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AL RISTORANTE CINESE CON I CHRISMA

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di Federico Strata

Giovanissimo cantante e leader di un gruppo beat dal nome pretenzioso, i New Dada, nel 1965 fa da spalla ai Beatles nel loro primo tour italiano, assieme a Peppino di Capri. Sul finire degli anni ‘60 conquista una discreta fama da solista, specialmente tra le ragazzine, cantando cover sdolcinate di canzoni americane, fra cui L’Amore E’ Blu, e recitando perfino come protagonista di un musicarello.
L’inizio della carriera artistica di Maurizio Arcieri (Milano, 1945) è nel solco del classico cantante italiano belloccio e con l’aria da bravo ragazzo, di quelli, tanto per intenderci, che dopo i cinquant’anni finiranno a fare serate di liscio alle sagre popolari o in qualche balera della bassa padana.
Ma non sempre il buongiorno si vede dal mattino. Se vogliamo restare nell’ambito delle frasi fatte, direi piuttosto che per Maurizio vale il detto “cherchez la femme”, come dire: cercate la donna che ha segnato la svolta decisiva nella sua vita. Nei primi anni ‘70, infatti, il cantante dal caschetto biondo sposa una sua ammiratrice, la svizzera Christina Moser, e dalla relazione sentimentale alla collaborazione artistica il passo è breve, complici il bell’aspetto e le non indifferenti capacità vocali della procace ragazza.

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Nasce così il duo dei Chrisma (il nome deriva dalla fusione dei nomi dei componenti), che fa ben presto parlare di sé per gli atteggiamenti provocatori e trasgressivi: si presentano ai concerti come fratelli, per poi baciarsi appassionatamente davanti al pubblico, si praticano dei tagli con lamette da barba durante le esecuzioni dei pezzi, vanno in giro con spille da balia conficcate nella guancia… Alcuni anni dopo passerà alla storia il famoso finger job, un episodio velato da un alone di leggenda, che accadde nel 1978 durante un concerto e che causò non poche polemiche sulla stampa nazionale. Maurizio, che come molti altri artisti non manca di una certa dose di egocentrismo, in una recente intervista a Vanity Fair, ce lo racconta così: Anche se eravamo vestiti da punk, non cantavamo storie di fabbriche e così qualche idiota ci affibbiò l’etichetta di filonazisti. Quella sera, vicino a Reggio Emilia, arrivarono alcuni autoriduttori con le molotov. Io, per provocarli, mi tagliai un dito e lo infilai insanguinato in bocca ad uno del pubblico…. Risultato: una denuncia per autolesionismo e ben 42 date cancellate per questioni di ordine pubblico.
Ma torniamo a parlare di musica. Dopo alcuni singoli di rilevanza marginale, fra cui Amore, che nel 1976 viene presentato al Festivalbar, nel ’77 esce il primo LP dei Chrisma, nonché uno dei più significativi del duo: Chinese Restaurant. Il genere è punk-elettronico, una vera novità per l’epoca. Non è un caso che l’album, oltre che nella nostra Milano, in parte sia stato inciso anche a Londra, capitale europea del punk. Produttore ed arrangiatore è il greco Niko Papathanassiou, fratello del più famoso compositore Vangelis (ma i Chrisma, nella loro storia, collaboreranno più volte anche con quest’ultimo).

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I brani di Chinese Restaurant sono alquanto eterogenei, sia per il contenuto dei testi (tutti in inglese) che per le musiche. Si va dal ritmo martellante ed ossessivo, quasi ipnotico, di C-Rock, What For e Black Silk Stocking, che si inquadrano molto bene nel genere punk duro e puro, fino alle più melodiche Lycee e Mandoia, la prima lenta e dai toni malinconici, la seconda allegra e sbarazzina, quasi infantile.
La canzone Lola è uno dei pezzi più famosi e forse anche uno dei meglio riusciti in assoluto. Cantato in forma di duetto, è stato definito un tango elettronico, in quanto si rifà ai ritmi del classico ballo argentino, mescolando però in maniera sorprendentemente efficace la chitarra acustica (affidata a Christina) con sonorità elettroniche decisamente raffinate ed originali. Anche il testo, a differenza di quasi tutte le altre canzoni dell’LP, merita un certo interesse, non solo perché da esso è stato tratto il titolo dell’album, ma anche perché racconta una storia intrigante e misteriosa. Parla di una bella quanto spregiudicata spia dagli occhi a mandorla, che seduce i clienti di un ristorante cinese per strappare loro informazioni preziose, non esitando a uccidere chi le sbarra la strada. Ricordo che una volta Christina, con estrema spontaneità, per spiegare il significato allusivo del verso “sipping her cocktails” (letteralmente: sorseggiando i suoi cocktail e pronunciato con una pausa fra “cock” e “tails”) fece un gesto che non lasciava nulla all’immaginazione…

