nwa anni 80

Articolo: C’erano una volta gli (altri) anni ’80 – 2

Gli anni ’80 statunitensi: grandi novità soniche, altro che musica di plastica.

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Nella prima parte di questo articolo  si è proposta una prima distinzione fra gli anni ’80 comunemente percepiti come di pura plastica e quelli fatti di musica non soltanto frivola e sintetica. Ora passiamo ad analizzare, in modo per forza di cose stringato (e con inevitabili dimenticanze e omissioni di cui ci scusiamo), gli anni ’80 ‘alternativi’. Cominciamo dagli Stati Uniti, dove si registrano novità sonore decisive.

Una novità decisiva: il rap

In una lettura anche solo un minimo articolata andrebbe subito fatto notare come gli anni ’80, decennio inutile e vituperato per eccellenza, abbiano prodotto almeno una novità decisiva. Offrono infatti la prima grande notorietà a quello che, tre decenni dopo, è il settore più creativo della musica pop e dintorni. Il guaio è che il rap continua a essere considerato, con il solito paternalismo liberal, roba da negri che chiamano “puttane” le donne e pensano solo a far soldi alternando rime e spaccio.

Proviamo a vedere le cose da un punto di vista differente. Già nella seconda metà degli anni ’70, nelle strade del South Bronx newyorkese un dj di nome Grandmaster Flash perfeziona l’arte di sfruttare frammenti di musica altrui con un sapiente uso del giradischi. Questa tecnica, unita alla messa in rima del disagio urbano, scatena la grande rivoluzione nera dell’hip hop che si propagherà in breve fino all’altra costa degli Stati Uniti, dando vita a una delle grandi epopee della musica americana, con i suoi trionfi e le sue tragedie, la sua militanza e il suo gusto per le tute Adidas, i suoi atteggiamenti politicamente scorretti (ma anche molto divertenti) e le sue straordinarie alchimie di suoni.

Per l’hip hop gli ‘80s sono stati un momento di transizione epocale. Gli esordi a contatto con la disco sul finire del decennio precedente hanno dato origine a una moltitudine di possibilità differenti. Il botto lo fanno nel 1986 i Run DMC con il rap-rock di Walk This Way, cover degli hard-rockers Aerosmith. In realtà l’accoppiata è frutto della geniale intuizione del produttore Rick Rubin e il pezzo non è poi troppo street-oriented. A distanza di anni i Run DMC avrebbero candidamente dichiarato di essere stati fino a quel momento ignari dell’esistenza degli Aerosmith, che a loro volta vennero rilanciati da quel successo.

Rick Rubin, Beastie Boys e Public Enemy

Rick Rubin è il vero re Mida dell’hip-hop di quegli anni, almeno per New  York. I Beastie Boys con Licensed To Ill (ancora nel 1986) sono ugualmente una sua creatura, con gli inni (You Gotta) Fight for Your Right (To Party!) e No Sleep Till Brooklyn. Anche in questo caso si può parlare di rap-rock, ancor più perché i Beastie Boys sono bianchi e al contempo mostrano l’ampliarsi del successo del genere e il suo ingresso in un ambito pop differente dagli esordi.

Rubin entra anche nel capolavoro dei Public Enemy, It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back (1988), che segue l’esordio dell’anno precedente, il promettente Yo! Bum Rush The Show. It Takes… è uno dei dischi più importanti e innovativi del decennio, ben oltre il solo ambito rap, e per una breve stagione sembra proporre i Public Enemy come nuovi portavoce dell’America Nera.

Anche nell’ambito unicamente musicale il suo impatto è enorme; i brani sono quasi tutti a livello stratosferico, i testi percuotono come non era mai successo prima. Ancora una volta il rap si fonde con il rock, ma in modo del tutto differente rispetto agli altri esempi. Del rock si cerca l’impatto, non la tradizione musicale giudicata “bianca”. Lo sottolinea con indubbia efficacia Chuck D in Fight The Power: “Elvis was a hero to most / But he never meant shit to  you see / Straight up racist that sucker was / Simple and plain / Mother fuck him and John Wayne” (da Fear Of A Black Planet, il successore di It Takes…).

Nasce il gangsta rap

Non c’è però soltanto il rap aggressivo di questi dischi. Eric B & Rakim con Paid In Full continuano la tradizione dell’Old School, ma con una ricchezza a livello di basi e di testi che avrebbe fatto scuola nel decennio successivo, quello della cosiddetta “età dell’oro” dell’hip hop. Senza dimenticare la nascita del gangsta rap: Ice T con Rhyme Pays (1987), Power (1988) e l’apice The Iceberg (1989) crea sostanzialmente il genere con un flow suadente e assassino allo stesso tempo. Se solo gli avessero detto allora che sarebbe finito a fare il poliziotto in Law & Order!

