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C’ERANO UNA VOLTA GLI (ALTRI) ANNI ’80 – PARTE SECONDA

 

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Nella prima parte di questo articolo (http://www.tomtomrock.it/articoli/830-c-erano-una-volta-gli-altri-anni-80-parte-prima.html) si è proposta una prima distinzione fra gli anni ’80 comunemente percepiti e quelli fatti di musica non soltanto frivola e sintetica. Ora passiamo ad analizzare, in modo per forza di cose stringato (e con inevitabili dimenticanze e omissioni di cui ci scusiamo), gli anni ’80 ‘alternativi’ statunitensi, ricchissimi di novità sonore decisive.

 

di Antonio Vivaldi e Marina Montesano

 

In una lettura un minimo articolata degli anni ’80 musicali andrebbe subito fatto notare come il decennio inutile e vituperato per eccellenza abbia prodotto almeno una novità decisiva, offrendo la prima grande notorietà a quello che, tre decenni dopo, è il settore più creativo della musica pop e dintorni. Il guaio è che il rap continua a essere considerato, con il solito paternalismo liberal, roba da negri che chiamano “puttane” le donne e pensano solo a far soldi alternando rime e spaccio. Proviamo a spiegare un po’ meglio le cose. Già nella seconda metà degli anni ’70, nelle strade del South Bronx newyorkese un dj di nome Grandmaster Flash perfeziona l’arte di sfruttare frammenti di musica altrui con un sapiente uso del giradischi. Questa tecnica, unita alla messa in rima del disagio urbano, scatena la grande rivoluzione nera dell’hip hop che si propagherà in breve fino all’altra costa degli Stati Uniti, dando vita a una delle grandi epopee della musica americana, con i suoi trionfi e le sue tragedie, la sua militanza e il suo gusto per le tute Adidas, i suoi atteggiamenti politicamente scorretti (ma anche molto divertenti) e le sue straordinarie alchimie di suoni.
Per l’hip hop gli ‘80s sono stati un momento di transizione epocale; gli esordi a stretto contatto con la disco sviluppati sul finire del decennio precedente hanno dato origine a una moltitudine di possibilità differenti. A cominciare dal rap-rock dei Run DMC: enorme il successo di Walk This Way con la cover degli Aerosmith, nel 1986, già poco street-oriented perché guidato dalla geniale intuizione del produttore Rick Rubin; a distanza di anni i Run DMC avrebbero candidamente dichiarato di non sapere nulla degli Aerosmith, che a loro volta vennero rilanciati da quel successo. 

httpv://www.youtube.com/watch?v=4B_UYYPb-Gk&spfreload=10

Run-DMC/ Aerosmith – Walk This Way  

Rick Rubin è il vero re Mida dell’hip-hop di quegli anni, almeno per New  York. I Beastie Boys con Licensed To Ill (ancora nel 1986) sono ugualmente una sua creatura, con gli inni (You Gotta) Fight for Your Right (To Party!) e No Sleep Till Brooklyn. Anche in questo caso si può parlare di rap rock, ancor più perché come tutti sanno i Beastie Boys sono bianchi e al contempo mostrano l’ampliarsi del successo del genere e il suo ingresso in un ambito pop differente dagli esordi. Rubin entra anche nel capolavoro dei Public Enemy, It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back (1988), che segue l’esordio dell’anno precedente, il promettente Yo! Bum Rush The Show; It Takes… è uno dei dischi più importanti e innovativi del decennio, ben oltre il solo ambito rap, e per una breve stagione sembra proporre i Public Enemy come nuovi portavoce dell’America Nera. Anche nell’ambito unicamente musicale il suo impatto è enorme; i brani sono quasi tutti a livello stratosferico, i testi percuotono come non era mai successo prima; anche nel loro caso il rap si fonde con il rock, ma in modo del tutto differente rispetto agli altri esempi; del rock si cerca l’impatto, non la tradizione musicale giudicata “bianca”, come sottolinea con indubbia efficacia Chuck D in Fight The Power: “Elvis was a hero to most / But he never meant shit to   you see / Straight up racist that sucker was / Simple and plain / Mother fuck him and John Wayne” (da Fear Of A Black Planet, il successore di It Takes…).

