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AFGHAN WHIGS – LE TRABENDO (Paris, 9 febbraio 2015)

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di Marina Montesano

Parigi modaiola o Parigi con troppa offerta musicale? Stasera ci sono in giro almeno tre concerti (di lunedì!) che varrebbe la pena vedere (incluso uno più à la page), e TomTomRock decide per i veterani Afghan Whigs, non solo per le passate glorie, ma anche perché il loro disco del 2014, Do To The Beast, ha mostrato una band con ancora molto da dire. Tuttavia il Trabendo non riempie i circa settecento posti disponibili, e a occhio non sono più di tre/quattrocento i parigini (ma anche francesi di altre città, americani, un belga….è Greg Dulli che a un certo punto del concerto lo chiederà) che hanno condiviso la nostra scelta; poco male perché quanti l’hanno fatto mostrano un vero interesse e tanti conoscono a memoria i testi delle canzoni più belle degli Afghan Whigs: sono insomma dei veri fans di lungo corso.

Nessuna band di spalla, Greg Dulli e i suoi sono in scena prima delle nove e aprono con due brani massicci da Do To The Beast: Parked Outside e Matamoros e soprattutto, dopo Something Hot, una The Lottery che travolge e rivela quanto la band sia stasera in splendida forma. Greg Dulli può essersi appensantito con gli anni, ma non ha perso nulla della carica che sempre l’ha contraddistinto, è un frontman che incanta con poche parole e dalla voce ancora soprendente.

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Ovviamente il pubblico aspetta anche i vecchi classici, che arrivano. Debonair è, come sempre, un capolavoro; appena terminata, dal pubbico qualcuno grida: “Don’t forget the alcohol!”; Dulli prima scherza e rimanda al post concerto, poi improvvisa le battute iniziali di Milez Iz Dead (“If i stepped it off / Walked outside your trance/ Crawled inside your mind /And got my hands into your pants /Wouldn’t that beat all/ Wouldn’t that be great/And all the things you do to me/We could exaggerate/ Now everybody knows/ Or everybody wants to know/ The hows, the whens, the whys/ Of how i said goodbye/ Don’t forget the alcohol/ Ooh baby ooh baby”: da Congregation) da solo alla chitarra; purtroppo solo un minuto, ma come lamentarsi se a seguire arriva l’epica Algiers?

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Il concerto prosegue bene: Gentlemen è un altro highlight immenso, ma in modo molto naturale e simpatico la band fa scivolare brani altrui (di Jeff Buckley, dei Fleetwood Mac, dei Beatles, dei Doors)  all’interno dei propri. Poi un paio di minuti di pausa prima dell’encore molto voluta ma anche annunciata (Dulli dice qualcosa come: è l’ultimo brano, ma se applaudite un po’ poi usciamo di nuovo) con tre canzoni: Summer’s Kiss, Teenage Wristband (dei Twilight Singers) e alla fine l’omaggio a Bobby Womack e alla sua Across 110th Street, durante la quale si palesa il soulboy che è in Greg Dulli; la cover, molto diversa dall’originale, sfuma poi in Faded, da Black Love, e il concerto è finito.

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Alla fine ci congratuliamo con noi stessi per la scelta e facciamo molti auguri agli Afghan Whigs perché, fra tutte le differenti incarnazioni musicali di Greg Dulli, restano di gran lunga la migliore; a distanza di oltre vent’anni dal loro periodo d’oro (la prima metà degli anni ‘90) molte canzoni di quell’epoca hanno ormai lo statuto di classici e quelle di Do To The Beast hanno le carte in regola per diventarlo.

httpv://www.youtube.com/watch?v=rax_D6bZuq8

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