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Monografia: David Eugene Edwards – L’apocalisse cantata

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Il genio non deve per forza avere geni strani. Anche con una famiglia normale alle spalle si può diventare grandi artisti, come spiegano le biografie giovanili di Leonard Cohen o Bob Dylan (o Mick Jagger).

Tuttavia, per diventare David Eugene Edwards, leader dei 16 Horsepower prima e dei Wovenhand  poi, qualcosa di strano ‘a monte’ ci vuole. Ci vuole, ad esempio, una genealogia che sembra uscita da un romanzo di Flannery O’Connor. Ci vuole un’adolescenza passata insieme al nonno materno, apocalittico predicatore della Chiesa del Nazareno. Oppure a quello paterno, un nativo americano addestratore di orsi nonché appassionato di antichi rituali del suo popolo. Ci vuole un padre biker ribelle che muore giovane. Ci vuole, infine, una scoperta tardiva e selettiva del rock (fino ad allora proibito dal nonno fanatico), con viaggio senza fermate intermedie dal gospel cantato in chiesa a Joy Division, Nick Cave e AC/DC.
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David Eugene Edwards canta un’America plumbea

Oggi Edwards pubblica il suo ottavo album insieme ai Wowenhand, Star Treatment. Ma è dal 1992 che il musicista del Colorado ha iniziato a dipingere grandi  tele sonore alla stregua di uno Hieronymus Bosch dell’America profonda. Tele dove sotto cieli plumbei si muove un’umanità peccatrice e timorosa di un dio severo perché giusto. “Non ho problemi a dichiararmi cristiano. Credo che Dio tornerà sulla Terra, ma oggi il nostro mondo è abitato dal Maligno. D’altronde la mia fede proviene dalla Bibbia e la Bibbia parla di Satana”.

Forse è questa dimensione visionaria ed estranea a qualsiasi  proselitismo (i testi sono complessi e carichi di oscure citazioni bibliche) a far sì che Edwards si trovi poco o nulla in sintonia con il cosiddetto “christian rock”: “Non mi piace quella roba. Non mi è mai piaciuta Amy Grant. Quasi tutti i musicisti che si dichiarano cristiani tendono a parlare solo di felicità e questo a me non interessa”.

Una sua dichiarazione di parecchi anni orsono a proposito dell’11 settembre lo distanzia anche dal patriottismo unilaterale di certi ambienti ultrareligiosi: “Posso solo dire che il male chiama altro male”.   Proprio questo gusto per un’oscurità onnicomprensiva gli ha guadagnato a sorpresa consensi da mondi che con il divino sembrano avere da sempre un conto in sospeso: “Non ho problemi a essere apprezzato da  gruppi dark metal come i Marduk. Sono antireligiosi? In realtà cercano qualcosa di superiore, proprio come me.”

“Ogni uomo è il maligno, ogni uomo è un mentitore”

Per quanto pervasiva, la componente religiosa non esaurisce comunque la figura di Edward che si colloca con carisma, autorevolezza e aspetto da bounty killer in quel rock delle radici  inaugurato, a fine anni ’60, dalla  Band e dai Byrds di Sweetheart of The Rodeo e qui reso turgido, viscerale. Nelle sue espressioni migliori è un suono  che rivolta zolle folk e blues, scavando in profondità soniche, geografiche e interiori.

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Nel caso di DEE, più che di profondità si può parlare di abissi: “Il mondo di cui parlo è soprattutto quello del sud degli Stati Uniti. Non è solo un luogo geografico, piuttosto un modo di vedere e pensare la realtà. Lì vivono persone antiquate, poco istruite e forse poco intelligenti. Persone che per tale ragione vengono derise e allora preferiscono tenere per sé ciò che pensano. Ci sono posti negli stati del Sud  che hanno mantenuto qualcosa dei primi giorni dell’America bianca. Paesi isolati, assolutamente arcaici”.

A rendere affascinante i dischi incisi da Edwards con i Sixteen Horsepower (su tutti Sackcloth ‘n’ Ashes) e con gli Wovenhand (Star Treatment è, insieme al precedente Refractory Obdurate, il suo lavoro più vigoroso) è la capacità di calarsi mimeticamente, a volte quasi dolorosamente, in questo mondo contemporaneo e al tempo stesso remoto. Si tratta di un approccio diverso da quello di molto alt-folk (genere peraltro già demodé) che esplora ambienti simili in un modo che fa sovente pensare a giovani marmotte alternative.

David Eugene Edwards: A un passo dalla follia?

Edwards appartiene invece a quella schiera di artisti che davvero viaggiano lungo il confine con qualche tipo di devianza, sia essa tossica oppure psichica oppure culturale, quelli  cui affidiamo la nostra attrazione-paura verso il lato selvaggio del quotidiano; gente come Mark Lanegan o Michael Gira degli Swans o come un  altro cultore delle sacre scritture musicate, Nick Cave. E se volete altri referenti carichi di allegria, nei lavori recenti sale alla ribalta un elemento goth degno dei Cure di Pornography unito a ossessive ritmiche cerimoniali dei nativi americani.

Se a questo punto il quadro sembra sin troppo sinistro, ecco per concludere una sorprendente autodescrizione di David Eugene Edwards: “Contrariamente a ciò che molti immaginano,  sono una persona felice. Ho una moglie splendida e due figli che mi amano e mi sostengono. Cosa potrei desiderare di più a questo mondo?”.  La frase assume connotati ancor più forti e significativi se si considera che uno dei figli del musicista è affetto da sindrome di Down.

 

 

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