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IL TAXI PER LA GALASSIA E’ DI NUOVO IN PARTENZA? Ascesa, caduta e (possibile) ritorno di Bertrand Cantat

 

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È come se in Italia  la stessa cosa l’avesse fatta Ligabue: un artista di enorme notorietà e dall’immagine pubblica ineccepibile  che d’improvviso compie qualcosa di irreparabile. Sì perché Bertrand Cantat, cantante, poeta e uomo di carisma dei Noir Désir, è anche colui che nel 2003 ha ucciso la compagna Marie Trintignant. E visto che è impossibile prescindere dai fatti dell’orrida notte di Vilnius e da ciò che ne è seguito, proprio da quelli prendiamo spunto per raccontare, in tre parti tematiche, la storia affascinante e terribile di Cantat.

1. LA CRONACA

– Nella notte fra il 26 e il 27 luglio 2003, in un albergo di Vilnius, Lituania, scoppia un furibondo litigio fra Bertrand Cantat e Marie Trintignant. La dinamica degli eventi non è chiara:  secondo uno dei figli dell’attrice, Romen, Marie sarebbe stata spintonata dal compagno e cadendo avrebbe battuto la testa. Gli atti processuali parlano di diverse ecchimosi al volto che farebbero invece pensare a intenzionali percosse. La donna  viene ricoverata in coma in un ospedale di Vilnius. Un’operazione al cervello risulta vana e la morte sopravviene il 1 agosto.  Anche Bertrand Cantat viene ricoverato nello stesso ospedale il giorno seguente in condizioni “pre-comatose”, pare per un tentativo di suicidio a base di liquori e medicinali. Il musicista e l’attrice si frequentavano dall’ottobre 2002, dopo che Cantat aveva lasciato la moglie Krisztina Rády, da cui aveva avuto due figli. Quando muore, Marie Trintignant ha 41 anni (quattro in più di Cantat) ed è madre di quattro figli avuti da tre uomini diversi. Il padre di Marie è l’attore Jean-Louis, la madre Nadine un’affermata regista. Marie si era recata a Vilnius allo scopo di girare un film sulla scrittrice Colette per la rete televisiva France 2.  Il litigio sarebbe nato per un accesso di gelosia scatenato nel musicista da un affettuoso sms che la compagna aveva ricevuto dall’ex marito.

– L’11 settembre 2003, la casa di Cantat nelle Landes viene distrutta da un incendio forse doloso.

– Il 29 marzo 2004 il tribunale di Vilnius condanna Cantat a otto anni di carcere per omicidio preterintenzionale in stato di ubriachezza (un’aggravante per la legge lituana), mitigando la richiesta del pubblico ministero (nove anni). Quattro violenti schiaffi sono indicati come causa principale del trauma cranio encefalico che porta Marie Trintignant prima al coma e poi alla morte.Nessuna delle parti fa ricorso. Cantat versa ai figli di Marie una cifra mai resa pubblica che chiude anche la causa civile.

– Il 28 settembre 2004 Cantat è trasferito nel carcere di Muret (Alta Garonna).

-Il 16 ottobre 2007, scontata metà scarsa della pena, Cantat ottiene la  libertà condizionale. La decisione è favorita dal comportamento irreprensibile da lui tenuto in carcere. La sentenza cita inoltre  “gli sforzi di reinserimento sociale fatti dal condannato”  e parla di “prospettive di reinserimento professionale”. Protestano le associazioni femministe. Il mese precedente, quando  già circolavano voci relative alla scarcerazione, la madre di Marie aveva scritto al presidente francese Nicholas Sarkozy chiedendogli di bloccare la decisione. A difendere strenuamente Cantat è invece la moglie, che continua a definirlo “l’uomo della sua vita” e che al processo aveva dichiarato: “Non ho mai subito violenza da parte di Bertrand. Al contrario, nei suoi rapporti privati come in quelli pubblici, lui ha sempre privilegiato la discussione e il fatto di comprendere certe cose nella vita di coppia”. Una volta ritornato libero, Cantat ha come unico obbligo quello di non dover mai menzionare i fatti di Vilnius o Marie Trintignant.

