Joel Cathcart

L’ospite del suono – Intervista a Joel Cathcart

Adesso vorrei fare un esperimento… chi vuole andare a casa o uscire a fumare tante sigarette è pregato di farlo adesso!


Venerdì scorso, a Genova, chi fosse uscito “adesso!” dalla Fotogalleria Incantations di Vico San Giorgio – dopo un’ora di concerto – non avrebbe partecipato a Cede, la lunghissima suite sperimentale di Joel Cathcart.

Dico ‘partecipato’ perchè il pezzo dirottava le normali dinamiche del live e andava creandosi da solo, ellitticamente: da una parte la cinestesia di un pubblico – noi – immerso nel buio, dall’altra una musica – Cede – preregistrata.

Le luci spente, gli spigoli di una registrazione tutta sperimentale, il pubblico attorno, per 40 minuti mi è stato impossibile distinguere i suoni reali da quelli campionati e la vita dei vicoli di Genova, anche lei, contribuiva al silenzio ‘rumoroso’ della fotogalleria…

La prima volta che ho visto Joel Cathcart ero a un reading dei Fischi di Carta – rivista poetica redatta da “cinque giovani fischianti” e distribuita gratuitamente nelle università genovesi – dentro la Stanza Della Poesia di Palazzo Ducale. Una lettura dall’Antologia di Spoon River apriva l’evento, e a seguire un intermezzo musicale: Joel si siede, congiunge le mani, scherza:

Spegnete i cellulari, per entrare nella mia anima

Pur intervallando le letture la sua musica non fermava il discorso lirico tra una poesia e l’altra, lo sviluppava, col contrappunto tra una voce appena ariosa e gli accenti di una chitarra acustica, con questa ironia bonaria nel parlare al pubblico.

joel cathcart

Il suo più che un vocabolario era un gestuario poetico, nell’apparente libertà lasciata alle mani su e giù per la chitarra, nelle ‘sbavature’ improvvisate, o addirittura nell’agitare il manico a tentare un vibrato quasi impercettibile – forse quello della sua anima cui accennava -.

Nel secondo intermezzo Joel prende in braccio l’hang, uno strumento insieme melodico e a percussione di forma circolare. Suonando questa specie di disco volante le sue braccia disegnavano cento cerchi mistilinei: un vero ‘concerto per dita e orchestra aliena’.

Ventisettenne, irlandese, Joel Cathcart mi ha concesso l’intervista che vi propongo a illustrazione della sua arte. Per le informazioni sugli eventi potrete cercare ‘Joel Cathcart’ su Facebook e seguirne la pagina.

La sua musica è disponibile in streaming su Bandcamp e Soundcloud.


Intervista

TTR: Di dove sei e da quanto tempo vivi a Genova?

Joel: Vengo da vicino Belfast, casa mia è sulla costa verso la Scozia; è un anno che sono qui.

TTR: Come mai hai deciso di traferirti?

Joel: Quando ho finito il mio dottorato in composizione musicale, la cosa più giusta da fare era continuare la carriera accademica. Ma ho deciso di ricominciare da capo.

TTR: Perchè ricominciare proprio in Italia, a Genova?

Joel: In Italia perchè volevo una sfida pura: zero conoscenza della lingua, zero amici, zero lavoro. Genova perchè cercavo un posto meno ovvio di altri. Ora ho altri motivi per restare: qui è tutto compresso, messo assieme, è una città che si può conoscere. Vado sempre a piedi, faccio i miei giri… (ride) per disoccupazione! E’ una città interessante, c’è questa sensazione di stare stretti tra mare e monti, è piena di contraddizioni. A volte penso che quando la capisco me ne vado… ma ormai mi piace stare qua.

joel cathcart genova

TTR: Parlando della tua musica, appena ti ho sentito mi è venuto in mente John Martyn…

Joel: Mi ricordo di quando l’ho sentito dal vivo, e lo considero un musicista talentuoso. Ma questi discorsi sono pericolosi, oramai con la musica siamo abituati a una ‘trigonometria’, a un ‘algoritmo’: “mi piace A, allora di sicuro mi piace B”; non è detto. John Martyn è un punto di riferimento come tanti ma ce ne sono di più profondi per me, più importanti che queste figure classiche. Possiamo parlare dell’opera di Waits, di Nick Drake o di Simon & Gurfunkel, non si possono ignorare; io però sono onnivoro e potrei anche citare DJ commerciali di Trance, Armin van Buuren per esempio. Il trucco non è avere un repertorio di ispirazioni come fosse la copertina di Sgt Pepper’s.

TTR: Ti definisci un cantautore?

Joel: Come identità sì, come ‘titolo’ preferisco musicista. È il pericolo delle etichette, forse vanno evitate: ogni titolo che ti dai è come una valigia, un peso da portare. Penso ai Gastr Del Sol, loro sono autori e non cantautori, non si accontentano di stare in una categoria. Andiamo matti per le categorie, la gente vuole capire una cosa prima di sperimentarla. Se mi dici “io faccio un po’ jazz, un po’ blues, un po’ folk, un po’ rock” non mi hai detto niente, e da lì si arriva alle esagerazioni… (scherza) “Io faccio punk-post-nu-rock… quello vero, con un po’ di Bob Marley!”, e io ti dico “che bravo!”. Ma bisogna anche saper dare delle risposte, non voglio fare il misterioso e nascondere quello che faccio. Comunque, se dovessi darmi un titolo mi definirei ‘ascoltatore’.