httpv://www.youtube.com/watch?v=8PaoLy7PHwk

Public Enemy – Fight The Power

Non c’è però soltanto il rap aggressivo di questi dischi; Eric B & Rakim con Paid In Full continuano la tradizione dell’Old School, ma con una ricchezza a livello di basi e di testi che avrebbe fatto scuola nel decennio successivo, quello della cosiddetta “età dell’oro” dell’hip hop. Senza dimenticare la nascita del gangsta rap: Ice T con Rhyme Pays (1987), Power (1988) e l’apice The Iceberg (1989) crea sostanzialmente il genere con un flow suadente e assassino allo stesso tempo; se solo gli avessero detto allora che sarebbe finito a fare il poliziotto in Law & Order! Tuttavia, il coronamento del gangsta sarebbe arrivato proprio alla fine del decennio, reinventato dal genio di Dr Dre, Ice Cube, Eazy-E, Dj Yella e Mc Ren: gli N.W.A. (Niggaz With Attitude), cinque ragazzi di Compton LA che con l’esordio di Straight Outta Compton (1990) elaborano un genere che mescola umorismo da cartoni animati con la violenza della strada, in un disco epocale che quanto a impatto trova un rivale solo in It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back. Se quest’ultimo piace di più perché esibisce una coscienza sociale, magari indigesta ma comunque presente, gli N.W.A. non hanno di queste preoccupazioni e Fuck The Police diventa il loro inno più noto; fra i due modelli, sarà quello losangelino a trionfare nella Golden Age degli anni 90.

httpv://www.youtube.com/watch?v=TMZi25Pq3T8

N.W.A. – Straight Out Of Compton

Per trovare cose altrettanto interessanti in ambito bianco bisogna cercare qua e là, imboccando anche strade che allontanano dalle metropoli, proprio com’era stato agli inizi del rock’n’roll. Nella cittadina universitaria di Athens, Georgia, i R.E.M. riscoprono le chitarre jingle jangle dei Byrds e, reinventando un suono che fonde psichedelia e folk rock, diventano passo dopo passo personaggi amatissimi dalla gioventù americana ‘pensante’, quella che anche nei momenti cupi terrà alta la bandiera della ragionevolezza, attraverso il buco nero dell’11 settembre fino all’elezione a presidente di Barack Obama e ai moti, peraltro poco ‘musicali’, di Occupy Wall Street (tutti i dischi dei R.E.M. anni ’80 sono affascinanti; dovendone consigliare uno si potrebbe scegliere Lifes Rich Pageant – 1987). Un po’ più tardi, da una città poco rock come Boston arrivano i Pixies, importanti quanto i R.E.M. nella sagomatura dell’alt-rock statunitense presente e futuro, ma meno considerati perché meno presentabili rispetto a Stipe e compagni sia nell’aspetto nerd militante, sia nei testi di surreale crudezza, sia infine nel suono: acido, spigoloso, sprezzante eppure stracarico di energia vitale (Surfer Rosa -1988, Doolittle – 1989). La fredda e poco allettante Minneapolis regala altri nomi decisivi come Hüsker Dü e Replacements. I primi rielaborano la ruvidezza hardcore (di cui si dirà oltre) in forme quasi epiche nel doppio-summa Zen Arcade (1984) per poi passare a forme più articolate (e anche alla major Warner Bros) in un’ultima parte di carriera ricca di sorprendenti spunti melodici (Candy Apple Grey – 1986).

httpv://www.youtube.com/watch?v=J1sYN0PuRs4

Hüsker Dü – Makes No Sense At All 

Anche il gruppo di Paul Westerberg parte in chiave punk per poi accogliere seduzioni di diverso tipo (in particolare il pop sghembo dei Big Star) e firmare per una grossa etichetta, la Sire. Alcool, droghe e pressioni discografiche li massacreranno creativamente dopo un paio di grandi dischi fra ballate e rock cuore in mano come Let It Be (1984) e Tim (1985). La città operaia di Milwaukee, Wisconsin (quella di Happy Days) regala al mondo i Violent Femmes, un trio di disadattati che cerca di “ritrovare l’essenza del rock’n’roll” e sia nell’eponimo primo disco (1983) sia nel successivo Hallowed Ground (1984) riesce nell’impresa, per quanto in versione disadorna, spettrale e a tratti arcana. Intanto, dalla piccola e insignificante Ellensburg, nell’estremo nord-ovest degli Stati Uniti, gli Screaming Trees del tenebroso cantante Mark Lanegan fondono punk, Stooges e psichedelia nell’inquieto ed emozionante Buzz Factory (1989) mandando i primi segnali di quello che sarà di lì a poco il grunge, il suono del disagio trendy anni ‘90.