– Il 10 gennaio 2010 la tragedia entra di nuovo nella vita di Bertrand Cantat. Krisztina Rády, si suicida nella propria casa di Bordeux, dove in quel momento Cantat sta dormendo. I contenuti del messaggio d’addio della donna non vengono resi noti.

–Nell’estate 2011, un disguido organizzativo fa comparire nel programma del festival di Avignone sia Bertrand Cantat, autore delle musiche dello spettacolo teatrale  Le Cycle des femmes: trois histoires de Sophocle, sia Jean-Louis Trintignant. A breve distanza da tempo l’uno dall’altro, entrambi rinunciano a presenziare alla manifestazione.

2. LA QUESTIONE MORALE

Prendere coscienza dell’irreparabilità di un gesto appena compiuto è uno dei momenti più spiacevoli nella vita di chiunque. Per molti di noi la cosa si limita al fischio del vigile dopo un semaforo rosso bruciato o, in un caso un po’ peggiore, al “cretino” urlato a qualcuno che poi ci querela. Per non parlare del classico “cara/caro, non è come pensi” piagnucolato in situazioni imbarazzanti. Ma se il “non l’avessi mai fatto” riguarda una vita altrui strappata via, allora si entra davvero in un altro ambito.

Non sappiamo cosa sia passato nella mente di Bertrand Cantat quando colpì o spinse Marie Trintignant provocandone la morte. Possiamo però immaginare si sia reso conto del disastro, visto il patetico tentativo di suicidio con alcool e farmaci che mise in atto subito dopo. E nemmeno sappiamo molto della sua elaborazione della sciagura nel corso degli anni (anche perché la sentenza di scarcerazione non lo autorizza a farlo). Si parla di un comportamento carcerario ineccepibile, s’intuisce uno strazio totale e forse irrimediabile. Particolarmente interessante è quanto scrive, nel documento di scarcerazione del 2007. la dottoressa Geneviève Peresson, che ha avuto in esame Cantat nel settembre 2005: “Il detenuto presenta tratti di personalità dipendente, fragilità narcisistica e immaturità affettiva.Tutti questi segni hanno favorito una relazione passionale che ha attivato potenti angosce, le quali hanno facilitato il passaggio all’atto [violento], più un passaggio depressivo secondario dopo il decesso della compagna. Questi tratti della personalità sono attualmente in fase di elaborazione tramite la psicoterapia e possono consentire di accedere a una qualche maturazione”.

Quando nel 2008 uscì un singolo a nome Noir Désir e si parlò anche di un possibile nuovo album del gruppo le polemiche riavvamparono: consueta frattura fra innocentisti e colpevolisti, consuete argomentazioni: “un assassino non può ricominciare a esibirsi” contro “allora anche un idraulico uscito dal carcere non dovrebbe più lavorare”; “dà il cattivo esempio” contro “forse può spiegare meglio di altri il dolore”; “si fosse pentito farebbe il missionario” contro “fa l’unica cosa che sa fare”. E non può mancare il revival delle ricostruzioni di parte: “l’ha ammazzata di botte” contro “l’ha fatta cadere e lei ha battuto la testa”.

Se nei commenti a caldo dell’estate 2003 prevaleva un moralismo anche un po’ rancoroso nei confronti dell’uomo di successo rovinosamente caduto in disgrazia o la delusione per la perdita di un grande rocker, mâitre à penser e pure sex-symbol, il tempo, il comportamento di Cantat in carcere e l’indiscutibile valore della musica dei Noir Dez  sembrano aver giocato a favore degli ‘innocentisti’; lo dimostra il numero incredibile di accessi in rete per i clip di Comme elle viens,  Le vent nous portera e gli altri classici del repertorio o il boato di approvazione con cui è stata salutata la sua comparsa sul palco dello Zenith nel novembre 2011 durante un concerto degli Shaka Ponk. Non mancano tuttavia le voci dissenzienti come dimostra la recensione dell’album Folila di Amadou & Mariam apparsa sul sito internet Pitchfork; qui l’autore, Joe Tangari si dice turbato per la presenza di Cantat come vocalista e addirittura mette in discussione la scarcerazione dopo quattro anni del musicista. Qualche sussulto lo crea poi il fatto che Cantat firmi, insieme ad altri, le musiche di uno spettacolo teatrale come Le cycle des femmes: trois histoires de Sophocle, tutto centrato su tragiche figure femminili.

