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LE RIVOLUZIONI DI JEAN-MICHEL JARRE

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di Federico Strata

Cominciamo subito col dire che anche un semplice disco in vinile può essere considerato a tutti gli effetti un’opera multimediale. A differenza degli MP3 scaricati dalla rete, infatti, con gli LP ci puoi fare tante cose, oltre ad ascoltarli. A me, ad esempio, piace molto assaporarne l’aroma. L’odore si conserva molto bene all’interno della confezione in cartoncino, specialmente se a sua volta è contenuta nella classica busta in nylon trasparente, per cui anche quando si ha a che fare un album piuttosto datato è sufficiente inserire il naso nella fenditura della custodia per poterne apprezzare appieno il profumo, che in genere è vagamente acidulo e con un sentore più o meno forte di plastica.

JARREvinili da odorare

Un disco puoi anche toccarlo per scoprire che la sua superficie, in realtà, è molto meno ruvida di quanto ci si aspetti, perché se li chiamano anche dischi microsolco e non mega-solco un motivo ci sarà, non vi pare? Un tempo, inoltre, con alcuni dischi ci potevi addirittura giocare: il singolo “Neon Lights” dei Kraftwerk, per esempio, aveva degli inserti fosforescenti che lo facevano brillare al buio se prima era stato esposto per un certo tempo alla luce, mentre la copertina dell’album “Nord Sud Ovest Est” degli 883 era stampata in bianco e nero in modo da poter essere colorata a mano a proprio piacimento…

JARREvinili per giocare

Una cosa che sicuramente può fare chiunque con un qualsiasi LP, al di là di manie olfattive, curiosità tattili o approcci ludici, è leggere quello che c’è scritto sulla custodia. Sul retro, in particolare, si possono trovare molte più informazioni e curiosità di quanto si creda: quali strumenti sono stati utilizzati e chi li ha suonati, di chi sono le voci in sottofondo, dove è avvenuta la registrazione, chi ha curato l’aspetto grafico della copertina… In alcuni casi la custodia costituisce un vero e proprio complemento inseparabile dell’opera, in quanto permette di afferrare significati che sarebbero incomprensibili se ci si limitasse al semplice ascolto. Da questo punto di vista, perfino la musica elettronica può insegnarci qualcosa di nuovo e, perché no, farsi addirittura portatrice di un messaggio impegnato. Non parlo dei generi synth-pop, electro-pop, New Wave e affini, dove ci sono quasi sempre parti cantate: sarei poco onesto, perché nel testo di una canzone è relativamente facile inserire un messaggio più o meno esplicito di qualsiasi tipo. Mi riferisco, piuttosto, alla musica elettronica puramente strumentale o quasi, come ad esempio quella del grande compositore e tastierista francese Jean-Michel Jarre.

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Nato a Lione nel 1948, figlio d’arte del compositore e suonatore di oboe Maurice Jarre, Jean-Michel cresce immerso nel mondo della musica e segue una formazione da polistrumentista sia in ambito classico che jazz. Sarà però l’elettronica, già a  metà degli anni settanta, a procurargli la fama a livello mondiale e a distinguerlo come pioniere di generi quali trance, ambient e New Age. Oltre che per il proprio talento con i sintetizzatori, Jarre è passato alla storia anche per la spettacolarità dei suoi grandi concerti all’aperto, che hanno ospitato più volte un numero di partecipanti da Guinness dei primati (oltre un milione e mezzo di persone a Houston, Texas, il 5 aprile 1986). Durante questi eventi veniva curato molto anche l’aspetto scenografico, grazie all’abile uso di fuochi artificiali, strumenti futuristici (fra cui la famosa arpa laser) e sofisticati giochi di luce. Fra gli album di Jarre che hanno riscosso il maggior successo: Oxygen (1976), Équinoxe (1978) e Magnetic Fields (1981), il primo dei quali ha venduto più di dieci milioni di copie.

jean-michel-jarre-laser-harp

Il disco di cui vorrei parlarvi oggi, però, è “Revolutions”, del 1988. È il sesto studio album della  carriera di Jarre, uscito quando il musicista si era già affermato sulle scene internazionali da più di un decennio. Non è il suo lavoro più noto, né il più rappresentativo. Come se non bastasse, la copia in mio possesso non ha nemmeno un odore particolarmente buono: scommetto che il vecchio proprietario era un fumatore. Il fumo, si sa, impregna tantissimo la carta sia dei libri che dei dischi, coprendo per decenni il loro naturale aroma. Un vero delitto. Perché, allora, proprio “Revolutions”? Anzitutto perché è molto bello e suggestivo e questo per me potrebbe già bastare. Ma non è tutto: “Revolutions” è anche interessante in quanto fulgido esempio di quanto dicevo prima. No, non è fosforescente e non ha nemmeno la copertina colorabile. Mi riferivo a quello che ho detto qualche riga dopo, parlando di musica elettronica impegnata e di opere il cui significato trova naturale complemento nelle informazioni aggiuntive contenute sulla confezione.