TTR: Dove preferisci esibirti?

Joel: Negli spazi dove si può ascoltare; non nei locali dove i gestori ti chiedono sempre “che musica fai?”, “quanta gente porti?”… Il fatto è che stiamo perdendo la curiosità come valore sociale, è inquietante. Preferirei suonare per 10 persone, piuttosto che nel bar all’angolo per ore senza nessuno a prestarmi attenzione. Non c’è bisogno di un concerto sotto una montagna di focaccia.

joel cathcart intervista

TTR: Ero curioso di chiederti quale fosse il tuo rapporto con la tradizione musicale del tuo paese.

Joel: Ci sono alcune cose da dire. I discorsi sulla ‘purezza’ non mi piacciono… quand’ero piccolo ho avuto un periodo ‘nazionalista’ in cui amavo tutte le cose celtiche, ma se il tuo è un amore difensivo, conservativo, non va bene. Non si può dire “io sono irlandese puro”, la cultura irlandese è sempre aperta a contaminazioni ed è così anche nella musica. Ogni tanto vado a toccare quella tradizione, ma non sono uno specialista: un pezzo di musica tradizionale è troppo facile farlo male, troppo difficile farlo bene. Certo se canto una canzone che ha 900 anni è perchè è bella; ma io non mi ci immergo fino in fondo, non voglio essere classificato artisticamente secondo la mia nazionalità. Come se io ti associassi a De André solo perchè sei genovese! Per la tua domanda, direi che ho un piede dentro e uno fuori. Alla fine penso che il mondo artistico sia diviso in due: c’è chi fa sempre le stesse cose perchè sa già che piacciono, e chi vuole fare cose nuove e dare nuove risposte.

TTR: Quindi la tua è originalità?

Joel: Non è questione di originalità, ecco un altro titolo di cui proprio non abbiamo bisogno. Io sono compositore e lavoro con il materiale che esiste già; mi spiego: essere compositore significa essere ospite, tutte le fonti sonore che già esistono mi ospitano e mi danno la possibilità di usarle. Si parla sempre di ‘creazione’ ma l’uomo non può creare niente, si usa quello che c’è. Potremmo eliminare questo termine dal mondo artistico. Non è l’originalità, quello che conta davvero è la motivazione.

TTR: E la tua motivazione?

Joel: Quello che dicevo prima: la curiosità. Penso che c’è gente che prende la stessa via mille volte al giorno e non alza neanche la testa a guardare l’architettura; per me è come con Genova, la cosa importante è alzare la testa e prendere proprio quel vicolo che non dovevo prendere. Conosci la parola ‘flâneur’? È l’esploratore della città, metà poeta metà barbone… Io mi do i miei tempi, cerco di usare il tempo che ho in modo sano. Certo anche la disciplina è importante, non puoi alzarti al pomeriggio, non fare niente, e poi scrivere dei capolavori.

TTR: Ora, so che non ami essere etichettato o associato a qualche cosa in particolare ma… l’hang?

Joel: Quando l’ho incontrato io, in Germania nel 2003, era uno strumento ‘alieno’. Adesso però è abbastanza conosciuto. Per averlo è un processo lungo, devi scrivere, andare a Berna in Svizzera… sono passati tre anni da quando ho spedito la lettera a quando l’ho avuto. C’è questa scienza che si chiama ‘cymatics’, la scienza delle vibrazioni… per accordarlo si stende una sabbia che prende forme diverse a seconda della frequenza: al wokshop sono stati due giorni di stupore, tra scienza e sciamanismo, tra il fisico e il magico. Io quando lo suono vado a improvvisazione, ma le mani sono piene della memoria, dell’esperienza che ho fatto con lo strumento. È un ‘hybrid’, non è puramente pecussivo nè puramente melodico: se lo usi solo in un modo o nell’altro si lamenta. Tra i due caratteri c’è una tensione, e con questa suono. Non sono molto socievole con gli altri hangisti, c’è una gelosia pazzesca, come con una donna: ci sono voluti 5-6 anni per conquistarlo. È uno strumento che chiede, uno strumento da esplorare. A volte gli altri lo suonano come uno djambé.

TTR: Quando ti ho visto con l’hang ho pensato ai tuoi movimenti come a una coreografia.

Joel: Non è una vera coreografia, è una coreografia che nasce dal momento. Le due persone che stanno ballando sono i tuoi impulsi e le tue memorie. Da quelli nascono i movimenti pazzi, da queste i movimenti eleganti. È memoria muscolare, un ‘dialetto’ delle mani, ma sempre in evoluzione: inventi sempre nuove metafore, nuove frasi. Voglio concludere parlando di questo: l’uso della parola ‘sperimentale’. Se tu fai un esperimento, non sai quale sarà il risultato. La musica sperimentale non può essere un genere, basta che cambi un’elemento e già stai sperimentando. Questo è lo scisma nel mondo artistico: ‘rischio’ o ‘cosa sicura’. Se tu non sai cosa accadrà, quella è sperimentazione.

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