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Articolo: A scuola da John Vignola – 33: Tutti sul van dei Pink Floyd

A scuola da John Vignola - Tutti sul van dei Pink Floyd

Partiamo da una considerazione ‘pura’: la qualità sonora artistica e musicale di quanto è stipato in un cofanetto rettangolare che ricorda il van con cui i Pink Floyd hanno cominciato ad attraversare il sud dell’Inghilterra (e poi il levante dell’Europa) è come minimo alta. Se non addirittura, cedendo alle lusinghe del nostro amore per i primi Floyd, entusiasmante. The Early Years 1965-1972 mette in fila indiana tutto quello che dei primissimi Pink Floyd e di quelli più sperimentatori già si sapeva, o si era addirittura già sentito, ma mai in una forma e con un’attenzione al dettaglio come in questo caso.

a scuola da john vignola - pink floyd

I primi Pink Floyd ancora oggi stupiscono

Come capita sovente al rock che diviene industria, The Early Years fa di necessità virtù: mette assieme eccellenti registrazioni in studio, radiofoniche e dal vivo un attimo prima che scadano i diritti di sfruttamento della casa discografica. Quindi li assembla in maniera talmente accattivante (poster, memorabilia, 45 giri, cofanetti e così via) che l’unica forma di resistenza possibile è quella dell’astinenza assoluta. Mi spiego meglio: qui non si tratta tanto di ascoltare i primissimi pezzi incisi, forse addirittura a fine ‘64 da Syd Barrett e compagni e di ricordarci quanto sia stato geniale lui e incredibilmente avventuroso il primo disco del quartetto, The Piper At The Gates Of Dawn. Quello che colpisce di più in questo viaggio lungo 12 cd, 10 dvd, 8 blu ray e 5 vinili 7’’ è proprio la continuità, la tensione creativa che alimenta la musica della band anche dopo l’allontanamento di Syd.


La cronaca di The Early Years è fatta di colonne sonore compiute e incompiute, passaggi in radio, concerti dal vivo che vanno dal piccolo club underground alle rovine di Pompei, di arrangiamenti sontuosi (Ron Geesin) e, per sintetizzare goffamente, di sperimentazione. Sempre e comunque nel tentativo di capire fino a dove il rock può spingersi. E’ quindi un viaggio da fare con molta calma dall’inizio alla fine perché ne varrebbe la pena. Il condizionale è d’obbligo, dal momento che tutto questo viene offerto a una cifra inspiegabile. Non basta l’altezza del materiale sonoro (per non parlare di quello visivo: i filmati sono il frutto di un lavoro minuzioso e quasi ventennale su tutte le fonti disponibili) per giustificare un esborso che è in realtà il canone di sopravvivenza di un’industria discografica che altrimenti sarebbe già sparita da un pezzo.

Il box lussuoso come salvagente dell’industria discografica

E’ un discorso complicata che rischia di scivolare nella retorica o nella demagogia (“la musica deve essere gratis”, ricordate?). Tuttavia è un dato di fatto che oggi le uniche possibilità che hanno i ‘supporti fonografici’ di essere ancora venduti sono queste, dal cofanetto dei Rolling Stones in mono a quello con tutti i dischi Rca di Lou Reed fino alle varie raccolte in vinile. Le case discografiche ne approfittano e l’unica forma di resistenza rimane, come ai tempi delle musicassette, condividere le spese oppure duplicare i contenuti o renderli in qualche modo accessibili a tutti. A ognuno la sua scelta.


A me personalmente la cosa che più colpisce di The Early Years è, come dicevo, il viaggio che questi quattro, anzi cinque, ragazzi di Cambridge hanno saputo compiere e di come l‘hanno condiviso con chi c’era. E con chi ancora può esserci. Mi pare che oggi avventure simili siano difficili da replicarsi, almeno nell’ambito musicale, e tutto questo impoverisce noi economicamente e tutta l’industria discografica sostanzialmente.

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