Patti-Smith-Bob Dylan-1975

1974-75 – RIVALUTAZIONE DEL BIENNIO GRIGIO – parte II

Patti-Smith-Bob Dylan-1975 La seconda puntata del riesame di uno dei periodi in apparenza più scialbi nella storia del rock tocca gli Stati Uniti e anche qui (ri)trova tante cose interessanti. 

di Antonio Vivaldi

Proseguiamo nel recupero critico, 40 anni dopo i fatti, del biennio “scialbo” del rock, il 1974-75, un biennio in ritardo per l’idealismo – ancorché vago – degli hippie e in anticipo per il nichilismo dei punk. Come scrive il sito allmusic.com, “il 1975 fu il picco in poliestere degli anni ’70, l’anno che compattò tutti i portentosi eccessi del ‘decennio dell’io’. Una superficie tanto luccicante e lussuosa faceva pensare che al di sotto non potesse esserci alcunché. Ma è proprio in situazioni come queste che accadono un sacco di cose notevoli”. In effetti, nella puntata precedente, dedicata al mondo sonoro britannico, abbiamo (ri)trovato emozioni intense in due forme espressive fra loro diverse e tuttavia antitetiche rispetto allo statu quo sonoro del momento: il glam rifiuta la mascolinità ostentata degli dèi zeppeliniani andando a rovistare nei guardaroba del cabaret d’anteguerra, mentre il pub rock sprezza il gigantismo delle band da stadio tornando alle radici seminterrate (nel senso degli ambienti) del rock’n’roll, con un giovane Joe Strummer che comincia a gargarizzare la sua bile negli 101’ers. 

pavlovs dog

In entrambi i casi si può parlare di disillusione e disidealizzazione; concetti che si ritrovano anche al di là dell’Atlantico con tre gruppi che il prestigioso, discusso e, a sua volta, disilluso critico Lester Bangs descrisse come principali esponenti del “prefab nihilism”:  Blue Öyster Cult, Dictators e Pavlov’s Dog. In realtà è  difficile trovare qualcosa che accomuni i tre gruppi, a parte il team di produzione (Sandy Pearlman e Murray Krugman) e il gusto per un’espressività sopra le righe mischiata a chiare ambizioni commerciali. I Dictators del cantante-wrestler Handsome Nick Manitoba propongono un clownesco proto-punk che nella sua nostalgia per gli anni ’60 potrebbe accomunarli ai Dr. Feelgood. Peccato però che l’opera prima The Dictators Go Girl Crazy! non sia invecchiata benissimo e risulti più che altro stupidotta. Più originali sono i  BÖC con il loro hard-rock levigato e al tempo stesso stesso zarro perfetto per radio e autoradio   e reso ‘importante’ da testi virati verso una fantascienza marziale alla Heinlein e generici  ammiccamenti infernal-esoterici. Secret Treaties, del 1974, influenzerà tutto l’AOR a venire, e nel 1976 arriverà anche il botto commerciale con la celebre (Don’t Fear) The Reaper (1). I migliori della triade sono i Pavlov’s Dog, creatori di un ibrido fra glam (le chitarre ronsoniane) e prog (il mellotron e la viola) che funziona splendidamente quantomeno per il primo album, Pampered Menial, caratterizzato da atmosfere turgide, cupe e decadenti e dalla voce  vibrante, e per qualcuno insopportabilmente stridula, di David Surkamp. Proprio il canto di Surkamp consente un ardito parallelo con un disco coevo e in apparenza molto diverso quale Kimono My House degli Sparks, le cui lodi sono state cantate nella scorsa puntata. A rendere i due titoli emblematici del periodo è la teatralità drappeggiata di nero di chi si sente cantore, un po’ compiaciuto un po’ sofferente, di un’epoca incerta. Quanto a teatralità non scherzano neppure i Tubes (l’esordio The Tubes è del ’75), che però suonano troppo pensati a tavolino per risultare intensi.  

