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BILL CALLAHAN – BOLOGNA (Antoniano – 18 Febbraio 2014)

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di Carlo Meola

Unica data italiana del tour di Bill Callahan, che porta il suo album Dream River (pubblicato il settembre scorso) sul palco del Teatro dell’Antoniano, in quella pietra “emiliana” della nostra cultura che è la città di Bologna. La coda all’entrata è lunghissima, è il tutto esaurito da un mese e solo chi ha già ritirato il biglietto può entrare senza far la fila. Questo è il motivo per cui metà del pubblico è ancora fuori quando comincia l’esibizione d’apertura, la performance di Haley Fohr, la 23enne conosciuta come Circuit des Yeux.

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Galleria e platea sono ancora rumorose quando la ragazza appare al centro della scena, tra il vociare degli spettatori e il viavai di chi non si è ancora seduto si fanno spazio la sua voce e la sua chitarra. Un canto, quello di Haley Fohr, che ricorda il Tim Buckley di Lorca o Buffy Sainte-Marie. Letteralmente china sul microfono grida le sue canzoni fino alla fine quando, in ginocchio, intona un’ultima preghiera disperata. Uno spettacolo che muove, ma il pubblico non è dei più ricettivi.

E’ di nuovo la calma, se così si può definire il brusio che anticipa l’ingresso della Star. Prima della ‘stella’ però fa la sua comparsa la luna, proiettata sullo schermo che copre il fondale. Entrano in processione i quattro musicisti e si posizionano, Callahan al centro che imbraccia una Stratocaster e attacca con The Sing, la prima traccia di Dream River che apre tutti i concerti del tour. Il suo vocione fa smettere gli applausi e riposa l’ambiente. La scaletta che segue è un’antologia di brani più o meno recenti, in rapida sequenza fino al quinto pezzo, disteso, adatto alle presentazioni. È One Fine Morning (da Apocalypse, 2012), ma l’intimità della versione studio non può essere restituita live: la concertazione di elementi musicali e luminosi vuole riempirne gli spazi vuoti e durante la canzone assistiamo a vari ‘effetti speciali’, dalle luci che si spengono sulla frase “the earth turns black” fino alle esplosioni di suono e di luce che seguono la parola “apocalypse”.

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Illuminazione e ‘scenografia’ dipingono insieme alla musica un quadro severo, di quella sobrietà che è propria solo dei grandi artisti. Tanto severo che non mancano gli spettatori addormentati, ma è nel rispetto dell’arte che si preoccupano di dormire senza far rumore. In realtà lo spettacolo è vivacissimo e per canzoni come America! o Drover non si riesce a stare fermi sulla poltrona, Callahan parla al pubblico, suona l’armonica e si concede divertito qualche mossa di gambe. Superlativo è il momento di Please Send Me Someone To Love: si tratta di una cover di Percy Mayfield che mi ha ricordato The Dolphins di Fred Neil, per alcune frasi (“Show all the world how to get along, Peace will enter when hate is gone”) e per l’accordo di tonica che diventa di settima minore. Ma questa somiglianza è dovuta interamente alla rivisitazione, che trasforma la canzone in una dolce suite elettro-acustica, ‘cullata’ dalle spazzole della batteria.

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Analizzando le proiezioni sullo sfondo nel loro complesso, al di là dell’immediato rapporto tra la musica e l’immagine di volta in volta associata, si indovina un disegno globale. La foto di una finestra e poi quella di una casa, la schiena di un signore in camicia e l’uomo da solo in barca esprimono chiusura e solitudine. Forse è lo stesso Callahan il soggetto. Volti scavati visti dal basso, denti di una sega circolare, elementi che fanno pensare all’interiorità combattuta che emergeva dai suoi primi dischi a nome Smog. Ma c’è anche la serenità ritrovata dopo vent’anni e più di carriera, serenità come contemplazione della natura e testimoniata dalla ricorrenza delle immagini di montagne, di paesaggi, di colline alberate. Mi ha incuriosito, durante Sexy At My Funeral – pezzo molto ‘Lou Reed’, è un ascolto che consiglio caldamente – una scritta che appariva non del tutto leggibile: “The Joy Of P Thought”. Mi ha incuriosito perché ho sempre pensato che i testi di Callahan fossero fatti di queste frasi che in mente rimangono solo a metà, quei pochi frammenti di testo che uno si canta tra sé e sé durante l’ascolto.

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Finita Small Plane, l’undicesima canzone, Bill annuncia al pubblico che il pezzo successivo sarà l’ultimo. Così, dopo Winter Road la band esce di scena e la sala si illumina a fingere lo spettacolo finito. Alcuni minuti di applausi e cala di nuovo la notte, sorge di nuovo la luna. La Diavoletto Gibson sulla sedia di Matt Kinsey scintilla, gli ‘attori’ tornano (oltre Matt Kinsey, Jaime Zuverza al basso e Adam Jones alla batteria) per quello che sarà un congedo strepitoso: <<questa è proprio l’ultima>> avverte Bill Callahan, un gigante che chiude il concerto con una canzone gigante. Rock Bottom Riser, sentire per credere. Ora il palco è blu e rosso e il protagonista elevato su tutti perchè in controluce, la sagoma disegnata e dorata dalla grande lampada arancione che sta sul fondo. Una volta concluso, <<Thank you!>> e via, dietro le quinte.

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