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NOI CHE ASCOLTIAMO I BON JOVI

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Lo scrittore Riccardo Gazzaniga (il suo “A viso coperto” è uno degli eventi editoriali del 2013) racconta il concerto dei Bon Jovi a Milano e la propria passione per uno dei generi più demodé del rock.

di Riccardo Gazzaniga

Noi che negli anni Ottanta eravamo bimbetti e facevamo colazione con le Macine, noi che giocavamo con il Commodore e guardavamo Holly e Benji. Noi che avevamo i Playmobil e Uan e il Super Tele. Voi non potete capire, cos’eravamo Noi.
Stronzate passatiste.
Tutti che si credono meglio di quelli venuti prima e arrivati dopo. Più speciali, più unici, più fighi.
Insomma, io non sono un nostalgico, però amo il rock degli anni Ottanta.
Lo so che voi intelligentoidi state storcendo la bocca e sperate di aver capito male. Invece è proprio lui, quel rock di tastierazze e cotone, giacche con le frange e cori a mille voci. Quel pezzo di gioiosa storia musicale cancellato da un triste figuro di Seattle, che si pettinava male, portava camicie di flanella e stonava spesso.
Fu la sua sciagurata apparizione a far passare l’hair metal dalle vette delle classifiche alla derisione dei giornali, dagli stadi pieni di ragazzine urlanti ai festival per quattro gatti, dalle major che tiravano milioni di copie a indie che ne stampavano qualche misero migliaio.
Poche band sopravvissero al maremoto. Qualcuna nuotò verso un’onesta sopravvivenza (Def Leppard, Europe, Mötley Crüe) qualcuna riuscì a tenersi a galla (Poison, Skid Row) e qualcuna affogò nel mare oscuro del rock (Cinderella, Warrant).
Solo un gruppo si è arrampicato sopra le onde e le ha cavalcate ancora, per altri vent’anni, continuando a riempire stadi, vendere dischi, far innamorare ragazzini: i Bon Jovi.
Dietro al miracolo, una ricetta di cambiamenti lievi eppure mirati, che ha portato il rock della band verso un sound più tradizionalmente americano, a volte ammiccando allo Springsteen più melodico, spesso al country e all’american dream, sempre agli anthem per far cantare gli stadi e scalare le classifiche.
Quel miracolo ha portato negli stadi 35 milioni di fan in 30 anni di carriera e si è ripetuto il 29 Giugno allo stadio Meazza davanti a oltre 50.000 spettatori.
Si tratta di un risultato spaziale se si considera un ultimo disco (What About Now) poco entusiasmante per i seguaci di vecchia data e il punto interrogativo dell’assenza per imprecisati motivi personali del chitarrista Richie Sambora. Un nuovo allontanamento che, dopo alcune date bucate durante il tour 2011 per problemi di alcool, potrebbe segnare un solco incolmabile tra Richie e il resto della band.
Diciamolo subito, Sambora ci è mancato. Ci sono mancati gli assoli carichi di blues e nitidi di melodia, il cappellaccio, il crocifissone dorato, la voce inconfondibile nei cori. Uno dei migliori chitarristi di tutti i tempi, l’ispiratore degli unplugged di MTV, il collezionista di chitarre per 150 milioni di dollari, il filantropo cui è dedicata una strada, l’autore di molte fra le hit della band: Richie Sambora farebbe sembrare chiunque un mestierante.
Forse per questo sul palco c’è proprio Phil X, esperto session man che ci rimane anonimo come la X del suo cognome. Ci convince poco quando mette del suo ed esce dai canoni dei dischi, forse per colpa dei pregiudizi o per l’acustica non eccelsa di San Siro. Vogliamo solo che ci dia meno dolori possibile, facendo il suo onesto lavoro. Forse ci piacerebbe che restasse nell’ombra, ai lati del palco, come i due soggetti misteriosi Bobby Bandiera (seconda chitarra) e Hugh McDonald (basso) che da anni suonano con la band, ma non appaiono mai nelle foto dei dischi. E neppure vengono inquadrati durante i live.
Una scelta forte, quasi discutibile, ma Bon Jovi non si deve discutere e allora avanti con il nucleo storico della band che occupa il centro del palco. A dominare la scena ci sono i possenti braccioni di Tico Torres alla batteria e i ricci fuori tempo del tastierista David Bryan che assume un ruolo incisivo nel cantato, diventando presenza fondamentale nello show.
 

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Il gigantesco muso di una Buick sovrasta il palco con quattro fari che sparano luce sul pubblico. Gli schermi trasmettono clip che riportano ai testi, alternandoli a immagini in diretta dello show. Tutta ‘sta scenografia tracotante ci fa godere, innalza al cielo i nostri cuori di tamarri.
È uno spettacolo, più che un concerto, e in questo territorio regna sovrano il 51enne Jon che canta, salta, balla, ancheggia per tre ore facendo sentire i fan di Milano gli unici al mondo. Un attore talmente consumato che, quando il pubblico disegna la bandiera americana con una meravigliosa coreografia e lui interrompe Because We Can per la commozione, viene da chiedersi se siano davvero lacrime o colpo di teatro: ma va bene lo stesso.
Poco ci importa, al cospetto dei cori da arena rock di Born To Be My Baby, Bad Medicine, Raise Your Hands.
Esultiamo come ragazzini quando partono i classiconi Livin’ On A Prayer, You Give Love A Bad Name, Runaway. Abbracciamo le donne sulle ballate zuccherose come Always, Never Say Goodbye. Siamo pronti a lottare per il futuro ascoltando We Weren’t Born To Follow, Undivided, It’s My Life. Ci rinfreschiamo la memoria con In These Arms, Dry County, Keep The Faith, bordate di successi con cui i Bon Jovi esorcizzarono i truci demoni grunge nei Novanta.
Intorno ballano coppie giovani, cantano signore sui cinquanta, saltellano bambini e genitori.
Arriva il primo encore e poi il secondo e perfino il terzo, per un concerto ruggente, lunghissimo, divertente, come devono fare i Bon Jovi.
Si chiude con This Ain’t A Love Song e, mentre San Siro si svuota, resta giusto lo spazio per le classiche lamentale da fan ingordi (Cazzo, però poteva farmela Blood On Blood!, Ma perché ha saltato Lay Your Hands On Me?).
Torniamo a casa con quel misto di appagamento, stanchezza e voglia di averne ancora che lasciano solo i concerti ben riusciti. Ci portiamo via queste emozioni, insieme al desiderio di rivedere presto la band e il nostro Jon. Che è bello, forte, bravo. Che è americano, biondo e resta sempre giovane, come ogni eroe che si rispetti.
Perché siamo così, tamarri e sognatori, noi che ascoltiamo i Bon Jovi.
Noi che negli anni Ottanta…
Ops.

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