betty davis nasty gal

Gli Stati Uniti sono un territorio ben più vasto della Gran Bretagna ed è dunque più difficile tracciare linee di tendenza ben definite. In realtà persino in un mondo molto specifico quale la black music si può tratteggiare il 1974-75 come epoca anti-epocale e tuttavia ricca di interessanti segnali del nuovo prossimo venturo. Eppure anche qui, di primo acchito, si percepisce stagnazione. In Fulfillingness’ First Finale Stevie Wonder non è al culmine dell’ispirazione, Aretha Franklin inizia con Let Me In Your Life un’inesorabile  parabola discendente,  Isaac Hayes riposa sugli allori gangsta-soul di Shaft e Marvin Gaye su quelli sexy di Let’s Get It On. Proprio sexy è la parola chiave per cominciare a entrare in mondi che sono comunque interessanti e ricchi di fermenti, pur senza assurgere agli splendori del soul-r’n’b in cinemascope di inizio decennio. Betty Davis, ex moglie  del divin trombettista Miles, incide nel ’74  They Say  I’m Different e l’anno dopo lo strepitoso Nasty Gal, turbo-funk dalla sensualità esplicita e quasi sado-maso che anticipa modalità hip-hop, peraltro rovesciando il gioco dei generi.

labelle nightbirds

Restando in ambito femminile, impossibile non menzionare le Labelle. Le tre ragazze di Filadelfia sono esplosive nell’impatto vocale, splendide nei loro costumi tribal-fantascientifici e capaci di una lascività apolitica, ma non frivola, che le distanzia dalla pantera nera (in tutti i sensi) Davis. Nel ‘74 sfoderano il singolo di grande successo Lady Marmalade e il quasi altrettanto fortunato 33 giri Nightbirds (prodotto a New Orleans da Allen Toussaint) che assembla in modo magistrale pop e r&b sudista. Il successo latita invece per Shuggie Otis e il suo Inspiration Information (1974). Al momento della pubblicazione il delicato groove rhythm’n’blues che  caratterizza il lavoro suona antiquato a causa delle   venature psichedeliche  sixties che lo percorrono. In realtà l’eclettismo e la densità di riferimenti di questo paradigma del “classico dimenticato” anticipano genialmente il neo-soul odierno, come dimostrano due lavori recenti quali Kiss Land di The Weeknd o l’unico disco inciso dal prematuramente scomparso Child Of Lov.

Shuggie-Otis-Inspiration-Information

E qui arriva il paradosso che ci fa inserire un solista e un gruppo bianchi (il primo decisamente pallido, perdipiù)  nel mondo black. Con Young Americans David Bowie ruba la scena a Hall & Oates producendo uno scintillante esempio di  blue-eyed-philly-soul e dimostrando il suo incredibile talento mimetico in un album a suo tempo considerato  voyeuristico esercizio di stile e ancor oggi in attesa di rivalutazione. Alla ballabilità luccicante e sofisticata del suono Philly si rivolgono anche i Bee Gees, da qualche tempo in crisi d’identità e  vendite. I tre pelosi australiani  inseriscono le sete vocali di Massachusetts nel nuovo contesto, trovano la giusta misura fra un prima melodico e un poi saltellante  e si rilanciano con Mr. Natural (1974) e Main Course (1975), uno dei primi album ufficialmente ‘disco’ della storia.

donna-summer-love-to-love-you-baby

Ecco che abbiamo scritto una parola chiave, quella che ai rocker duri e puri dell’epoca pareva bestemmia o insulto. La disco music “vera”, sudata e sensuale, scintillante e truzza, nemica del rock e del suo fallocentrismo, ha il suo momento più autentico e ‘radicale’ proprio fra ’74 e ’75, prima del successo mondiale, e inevitabile banalizzazione, di Saturday Night Fever e dell’ascesa del travoltismo. L’argomento meriterebbe una trattazione a parte; qui ci limitiamo invece a citare altri due nomi da anatema rock e tuttavia utili a inquadrare la situazione. Il 1974 è l’anno del successo, in tutti i sensi massiccio, di Barry White. Come scrive l’acuto studioso di suoni black Danilo Di Termini, “Can’t Get Enough è l’album in cui la speaking poetry politica si trasforma in sussurro sensuale, influenzando molti crooner a venire”. Se il solo ricordo di Barry White vi provoca crisi glicemiche, sappiate che Nick Cave ne è un grande fan. Poi c’è Donna Summer, che nel settembre 1975 incide Love To Love You Baby. L’album contiene la traccia omonima, una facciata intera di LP (16 minuti e 50 secondi) che cambia la storia della musica. “Da questo brano scritto e prodotto da Giorgio Moroder” scrive ancora Di Termini, “discende in rivoli buona parte del filone elettro dance degli anni a venire”.

