per esempio Holidays Records, Hunter Records ed il lotto Die Schachtel/Blume/Intevallo nel giro milanese. A Bologna ci sono Avant! , Yerevan Tapes e Maple Death. Tutti i giri che gravitano attorno all’asse Dal Verme/Fanfulla a Roma, come NO=FI Records, My Own Private Records e la Geograph. Poi in giro per lo stivale esistono altre ottime edizioni, come la Kohlhaas di Trento, responsabile di alcune uscite curatissime e di alta qualità.

“All’estero ci sono ovviamente centinaia di pubblicazioni e di molte sono un affezionato cliente.”

Poi a volte scatta l’affinità magari con mondi un po’ lontani dal tuo suono ideale. Un esempio è Gilead Media che si occupa più che altro di metal/doom/drone, ma che per attitudine sento molto vicino. Ovviamente la Constellation, nonostante abbia nell’ultimo anno diradato un po’ le uscite, rimane una grande ispirazione per me.

Daresti l’anima al diavolo per pubblicare un disco di….?

Bah, nessuno. Ho avuto la fortuna in questi dieci anni di collaborare con quelli che considero tra i migliori artisti che abbiamo in Italia. Non ho desideri particolari o miti irraggiungibili. Se di fare un salto si tratta, più che di qualità si tratterebbe di un salto di tipo economico, ma entrerebbero in gioco dinamiche che non mi interessano.
Se proprio devo dirti un nome, te ne sparo uno straniero e di un gruppo che non c’è più: Labradford.

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