Tuttavia, il coronamento del gangsta sarebbe arrivato proprio alla fine del decennio, reinventato dal genio di Dr Dre, Ice Cube, Eazy-E, Dj Yella e Mc Ren: gli N.W.A. (Niggaz With Attitude). Sono cinque ragazzi di Compton LA che con l’esordio di Straight Outta Compton (1990) elaborano un genere che mescola umorismo da cartoni animati con la violenza della strada. Si tratta di un disco epocale che quanto a impatto trova un rivale solo in It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back. Se quest’ultimo piace di più perché esibisce una coscienza sociale, magari indigesta ma comunque presente, gli N.W.A. non hanno di queste preoccupazioni e Fuck The Police diventa il loro inno più noto. Fra i due modelli, sarà quello losangelino a trionfare nella Golden Age degli anni 90.

Il rock ‘bianco’

Per trovare cose altrettanto interessanti in ambito classicamente rock bisogna cercare qua e là, imboccando anche strade che allontanano dalle metropoli, proprio com’era stato agli inizi del rock’n’roll. Nella cittadina universitaria di Athens, Georgia, i R.E.M. riscoprono le chitarre jingle jangle dei Byrds e, reinventando un suono che fonde psichedelia e folk rock, diventano passo dopo passo personaggi amatissimi dalla gioventù americana ‘pensante’, quella che anche nei momenti cupi terrà alta la bandiera della ragionevolezza, attraverso il buco nero dell’11 settembre fino all’elezione a presidente di Barack Obama e ai moti, peraltro poco ‘musicali’, di Occupy Wall Street. (Tutti i dischi dei R.E.M. anni ’80 sono affascinanti con una piccolissima preferenza per Lifes Rich Pageant – 1987.)

Da una città poco rock come Boston arrivano anche i Pixies. Vanno considerati  importanti quanto i R.E.M. nella sagomatura dell’alt-rock statunitense, per quanto restino ancora oggi nome più di nicchia. I motivi: sono meno presentabili rispetto a Stipe e compagni sia nell’aspetto nerd militante, sia nei testi di surreale crudezza, sia infine nel suono che è acido, spigoloso, sprezzante eppure stracarico di energia vitale. (Surfer Rosa -1988, Doolittle – 1989.)

La fredda e poco allettante Minneapolis regala altri nomi decisivi come Hüsker Dü e Replacements. I primi rielaborano la ruvidezza hardcore (di cui si dirà oltre) in forme quasi epiche nel doppio-summa Zen Arcade (1984) per poi passare a forme più articolate (e anche alla major Warner Bros) in un’ultima parte di carriera ricca di sorprendenti spunti melodici (Candy Apple Grey – 1986).

 

Anche il gruppo di Paul Westerberg parte in chiave punk per poi accogliere seduzioni di diverso tipo (in particolare il pop sghembo dei Big Star) e firmare per una grossa etichetta, la Sire. Alcool, droghe e pressioni discografiche li massacreranno creativamente dopo un paio di grandi dischi fra ballate e rock cuore in mano. (Let It Be -1984 – e  Tim – 1985.)

La città operaia di Milwaukee, Wisconsin (quella di Happy Days) regala al mondo i Violent Femmes, un trio di disadattati che cerca di “ritrovare l’essenza del rock’n’roll”. Sia nell’eponimo primo disco (1983) sia nel successivo Hallowed Ground (1984) i nostri riescono nell’impresa secondo una visione disadorna, spettrale e a tratti arcana.

Intanto, dalla piccola e insignificante Ellensburg, nell’estremo nord-ovest degli Stati Uniti, gli Screaming Trees del tenebroso cantante Mark Lanegan fondono punk, Stooges e psichedelia nell’inquieto ed emozionante Buzz Factory (1989). Sono i primi segnali di quello che sarà di lì a poco il grunge, il suono del disagio trendy anni ‘90.

anni 80 screaming trees

Ma Los Angeles che fa ? New York che dice?

Los Angeles e New York, le due città-faro del rock, paiono un po’ in difficoltà sotto il giogo synth-pop e i musicisti bianchi non hanno molti contatti con quella scena hip hop che, come abbiamo visto, in entrambe le metropoli stava prendendo il volo anche commercialmente. Racconta Steve Wynn, dei Dream Syndicate: “Nelle interviste dei primi anni ‘80 una domanda che mi veniva posta sin troppo spesso era: ’Perché suonate le chitarre? E’ una dichiarazione d’intenti?’ Sembrava una scelta anacronistica, perversa”.