In ogni caso la ‘questione morale’ resta senza una risposta definitiva: se rileggere i resoconti dell’estate 2003 riaccende la riprovazione verso Cantat che il tempo aveva sopito e riporta a galla le  ecchimosi sul viso di Marie Trintignant, è altrettanto vero che il video di Palabra mi amor insieme agli Shaka Ponk fa crescere il desiderio, secondo qualcuno immorale, di rivederlo in scena.

 

Di certo, quando comparirà il primo lavoro solista, annunciato perl la seconda metà del 2013, tutte le polemiche si riaccenderanno, sia nei confronti di Cantat sia nei confronti di coloro (e sono moltissimi) che non hanno mai potuto fare a meno di amarlo. Intanto vale certamente la pena ripercorre i momenti essenziali della carriera dei Noir Désir, in Italia noti quasi solo per Le vent nous portera ed esaminare i passi artistici post-scarcerazione di Bertrand Cantat.

LA MUSICA

Quella di Bertrand Lucien Bruno Cantat (cantante, poeta e cultore di Rimbaud, Mallarmé e MC5),  Serge Teyssot-Gay (chitarrista innamorato dei Sonic Youth) e Denis Barthe (batterista in tutti i sensi massiccio) è la storia di un’amicizia adolescenziale che si cementa a inizio anni ‘80 nel nome di Jim Morrison e altri maestri del rock oscuro, da Lou Reed agli Stooges, dai Saints ai Gun Club (il primo organico è completato da Frédéric Vidalenc al basso, che verrà avvicendato nel 1996 da Jean-Paul Roy). In tal senso è significativo che il mini album d’esordio Où veux-tu qu’je r’garde (1987) sia prodotto da Thèo Hakola, americano a Parigi e cantante dei Passion Fodder, poco noto ma valido gruppo d’indole velvettiana (1). Una discreta notorietà arriva già nel 1989 con il singolo Aux sombres heròs de l’amer, tratto dall’album Veuillez rendre l’âme (a qui elle appartient), ineccepibile ballata rock a metà strada fra Neil Young e i Waterboys. Du ciment sous les plaines (1991) porta con sé due titoli importanti come Si rien ne bouge, dal lento crescendo, e il singolo En route pour la joie, carica di soprassalti e di isteria mal trattenuta nel solco dei Birthday Party.  The Holy Economic War  si occupa invece di chiarire lo spirito altermondista e anticapitalista di Cantat. Il successivo   Tostaki (1994) può essere considerato il primo passo discografico davvero maturo nel segno di quell’estetica “romantico-tormentata” che, secondo  una fortunata definizione, caratterizza il quartetto. Spiccano Lolita nie en bloc, la brechtiana e atipica Marlène e soprattutto la title-track (destinata a restare nel tempo uno dei classici delle esibizioni dal vivo), costruita su un secchissimo riff di chitarra che lascia posto a un epico ritornello cantato in spagnolo (il titolo è una sorta di trascrizione-contrazione di “todo esta aqui”)  che fa pensare ai Mano Negra in chiave più acre. Altro episodio forte del disco è la luciferina e ipnotica One Trip/One Noise, destinata nei concerti a venire dilatata fra improvvisazioni vocali e strumentali. Ed è proprio grazie al palco che cresce la reputazione del gruppo: Barthe e Teyssot-Gay non sono dei mostri ma sanno fare la cosa giusta al momento giusto e Cantat è un frontman possente e sin troppo istrionico nel canto, al punto che, nel ’94, deve sottoporsi a un’operazione alle corde vocali.

