Morrissey-autobiography1

MORRISSEY-AUTOBIOGRAPHY (Penguin Classics – 2013)

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di Antonio Vivaldi

La conflagrazione fra autoindulgenza e miserabilismo, fra nevrastenia e nostalgia, fra poesia e acredine che ha reso unico, adorabile e insopportabile Morrissey fa da sottotesto anche a questa Autobiography ancora non tradotta in italiano. Le prime pagine sono splendide sia per l’eleganza e l’equilibrio dello stile sia per l’efficacia visiva: la Manchester anni ’60 viene descritta con grande vividezza e intensità; una  città grigia dai quartieri sventrati o semiabbandonati dove a fare da collante sociale sembrano essere le famiglie di origine irlandese ricche di zii e cugini come quella in cui cresce il giovane Stephen. Il vero mostro è la scuola, un Moloch cattolico pieno di professoresse irsute e docenti di educazione fisica che scrutano con interesse gli allievi sotto la doccia. Tuttavia non sembra che il nostro subisca angherie sufficienti a guadagnarsi quel titolo di Oliver Twist in fieri del pop a cui ambirebbe; a scuola viene bullizzato poco o niente dai compagni e a casa nessuno gli proibisce di ascoltare (come sarebbe il caso) i singoli di Rita Pavone. Al massimo il padre gli dice che quando balla è imbarazzante e lui, assai poco ribelle, smette. Commoventi sono soprattutto le parti dedicate alla passione per i 45 giri e ai primi idoli musicali visti come simboli di una possibilità di un’esistenza diversa, da David Bowie ai New York Dolls a Marc Bolan (“Bolan sembrava non possedere altra vita che non fosse la canzone”).
I tipici tratti caratteriali morrisseyani vengono fuori con l’adolescenza e una certa tendenza a volere essere a tutti i costi infelice per il piacere di esserlo; i goffi e quasi picareschi tentativi di ingresso nel mondo del lavoro sono descritti comunque con una certa ironia, così come gli inizi musicali paiono quasi casuali e all’insegna del “tanto non riuscirò neanche in questo”. Con intento quasi certamente provocatorio, la carriera degli Smiths viene liquidata in una trentina di pagine in cui poco si racconta a proposito di ispirazione e origine dei pezzi: Reel Around The Fountain (e le polemiche scatenate dalle ombre pedofiliache del testo) non è nemmeno citata, mentre la meravigliosa There Is A Light That Never Goes Out funge solo da pretesto per qualche nerbata autoinflitta: “Io volevo toglierla dalla scaletta di The Queen Is Dead: è stato Johnny [Marr] a insistere perché rimanesse”. Ed ecco che verso pagina 250 Morrissey è rapidamente diventato famoso, adorato dal pubblico e riverito dai colleghi (al punto da permettersi di snobbare persino Mick Jagger), ma è comunque frustrato e solitario proprio come quando era un signor nessuno. Tutto il periodo anni ’80 non è, come risulterebbe logico, la bella storia di un successo commerciale costruito partendo dal basso e lavorando per un’etichetta indie come la Rough Trade, quanto piuttosto una sequenza di rancorosi attacchi all’etichetta stessa, incapace di promuovere al meglio i singoli degli Smiths, al suo fondatore Geoff Travis, descritto come un post-hippie gretto e un po’ meschino, al produttore del primo album del gruppo John Porter, a Sandy Shaw (una snob furbastra), alle riviste musicali, ai carnivori, alla famiglia reale e così via. Siamo comunque oltre metà libro e la lettura resta piacevole grazie a uno stile che stempera la biliosità con l’ironia. Le piogge del rancore fanno però franare il terreno sotto i piedi del testo e del suo autore quando 50 pagine vengono utilizzate per descrivere nel dettagli la triste e famigerata causa contro gli altri Smiths (i toni furenti nel parlare dei giudici somigliano a quelli utilizzati da un noto politico italiano che ha di recente subito un serio rovescio di fortuna), mentre la ben più interessante carriera musicale solista è trattata solo a grandi linee e senza quasi menzione delle polemiche ‘politiche’ che talora l’hanno accompagnata. Per fortuna, la parte conclusiva ritrova un po’ d’ironia (David Johansen descritto come qualcuno che “ha trascorso tutta la vita impersonando  Simone Signoret” è una perla) e una qualche serenità all’interno della ” oh così familiare tristezza” e delle sempre presenti suggestioni mortuarie che fanno capolino a San Diego come a Roma, città dove “templi e tombe si strusciano contro Prada”.

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 David Johansen                                   Simone Signoret

 

Tutto considerato potremmo parlare di un libro poetico, ironico e molto ben scritto con al centro un travaso di bile protratto per 200 pagine. Il problema è che sono proprio queste a venire più sovente citate nelle recensioni, con il risultato di far apparire questo “ragazzino di 52 anni” (54 ormai…) non come il più sottile e accorato cantore di un’Inghilterra ipersensibile di fine ‘900, ma  come un’acida, e pure un po’ ingrassata, zitella. D’altro canto, senza la zitella non ci sarebbe il poeta e senza il suscitatore di controversie non ci sarebbe il vignettista sociale di genio. E a proposito di controversie, Autobiography ne ha suscitata una del tutto originale. Il volume è uscito per la collana Penguin Classics nel cui catalogo figurano autori quali Geoffrey Chaucer, Jane Austen, Graham Greene e altri nomi granitici della letteratura britannica e occidentale. Il quotidiano britannico The Independent ha scritto: “Il monotono narcisismo [del libro] nuocerà giusto un minimo alla reputazione di Morrissey, ma rovinerà completamente quella dell’editore”. Il diretto interessato sembra non avere reagito (mentre la Penguin ha parlato di libro che “diventerà” un classico), però la frase deve avergli fatto piacere: che una volta tanto rosichino anche gli altri. Ah, ancora una cosa: in queste 457 pagine (non divise in capitoli!) Morrissey sembra non avere vita sentimentale e, ancor meno, sessuale e quando tratta l’argomento lo fa in modo a dir poco circonvoluto. Anche questo susciterà controversie.

 

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Morrissey – There Is a Light That Never Goes Out

 

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