Jarre revolutions

Come il titolo stesso suggerisce, “Revolutions” è un concept album ispirato al tema delle rivoluzioni, intese nel senso più ampio del termine. Il sottotitolo recita: “Questo disco è dedicato a tutti i figli della rivoluzione, ai figli della rivoluzione industriale, a quelli degli anni sessanta e dell’era digitale, ai figli di emigranti e a quelli di Dulcie September.”. Adesso voi giustamente mi chiederete chi era questa Dulcie September. A dire il vero nemmeno io sapevo chi fosse, prima di comprare il disco, per caso, su una bancarella dell’usato. Se pazientate ancora un po’, però, arriveremo con calma a spiegarlo, man mano che ascolteremo insieme le tracce dell’album. Tenendo sempre sott’occhio il retro di copertina, ovviamente.

httpv://www.youtube.com/watch?v=sEB7nhBX0MM 

Il lato A si apre con “Industrial revolution”, lungo brano che si inquadra più di ogni altro nel classico stile di Jarre, non solo per i suoni ma anche per la vecchia abitudine di suddividere la stessa traccia in più parti (ouverture, part 1, part 2, etc.). Un rilevante elemento di originalità, però, è fornito dalla presenza di alcune sonorità che richiamano, in accordo col titolo, al genere industrial e che sembrano alludere alla ripetitività e all’alienazione proprie della moderna società automatizzata, fatta di produzione in serie, di catene di montaggio, di macchine e di robot. Il primo lato si conclude in maniera più umana con “London Kid”, suggestivo abbinamento di elettronica e chitarra filtrata, quest’ultima affidata alle mani del chitarrista britannico Hank Marvin, storico membro degli Shadows.

httpv://www.youtube.com/watch?v=Qt82NrHrfa8 

Passiamo ora al più succulento lato B, che si apre in grande stile con la title track “Revolutions”, a mio avviso il miglior pezzo dell’album. Si tratta di un brano estremamente eclettico, dove l’elettronica dura e pura, con tanto di voce distorta per mezzo del vocoder, si fonde abilmente con sonorità etniche. In particolare è stato utilizzato il ney, un flauto tradizionale turco che normalmente viene suonato in occasione dei riti Sufi, per le danze roteanti dei Dervisci (con grande gioia di Franco Battiato). A sorpresa arrivano anche alcuni spezzoni del canto di un Muezzin, registrati direttamente in Turchia. Come faccio a sapere tutte queste cose? Ma vi ho già detto che non  le so! Le sto semplicemente leggendo assieme a voi, in questo momento, mentre la puntina del mio giradischi ripercorre con precisione chirurgica un solco inciso più di venticinque anni fa…

A seguire troviamo “Tokyo Kid”, un brano fortemente sperimentale dove il compositore e trombettista jazz giapponese Jun Miyake ci intrattiene con degli assoli di tromba distorti attraverso un megafono. Davvero curioso e divertente.

httpv://www.youtube.com/watch?v=ExPr-MruTBQ 

Prendiamoci la licenza di saltare un paio di tracce meno significative, per arrivare dunque a parlare della più istruttiva “September”. Accanto al titolo leggiamo: “Un omaggio a Dulcie September, una delle tante vittime sudafricane impegnate nella lotta contro l’apartheid. Fu assassinata a Parigi il 29 marzo 1988”. Sì, avete capito bene: non nel ’68 e nemmeno nel ’78, ma nel 1988, alle porte del terzo millennio e quasi alla fine della guerra fredda, una donna inerme è stata uccisa a colpi di fucile nel pieno centro di una grande capitale democratica europea.

Dulcie September

Dulcie September (Athlone, 1935) era una politica sudafricana impegnata nella lotta contro l’Apartheid. Arrestata negli anni sessanta a causa della sua militanza, una volta rilasciata fu costretta ad emigrare per poter continuare la propria attività. In un primo momento si trasferì in Inghilterra e poi, all’inizio degli anni ottanta, a Parigi, dove aprì un ufficio dell’ANC (African National Congress, il partito che dal ’94, dopo la caduta dell’apartheid, si sarebbe insediato al governo del Sudafrica, restandovi ininterrottamente fino ai giorni nostri). Quando fu assassinata brutalmente con numerosi spari alla testa, si trovava proprio davanti alla porta del suo ufficio, al quarto piano del 28 di rue des Petites Écuries. L’assassino, tuttora ignoto, la stava aspettando nel vano delle scale, al piano superiore. In quel periodo Dulcie September stava indagando su un traffico di armi nucleari tra la Francia ed il Sudafrica.

piazza Dulcie September

Lo stesso anno dell’omicidio, il grande maestro francese ha voluto dedicarle un pezzo molto semplice, quasi minimalista, ma non per questo  mancante di originalità: non capita tutti i giorni di ascoltare le drum machines e le linee di sintetizzatore di Jarre accompagnate da un coro tradizionale femminile del Mali e, a tratti, da brevi assoli di voce in stile gospel. La melodia è estremamente naif, simile a quella di una nenia infantile, ed è cantata esclusivamente in forma di vocalizzi, senza testo. Scelta davvero adeguata, non solo perché l’episodio in sé lascia senza parole, ma anche perché hanno messo a tacere con la violenza una persona che probabilmente sapeva troppo. E forse ci sono riusciti anche abbastanza bene, visto che di Dulcie September ci è rimasto ben poco: una piazza di Parigi intitolata a lei, una breve pagina di Wikipedia ed un paio di foto in bianco e nero. Ah, e un brano dell’album “Revolutions” di Jean-Michel Jarre, naturalmente. Beh, dai, in fondo non è poi così poco.

 

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