Chiusa la prima fase della carriera con il live Dies Irae (1994), i quattro sembrano guadagnare molto dalla pausa forzata: 666.667 Club (1996) è non solo il  lavoro migliore dei Noir Désir (e forse di tutto il rock francese), ma andrebbe considerato uno dei grandi dischi degli anni ’90, eccellente sintesi di forza espressiva e sapienza melodica, capace di collocarsi allo stesso livello di Nick Cave e 16 Horsepower (2) Tre sono i brani che escono come singoli: Un jour en France fonde testo politicizzato (sull’ascesa dell’estrema destra in Francia) e groove irresistibile; A ton étoile mostra un Cantat capace di entrare in sintonia con la grande tradizione della canzone francese, Léo Ferré in particolare, per sposarla con il noise tanto amato da Teyssot-Gay; infine L’homme pressé replica la struttura di Tostaki: riff grintoso con apertura melodica nel ritornello e in più lo straniante coro di bambini in chiusura. L’album propone almeno altri tre titoli ‘da paura’ quali la nervosa Fin de siècle,  con uso quasi free dei fiati, Ernestine, dall’andamento lento e introverso che si scioglie in un ritornello cantato in falsetto,e Comme elle vient, carica di energia punk e perfetta per i cori delle platee live. Ovvio e strameritato il primo posto nella classifica francese.

A questo punto Cantat è ormai un importante personaggio pubblico, sempre in prima linea a difendere le cause degli immigrati vittime del razzismo ma anche dei giovani gruppi rock francesi (3). Tanto attivismo e un’altra operazione alle corde vocali  si traducono in un nuovo lungo iato prima del successivo lavoro di studio (nell’intermezzo escono la tripla antologia di materiale del primo periodo En route pour la joie e l’album di remix One Trip/One Noise,con la bellissima versione di A ton ètoile che vede Cantat è accompagnato da Yann Tiersen alla fisarmonica e da un quartetto d’archi).

Des Visages des figures esce nel 2001 (l’11 settembre!) e prosegue sulla linea di A ton étoile ed Ernestine,  accentuando dunque i legami con la tradizione autoriale (Des Armes proviene dal repertorio di Ferré e Bouquet des nerfs ne è ispirata, Le grand incendie è Gainsbourg rivisto in chiave distorta) ed enfatizzando toni oscuri che, col senno di poi, paiono carichi di orridi presagi. Se suoni più avvolgenti rispetto al passato rimandano a Muse e Coldplay (L’enfant roi, À l’envers à l’endroit, Lost),  è il tocco etnico donato dalla chitarra di Manu Chao e dal clarinetto di Akosh Szelevényi al primo singolo Le vent nous portera che regala al gruppo  il grande successo  internazionale (successo a cui contribuisce il suggestivo, foschissimo videoclip del brano).

Lavoro ambizioso (la lunga e un po’ faticosa suite L’Europe tra suoni d’avanguardia e la voce recitante di Brigitte Fontaine), discontinuo, forse di transizione (ci fosse stato un prosieguo di carriera), Des Visages des figures vende comunque moltissimo in Francia e molto nel resto d’Europa.  Ed è quando Cantat e i Noir Dèsir sono davvero in viaggio sul “taxi pour la galaxie”, come recita un verso di Le vent nous portera, che arriva la tragedia di Vilnius. La potenza espressiva del doppio cd dal vivo En public (uscito nel 2005 con registrazioni del 2002) contribuisce ad aumentare rabbia e rimpianti (o fastidio e disgusto, a seconda dei punti di vista). Perfetto e trascinante resumé della storia del gruppo (ormai diventato quintetto con l’ingresso del tastierista Cristophe Perruchi), si fa ricordare per due cover di peso: 21st Century Schizoid Man dei King Crimson e Ces gens-là, l’invettiva antiborghese di Jacquel Brel già incisa in studio nel 1998 per Aux suivant(s), album tributo al musicista belga.

 

Ancor più significativo è il doppio dvd Noir Désir en images (concerti, clip, riprese dietro le quinte), in particolare per le immagini che chiudono il concerto di Evry del 2002. Con il gruppo già nei camerini, il pubblico continua a cantare ripetendo all’infinito “comme elle vient, encore et encore”.