Il Paisley Underground

Ed è a Los Angeles e dintorni che un focolaio di resistenza si raccoglie proprio intorno all’antico feticcio della chitarra, a un grande amore per gli anni ’60 e a un suono che recupera tanto il buio dei Velvet Underground quanto la solarità dei Byrds. Nasce il delicato ed effimero mondo tutto camicie fiorate e occhiali scuri del Paisley Underground a cui fanno riferimento gli psichedelici Dream Syndicate (The Days Of Wine And Roses – 1983), i trasognati Rain Parade (Emergency Third Rail Power – 1983), i simil-rurali Long Ryders (Native Sons – 1983) e gli aspri Green On Red (Gravity Talks – 1983), unici a dare inizialmente spazio alle tastiere, peraltro sotto le sembianze di un acidissimo Farfisa.

Con queste band nasce l’approccio che potremmo definire da musicista-musicofilo. Lo si potrebbe descrivere come citazionismo creativo (magari solo nelle intenzioni) sovente interessante, ma talora sin troppo da topo di discoteca di papà, che informerà molto rock alternativo fino ai giorni nostri. Californiani coevi del Paisley Underground, ma lontani dalla sua ‘ideologia’ sono i Thin White Rope, aspri cantori delle spine del deserto come luogo simbolo di  disagio interiore (In The Spanish Cave – 1988).

Avanguardie newyorkesi

A New York pare esserci meno movimento. A dominare la scena sono l’avanguardia e la no wave, interessanti ma autocompiaciute, finché da tale contesto emerge un gruppo decisivo per tutto il rock a venire, i Sonic Youth. Il quartetto parte da una dimensione noise fatta di antagonismo distorto e scordature studiate a tavolino per poi evolversi in forme pur sempre acri e frastagliate, ma ricche di apocalittica potenza e di incredibili incastri strumentali. Il disco-manifesto è il doppio Daydream Nation del 1988, ma a livello di coinvolgimento emotivo il capolavoro è Sister, di un anno precedente.

anni 80 sonic youth

Musica e politica negli anni ’80 statunitensi

Occorre dire che, in linea generale, il rock USA anni ’80 non produce molto a livello politico esplicito. Questo anche se gruppi come gli stessi Sonic Youth, ad esempio, non manchino di esprimersi contro il conformismo dilagante. In realtà il periodo viene segnato dalla virata pro-Reagan del vecchio rivoluzionario hippie Neil Young e dal qualunquismo dissipato dei Guns’n’Roses. Per non parlare dell’(involontaria) ambiguità concettuale di Born In The Usa di Bruce Springsteen, che da ritratto doloroso di un reduce del Vietnam viene trasformata, senza il consenso del musicista, in inno patriottico.

L’unica eccezione virtuosa è rappresentata dalla nascita, nel 1985, di Farm Aid, associazione non-profit a sostegno degli agricoltori del Midwest, in cui s’impegneranno, sia economicamente sia con esibizioni benefiche, Bob Dylan, Willie Nelson, John Mellencamp e altri.

La rabbia hardcore

Esiste tuttavia un’eccezione importante, un buco nero di rabbia anti-sistema che si trasforma in musica. Nel documentario American Hardcore (2006) i protagonisti del primo hardcore raccontano come questa musica veloce, rabbiosa e assai più grezza del punk ‘originario’ nasca da un senso di frustrazione che diventa vero e proprio odio nei confronti del conservatorismo politico insediatosi alla Casa Bianca con Ronald Reagan, del trito revival anni ’50 che caratterizzava la moda del periodo e dello stadium rock capelluto di gruppi come Foghat e Journey.

Tanto malessere viene interpretato da gente come Black Flag (Damaged – 1981) o Black Religion (How Could Hell Be Any Worse’ – 1981) sotto forma di canzoni epocali pur nella loro stringatezza anfetaminica e di un’etica alternativa che vede anche la nascita di etichette indipendenti quali la Dischord e la SST. Il nume tutelare di questa ondata dissacratoria ad alzo zero è Eric “Jello Biafra” Boucher, il quale mette le cose in chiaro fin dal nome scelto per il suo gruppo, Dead Kennedys.E non scherza neppure il celebre singolo-provocazione California Über Alles. I primi Dead Kennedys non sono però solo livore e rabbia: l’esordio a 33 giri Fresh Fruit For Rotten Vegetables (1980) può essere considerato un capolavoro di punk pop a 200 all’ora.

Gli ‘altri’ anni ’80 americani: conclusioni

“Il margine è il luogo dove l’artista deve andare,” ha detto Robert Fripp. Quasi tutta l’America che abbiamo qui raccontato si muove nel segno del disagio e del disadattamento. Ma anche del rifiuto di accettare la normalizzazione col trucco dell’ex attore Reagan e lo statu quo sociale, culturale e sonoro. Dunque, negli Eighties a stelle e strisce la controtendenza c’è e funziona come aveva funzionato in passato. Lo fa però in forme più sotterranee e slegate fra loro, senza quel mainstream alternativo che aveva caratterizzato i tardi anni ’60 e i primi momenti del dopo-Woodstock. E che sarebbe diventato il corporate rock.

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