anni 80 screaming trees

Ma Los Angeles che fa ? New York che dice?
Le due città-faro del rock paiono un po’ in difficoltà sotto il giogo synth-pop e i musicisti bianchi non hanno molti contatti con quella scena hip hop che, come abbiamo visto, in entrambe le metropoli stava prendendo il volo anche commercialmente. Racconta Steve Wynn, dei Dream Syndicate: “Nelle interviste dei primi anni ‘80 una domanda che mi veniva posta sin troppo spesso era: ’Perché suonate le chitarre? E’ una dichiarazione d’intenti?’ Sembrava una scelta anacronistica, perversa”. Ed è a Los Angeles e dintorni che un focolaio di resistenza si raccoglie proprio intorno all’antico feticcio della chitarra, a un grande amore per gli anni ’60 e a un suono che recupera tanto il buio dei Velvet Underground quanto la solarità dei Byrds. Nasce il delicato ed effimero mondo tutto camicie fiorate e occhiali scuri del Paisley Underground a cui fanno riferimento gli psichedelici Dream Syndicate (The Days Of Wine And Roses – 1983), i trasognati Rain Parade (Emergency Third Rail Power – 1983), i simil-rurali Long Ryders (Native Sons – 1983) e gli aspri Green On Red (Gravity Talks – 1983), unici a dare inizialmente spazio alle tastiere, peraltro sotto le sembianze di un acidissimo Farfisa. Con loro nasce l’approccio che potremmo definire da musicista-musicofilo, ovvero un citazionismo creativo (magari solo nelle intenzioni) sovente interessante, ma talora sin troppo da topo di discoteca di papà, che informerà molto rock alternativo fino ai giorni nostri. Californiani coevi del Paisley Underground, ma lontani dalla sua ‘ideologia’ sono i Thin White Rope, aspri cantori delle spine del deserto come luogo simbolo di un disagio interiore (In The Spanish Cave – 1988).  

httpv://www.youtube.com/watch?v=9G6zA-LKOLI

The Dream Syndicate – Tell Me When It’s Over

A New York pare esserci meno movimento. A dominare la scena sono l’avanguardia e la no wave, interessanti ma autocompiaciute, finché da tale contesto emerge un gruppo decisivo per tutto il rock a venire, i Sonic Youth. Il quartetto parte da una dimensione noise fatta di antagonismo distorto e scordature studiate a tavolino per poi evolversi in forme pur sempre acri e frastagliate, ma ricche di apocalittica potenza e costruite su un incredibile gioco di incastri strumentali. Il disco-manifesto è il doppio Daydream Nation del 1988, ma a livello di coinvolgimento emotivo il capolavoro è Sister, di un anno precedente.

anni 80 sonic youth
Da ultimo occorre dire che, in linea generale, il rock USA anni ’80 non produce molto a livello politico esplicito (per quanto gruppi come gli stessi Sonic Youth, ad esempio, non manchino di esprimersi contro il conformismo dilagante), anzi il periodo viene segnato dalla virata pro-Reagan del vecchio rivoluzionario hippie Neil Young, dal qualunquismo dissipato dei Guns’n’Roses e dall’(involontaria) ambiguità concettuale di Born In The Usa di Springsteen, che da ritratto doloroso di un reduce del Vietnam viene trasformata, senza il consenso del musicista, in inno patriottico. L’unica eccezione virtuosa è rappresentata dalla nascita, nel 1985, di Farm Aid, associazione non-profit a sostegno degli agricoltori del Midwest, in cui s’impegneranno, sia economicamente sia con esibizioni benefiche, Bob Dylan, Willie Nelson, John Mellencamp e altri.
Esiste tuttavia un’eccezione importante, un buco nero di rabbia anti-sistema che si trasforma in musica. Nel documentario American Hardcore (2006) i protagonisti del primo hardcore raccontano come questa musica veloce, rabbiosa e assai più grezza del punk ‘originario’ nasca da un senso di frustrazione che diventa vero e proprio odio nei confronti del conservatorismo politico insediatosi alla Casa Bianca con Ronald Reagan, del trito revival anni ’50 che caratterizzava la moda del periodo e dello stadium rock capelluto di gruppi come Foghat e Journey. Tanto malessere viene interpretato da gente come Black Flag (Damaged – 1981) o Black Religion (How Could Hell Be Any Worse’ – 1981) sotto forma di canzoni epocali pur nella loro stringatezza anfetaminica e di un’etica alternativa che vede anche la nascita di etichette indipendenti quali la Dischord e la SST. Il nume tutelare di questa ondata dissacratoria ad alzo zero è Eric “Jello Biafra” Boucher, il quale che mette le cose in chiaro fin dal nome scelto per il suo gruppo, Dead Kennedys, e dal celebre singolo-provocazione California Über Alles. I primi Dead Kennedys non sono però solo livore e rabbia e l’opera prima Fresh Fruit For Rotten Vegetables (1980) può essere considerato un capolavoro di punk pop a 200 all’ora.
“Il margine è il luogo dove l’artista deve andare,” ha detto Robert Fripp e quasi tutta l’America che abbiamo qui raccontato si muove nel segno del disagio, del disadattamento, del rifiuto ad accettare la normalizzazione col trucco dell’ex attore Reagan e lo statu quo sociale, culturale e sonoro. Dunque, negli Eighties a stelle e strisce la controtendenza c’è e funziona come aveva funzionato in passato, però in forme più sotterranee e slegate fra loro, senza quel mainstream alternativo che aveva caratterizzato i tardi anni ’60 e i primi momenti del dopo-Woodstock. 

 anni 80 dead kennedys

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