 

La speranza di un “encore” dei Noir Désir cresce quando, nel novembre 2008, un anno dopo la scarcerazione di Cantat, il sito www.noirdesir.org propone due pezzi del gruppo scaricabili gratuitamente. Il primo s’intitola Gagnants/Perdants ed è una ballata che cresce a poco a poco mostrando un Cantat attento, come sempre,  al contesto sociale contemporaneo e alle nuove schiavitù. Le temps des cerises è invece una canzone scritta nel 1868, legata alle vicende della Comune di Parigi e già interpretata, fra gli altri, da Juliette Gréco e Léo Férré.

Si comincia a parlare di un album in studio che però non vede mai la luce. Verso la fine del 2010 Teyssot-Gay lascia il gruppo per “divergenze umane, emotive e musicali con Cantat” e a quel punto i Noir Desir non esistono più.

Il 2 ottobre 2010 Cantat sale per la prima volta dopo otto anni sul palco di un concerto in occasione del festival Rendez-vous de terre a Bègles. Il cantante degli Eiffel Romain Humeu lo definisce “quasi un fratello”. L’entusiasmo del pubblico è subito alle stelle; fra i tre pezzi cantati con il gruppo spicca una versione di Search & Destroy degli Stooges. Nell’estate 2011 viene messo in scena lo spettacolo di Wajdi Mouawad Le Cycle des femmes: trois histoires de Sophocle, con musiche di Bertrand Cantat, Pascal Humbert, Bernard Falaise e Alexander MacSween. La colonna sonora viene pubblicata a fine anno, prima sotto forma di download poi come elegante cofanetto, con il titolo Chœurs. Se può fare un certo  effetto (magari raccapriccio per qualcuno) sentire Cantat pronunciare la parola “elle” e parlare di dolore nelle relazioni fra uomo e donna, è indiscutibile che il tono naturalmente teatrale della sua voce qui funziona benissimo e che un pezzo come Les Mouillages è all’altezza delle mgliori cose dei Noir Dez.

Circa un anno dopo la precedente apparizione dal vivo, in novembre Cantat sale sul palco dello Zénith di Parigi per cantare due brani insieme agli Shaka Ponk; uno è Instant Karma di John Lennon, l’altro è Palabra mi amor, trascinante episodio etno-punk che compare anche nell’album del gruppo The Geeks and the Jerkin’ Socks.

Molto interesse (e qualche critica etica)  a livello internazionale suscita la partecipazione a sei canzoni di Solila del duo maliano Amadou & Mariam, ma forse più signifcativo, per quanto non del tutto riuscito, è Rose’s Blues, inciso per Jeffrey Lee Pierce Session Project- Vol. 2: The Journey is Long. Il brano vede infatti la partecipazione del bassista Pascal Humbert, collaboratore del maudit apocalittico David Eugen Edwards. Ed è proprio con Humbert che Cantat pare intenzionato a incidere il primo lavoro da solista, previsto in uscita nella seconda metà del 2013.

      

(1) Pregevole è il loro primo lavoro, Fat Tuesday del 1986.

(2) Nell’album Low Estate (1997) del gruppo guidato da David Eugene Edwards, Bertrand Cantat è ospite in due cover, Fire Spirit dei Gun Club e The Partisan dal repertorio di Leonard Cohen, dove canta la parte francese del testo.

(3) Significativa in tal senso è la versione di Working Class Hero di John Lennon che i Noir Désir incidono per Liberté de circulation, compilation a sostegno del Gisti (Groupe d’Information et de Soutien des Immigrés).

 

L’ANTECEDENTE: GESUALDO DA VENOSA

Sofisticato compositore di madrigali e uomo di grande cultura e indole malinconica, il principe Carlo Gesualdo, noto come Gesualdo da Venosa (1566-1613), viene ricordato anche per un episodio che oggi si definirebbe di cronaca nera. Nell’ottobre 1590 Gesualdo fa infatti barbaramente uccidere la moglie Maria d’Avalos e il di lei amante Fabrizio Carafa, duca di Andria e conte di Ruvo, dopo averli colti nel più flagrante degli adulteri. Si dice che per il principe si trattasse di una sorta di atto dovuto sulla base dei costumi del tempo e delle regole dell’onore offeso. Non a caso il Viceré di Napoli fece archiviare l’accusa ai suoi danni il giorno dopo l’apertura del processo.

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