Live Aid 1

FEED THE WORLD? IL LIVE AID COMPIE TRENT’ANNI

Live Aid 1

Lo ricordano molti quotidiani in termini spesso generici. Qui il racconto di chi c’è stato.

di Marina Montesano

Il Live Aid compie trent’anni. Primo immenso concerto di beneficenza della storia, organizzato il 13 luglio 1985 da Bob Geldof a cavallo tra Inghilterra e Stati Uniti. Chi scrive era a Londra, quel giorno, grazie a un biglietto regalato da un amico (Giovanni Ferrari, che pure scrive su TomTomRock: nella foto è indicato dalla freccia) per festeggiare il piacere di essere lì insieme, nonché il mio esame di maturità. Arrivando da Bari, non c’è dubbio che quella è stata la prima grande esperienza di un live di tale portata, trasmesso in diretta quasi ovunque, ed è anche rimasta l’unica: un po’ perché, nonostante la moda di Farm Aid e altri Aids venuti dopo, difficilmente si sono più raggiunte quelle proporzioni, un po’ perché uno basta e avanza.

Ma andiamo per ordine. Perché il Live Aid? Come si legge oggi sul principale quotidiano d’Italia nella versione online: “Live Aid compie trent’anni, ma non li dimostra. E’ stato il simbolo di un’epoca che ha unito il cuore di milioni di persone in tutto il globo, facendo della musica una lingua comune. Da quel 13 luglio del 1985 nulla è stato più come prima (…). C’erano i grandi nomi dello spettacolo – dai Led Zeeppelin (sic) ai Queen, dagli U2 a Madonna, da Bob Dylan a Paul McCartney – uniti da un solo scopo, quello di veicolare un messaggio di solidarietà e unione”. E avanti così, senza ricordare neppure una volta che la ragione contingente era la carestia che dal 1984 imperversava in alcune regioni dell’Etiopia. Ma non è solo colpa del quotidiano, visto che già all’epoca netta era l’impressione che si fosse tutti lì per vedere i big della musica, conditi da buoni sentimenti e da alcune immagini terribili che scorrevano a tratti sui megaschermi.

Fu utile il Live Aid? E’ inutile speculare se gli artisti erano lì per la causa o per comparire, se non avrebbero fatto meglio a far beneficenza in silenzio, se il volo in concorde di Phil Collins per presenziare in entrambe le città fosse proprio necessario, e così via. Sono domande che ognuno dovrebbe rivolgere alla propria coscienza, non a quelle altrui.  I soldi furono raccolti e spesi, nonostante le polemiche successive, relative soprattutto al fatto che la causa principale della carestia in Etiopia era la guerra, non la siccità, pure spaventosa; secondo alcuni, molti di quei fondi, dovendo esser distribuiti localmente, finirono anche nelle mani degli eserciti in lotta. E forse in generale si può dire che questo genere di raccolte d’aiuti, in situazioni simili, serve a poco. Anche fatta salva la buona fede di chi s’è impegnato nell’organizzazione.

httpv://www.youtube.com/watch?v=AGOx0ZpMrrU

E la musica? Io ero lì per vedere David Bowie: per lui avevo sopportato levataccia, attesa lunghissima all’ingresso (con vicino che vomitava gli eccessi della sera precedente) e poi sul prato, corsa attraverso Wembley per avere un buon posto davanti e poi una giornata caldissima assai poco londinese. Inutile tornare sulla scaletta, che tutti conoscono o possono leggere ovunque; arrivata per Bowie, partii estasiata dai Queen, mai ascoltati se non casualmente, e in particolare da Freddy Mercury; una simile capacità di stare sul palco credo sia un dono veramente raro e a detta di tutti, davanti ai 70.000 e oltre presenti, Freddy dette veramente tutto se stesso. Poi fui contenta di ascoltare I Don’t Like Mondays, di vedere gli U2 che all’epoca dovevano ancora dare sia il meglio sia il peggio della loro carriera, stranita dall’impermeabile di Midge Ure (evidentemente d’obbligo, nonostante il caldo, per un’immagine new wave doc), ovviamente felice per Bowie e i Roxy Music, troppo stravolta per godermi gli Who verso la fine. Poi c’è il lascito di canzoni come Do They Know It’s Christmas? e We Are The World, composte per l’evento e cantate all’unanimità, indimenticabili nella loro bruttezza.

httpv://www.youtube.com/watch?v=YimR77fq7Yw

Mi è stato detto che ogni generazione ha il festival che si merita: come per dire che c’è chi si è goduto Woodstock e chi s’è dovuto accontentare del Live Aid. Ma Woodstock era già una bufala, poche illusioni, e per di più con troppo fango. Quanto al Live Aid, non sarà stata proprio quella cosa celebrata dai quotidiani oggi, ma noi della generazione che si affacciava allora o quasi alla musica e a tutto il resto non possiamo sottrarci al suo fascino un po’ grossier.

 

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