neil young tonights

Dopo questa gita notturna in mondi un tempo  considerati rock-riprovevoli, ritorniamo a un territorio di sicura serietà quale la canzone d’autore. Difficile qui individuare una qualche linea di tendenza, non fosse che la strepitosa sequenza discografica proposta di seguito è a grandi linee caratterizzata da una necessità di ricostruzione umana e creativa che parte da  macerie interiori. Non più dunque il quasi ideologico ritorno al ‘personaIe’ di Carole King e James Taylor a inizio ’70, ma un più spontaneo, e talora doloroso, mettersi a nudo come terapia sonica quando anche il ‘personale’ disillude. Il discorso vale per il Jackson Browne luttuoso, apocalittico e ferito nei sentimenti di Late For The Sky, per la Joni Mitchell (2) elegante di Court & Spark ed elegantemente sperimentale di The Hissing Of Summer Lawns, così come per il Leonard Cohen rientrato con qualche turbamento dal fronte israelo-egiziano di New Skin For The Old Ceremony (ma attenzione anche ai problemi di identità femminile raccontati da Janis Ian in Between The Lines).

dylan-BOTT

Ancor più emblematici Bob Dylan e Neil Young che, probabilmente obtorto collo, incidono lavori assolutamente epocali a dispetto della loro essenzialità sonora. Dopo lo strano, interessante e diseguale Planet Waves, Dylan decide di cantare il suo matrimonio in frantumi  in Blood On The Tracks. Lo fa con accompagnamento strumentale minimo e ispirazione massima. Il vino francese che interviene come produttore occulto durante le registrazioni fa sì che  l’autocontrollo dylaniano per una volta ceda  il posto alla commozione (If You See Her, Say Hello) e a un epos romantico-furibondo (Idiot Wind). Quanto a Neil Young, i grandi dischi da lui prodotti nel biennio sono addirittura tre. In primo luogo c’è lo spettrale Tonight’s The Night, puro  distillato di dolore messo in musica, che in realtà è qui tecnicamente fuori contesto contenendo materiale registrato nel 1973. In tutti i sensi perfetto per definire lo zeitgeist è invece On The Beach, che fonde grandi melodie estenuate a suoni essenziali in chiave folk e blues; Young non è più eroe hippie e non ancora estimatore di Johnny Rotten e Ronald Reagan, ma proprio in questo vuoto di idee forti produce uno dei suoi dischi più belli: disilluso, poetico, graffiante, nonché faro motivazionale per l’alt-folk di anni dopo. Nel 1975 incide anche il potente, ben tornito e turbochitarristico  Zuma; un lavoro ottimo e tuttavia troppo tutto d’un pezzo per supportare l’approccio che qui abbiamo scelto.

Patti-Horses 

Detto che nel 1975 Bruce Springsteen inizia a correre verso il cuore del “sogno americano fuggiasco”  (Born To Run) e i Fleetwood Mac verso la testa delle fin lì fuggiasche classifiche (l’album omonimo), concludiamo, quasi senza commento, con una serie di esordi e prime volte davvero da brivido in un mondo ancora tutto newyorkese e che ancora non ha un nome: il 30 marzo 1974 esordiscono dal vivo i Ramones che, a fine 1975, firmano un contratto per la Sire. A far loro da spalla in un concerto  al CBGB ci sono i Talking Heads, da poco arrivati dal Rhode Island. Sempre a New York, nell’agosto 1974, nascono i Blondie, mentre l’anno dopo i Television vanno a Hollywood per  registrare un demo prodotto da Brian Eno e rifiutato dalla Island. Infine, nel novembre 1975 esce il primo album di Patti Smith, Horses, inaudito accostamento di  poesia visionaria e rock’n’roll primigenio. Si tratta del disco più importante fra tutti quelli sinora citati, in genere considerato molto intellettuale e in realtà affascinante soprattutto per la sua spontaneità. Ma, come si diceva anche nel commiato della scorsa puntata, siamo qui all’inizio di un’altra storia che, concettualmente, sta già nel 1976.

(1) La critica italiana dell’epoca parlerà addirittura di nazi-rock, ignara del fatto che i produttori del gruppo erano entrambi di religione ebraica.

(2) Buffo a dirsi, pare sia proprio Joni Mitchell la donna a cui Jackson Browne si rivolge nella canzone Late For The Sky

 La prima puntata dell’articolo: 

http://www.tomtomrock.it/articoli/409-1974-75-rivalutazione-di-un-biennio-parte-i.html

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Blue Öyster Cult – Flaming Telepaths

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Ramones – Live 1975 Arturo’s Loft

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