PJHarvey Recording

PJ HARVEY ̶ RECORDING IN PROGRESS (Somerset House, London)

PJHarvey Recording

PJ Harvey sperimenta l’idea di registrare il nuovo disco sotto gli occhi del pubblico. TomTomRock vi racconta cosa succede.

di Giovanni Ferrari e Marina Montesano

“Voglio che Recording In Progress funzioni come se fossimo in una mostra all’interno di una galleria: spero che i visitatori saranno in grado di sperimentare il flusso e l’energia di un processo di registrazione”. Così PJ Harvey annuncia e spiega ciò che, a partire dal 16 gennaio, ha luogo negli scantinati della Somerset House, dov’è stato allestito uno studio di registrazione in un cubicolo bianco dotato di grandi finestre dalle quali il pubblico può osservare cosa avviene all’interno, ma non viceversa. Al contrario di un concerto o uno showcase, può capitare di assistere a qualsiasi cosa: dalla band che accorda una canzone, alla pausa tè, alla registrazione di una canzone nuova.  I biglietti non sono molti, distribuiti nell’arco di alcune settimane, ogni accesso di 45 minuti in determinati giorni e orari. 

Il nostro è previsto alle 17 di sabato 7 febbraio. Ci sono una trentina di persone in trepida attesa, raccolte in una saletta nella quale si vendono posters e testi autografati; lo staff invita a lasciare i cappotti e a consegnare cellulari e altri apparecchi elettronici. Poi veniamo scortati lungo un corridoio e una scalinata che scende nel ventre profondo della Somerset House. Infine la porta si apre e siamo ammessi intorno al cubo bianco. I microfoni sono accesi e all’interno ci sono diverse persone sedute. La pausa tè pare evitata, ma nemmeno stanno suonando, anche se si ascolta una canzone che pare appena cominciata. PJ Harvey, in pantaloni militari e ottima forma, è più o meno al centro; sul divano di fronte a noi ci sono Mick Harvey  e Flood, su una sedia John Parish (Flood e Parish dovrebbero coprodurre il disco), mentre un paio di persone (musicisti, tecnici? Non lo sappiamo) ci danno le spalle su un altro divano. C’è poi il fotografo, Seamus Murphy, e un tecnico che si occupa di far partire e di fermare la registrazione.

La canzone in ascolto si chiama A Dog Called Money e sembra una via di mezzo tra White Chalk e Let England Shake; il gruppo ne ascolta poi una versione differente e di entrambe discute pregi e difetti: la seconda, più sincopata, è quella che raccoglie maggiori consensi. Ogni tanto PJ si alza per andare verso una lavagna dove sono segnati i titoli e le differenti takes; ci sono apparentemente 19 canzoni in lavorazione, ma una è già barrata e quindi, immaginiamo, esclusa.

Parte un secondo brano, The Boy, che a dire il vero ci sembra poco più di un abbozzo: parere condiviso da Parish che, a canzone appena conclusa, parte con un esplicito “bollocks” (“schifezza”); Flood, che ha un block notes dove segna qualcosa, non è tanto più convinto: “it’s not completely hideous” (“non è completamente orrenda”); e a questo punto la sessione assume il tono di una revisione critica dei compiti della settimana, con PJ Harvey che un po’ si lamenta un po’ ride e alla fine dice di voler dare un’altra chance a The Boy, sebbene le tre versioni ascoltate nel frattempo siano in effetti una più brutta dell’altra.

Si passa a un terzo brano, di cui non riusciamo a cogliere il nome anche perché dopo poco i microfoni si spengono e siamo invitati a lasciare la sala. L’idea di far “sperimentare il flusso e l’energia” ci sembra funzionare, anche perché la squadra che abbiamo visto all’opera appare rilassata, divertita e divertente anche nei momenti critici; difficile che tutte le registrazioni di dischi funzionino in modo così simpatico, difficile anche avere nella stessa stanza personaggi di tale calibro. Difficile dire se questo cambia qualcosa anche per i musicisti e i produttori, che non vedono e non sentono il pubblico anonimo che sanno essere lì. Al buio, assiepati dietro le finestre, in un silenzio gravido di aspettative, a momenti ci sembra quasi di percepire un’atmosfera da peep-show il cui oggetto è una sorta di amplesso artistico al quale il pubblico è invitato ad essere testimone, senza però ‘toccare’. E così ci si chiede se in qualche modo i musicisti dall’altro lato della finestra riservino i momenti più intimi dell’atto creativo per quei periodi che sanno essere al riparo dagli anonimi occhi ‘predatori’, oppure se ciò che accade sotto i nostri sguardi è lasciato al caso fino in fondo.

Complimenti quindi ad Artangel, produttore dell’evento, che dal 1985 commissiona progetti site-specific multidisciplinari di grande rilievo (fra gli altri ricordiamo Brian Eno/Laurie Anderson, Robert Wilson, Matthew Barney, Steve McQueen) e che con questo Recording In Progress offre a pubblico e artista insieme uno spunto assolutamente inedito per riflettere sul mistero del processo creativo.

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TomTomRock è un sito di articoli, recensioni, classifiche, interviste di musica senza confini: rock, indie, pop, hip-hop.

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