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Degna di nota è anche Thank You, che apre l’album in versione puramente strumentale e lo chiude facendo da sottofondo ai ringraziamenti, recitati da un’inquietante voce distorta in stile megafono. In questo brano, lento e suggestivo, sono i sintetizzatori a farla da padrone, con suoni vibranti che partono da un motivo semplice per diventare sempre più variegati, a tratti ricordando perfino il tipico ululato del theremin. “Per questi suoni abbiamo usato lo Yamahone!,” tiene a puntualizzare Maurizio, riferendosi al sintetizzatore polifonico Yamaha GX-1, il primo synth prodotto dalla casa giapponese: un bestione analogico a tre tastiere, utilizzato anche da gruppi del calibro degli ABBA e di Emerson, Lake & Palmer. È bello, al di là dei dettagli tecnici, osservare come i Chrisma riescano a parlare di un lavoro vecchio più di trent’anni con lo stesso piacevole e fresco entusiasmo che si potrebbe avere per un’opera che è appena stata sfornata. Tutti i pezzi sono accomunati da un forte sperimentalismo, manifestantesi soprattutto nella ricerca di nuovi suoni, che pur nella loro originalità non risultano mai fastidiosi. Strumenti acustici (chitarra, timpani, batteria e percussioni), elettrici (basso e chitarre) ed elettronici (sintetizzatori e tastiere) si fondono in maniera perfetta. Fra i synth, oltre al già citato Yamahone, va segnalata la presenza del famoso Polimoog, suonato personalmente dall’Arcieri.

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Il talento ed il coraggio innovativo dei Chrisma è fuori discussione, al di là di alcune ingenuità e millanterie, che peraltro si perdonano volentieri. Maurizio, in un’intervista a Max del 2007, arriverà ad affermare: Io il punk non l’ho vissuto, l’ho inventato. Ho scritto Chinese Restaurant nel 1974 , e anche se è uscito nel 1977, l’ho inciso nel 1975, quando il punk non esisteva neanche come nome. Non è una forzatura, è la realtà. […] Noi eravamo indefinibili e di rottura, come i Velvet Underground, ai quali il New Musical Express ci accostò una volta in una recensione.
Sul percorso artistico dei Chrisma dopo l’uscita di Chinese Restaurant ci sarebbero da dire molte cose, troppe per un semplice articoletto. Anche perché i due allegri ultrasessantenni, dagli inizi della loro carriera ad oggi, non si sono mai fermati un secondo, a dispetto di quanto è stato stupidamente affermato qualche anno fa nel programma televisivo Meteore, che li ha invitati presentandoli come la one shot band che nel 1980 uscì col singolo Many Kisses e poi sparì nel nulla…

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Nel 1980, semmai, c’è stata una grande svolta per il gruppo, che ha mutato il nome in Krisma e si è definitivamente consacrato all’elettronica (“Il punk, per noi, non era tutto. Era semplicemente l’acqua per nuotare. […] Noi eravamo punk nell’animo, ma nella testa c’era l’elettronica,” dichiara Maurizio, sempre nell’intervista a Max). In questa nuova fase spiccano gli album Cathode Mamma (1980) e Nothing To Do With The Dog (distribuito all’estero come Fido, 1983). Il primo disco è stato inciso in collaborazione col tastierista tedesco Hans Zimmer, che si distinguerà negli anni a venire come compositore di colonne sonore (un Oscar nel 1994 per Il Re Leone ed un totale di 9 candidature, fra cui quella per il film Rain Man, nel 1988). Il secondo disco, registrato a New York ed autoprodotto, è stato realizzato interamente con una semplice ed economica tastiera Casio MT 65, che Maurizio ha completamente modificato per ottenere sonorità inafferrabili, che quasi sembrano provenire da un altro pianeta da quanto sono sfuggevoli e cangianti.

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Ai Krisma la voglia di sperimentare nuovi suoni non è mai mancata, tant’è che in questo ultimo decennio, dopo aver collaborato con artisti come i Subsonica, Garbo e Battiato, si sono buttati sul Rebirth, un software innovativo e dai sofisticati algoritmi, che permette di creare, anche in tempo reale, musica elettronica fatta in casa. Col Rebirth i due nonni della techno, come amano definirsi loro stessi, hanno realizzato svariate tracce dalle forti connotazioni psichedeliche, partecipando a numerosi rave-party in giro per l’Europa e producendo un album dal titolo Opera Punk (2008), acquistabile soltanto online in formato digitale.

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Che altro dire, ancora? Lasciatemi aggiungere soltanto una cosa: se vi è rimasta la curiosità di ascoltare un brano punk-elettronico interpretato e scritto da un duo italo-svizzero, ispirato al tango argentino, arrangiato da un produttore greco, inciso a Londra ed ambientato in un ristorante cinese, provate a cercarlo sul sito ufficiale dei Krisma (www.krismatv.net).
Sì, avete capito bene, tra le tante bizzarrie dei Chrisma c’è anche questa. Dichiarandosi contrari ai diritti d’autore, hanno reso disponibile gratuitamente in formato mp3 una buona parte dei loro brani. Ma fate attenzione, ve lo dico per esperienza personale: se ascoltate i pezzi, è facile che vi venga la voglia di comprare tutti gli album, i più significativi dei quali sono stati ristampati su CD negli anni duemila e, ancor più di recente, anche su vinile (Medical Records, USA, 2010). Poi non venitemi a dire che non vi avevo avvisato…

 

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Chrisma: Lola

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