big country @ under the bridge articolo

Concerto: Big Country @ Under The Bridge (London, 28.10.2016)

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Succede che uno compie malvolentieri cinquant’anni, e decide di regalarsi una puntata a Londra. Poi succede che scopre che in quei giorni suonano a Londra i Big Country e può perfino illudersi di averne ancora diciotto, di anni. Era l’anno di grazia 1984 e ricordo ancora la recensione di Steeltown su Rockstar: “La Roma ha Falcao, la Juventus Platinì, il rock i Big Country”. Nel frattempo il gruppo è sopravvissuto in qualche modo al suicidio, nel 2001, del leader e cantante Stuart Adamson. Della line-up originale sono rimasti Mark Brzezicki e Bruce Watson, che ha recentemente arruolato nella band anche il figlio; alla voce (dopo un passaggio di Mike Peters degli Alarm) ora c’è Simon Hough, il cui timbro tonante non fa rimpiangere quello del vecchio frontman.

I Big Country ripropongono dal vivo The Seer

L’occasione della tournée è la celebrazione del trentennale di The Seer, disco che all’epoca mi era parso sottotono rispetto ai due precedenti, ma che dal vivo ho avuto modo di rivalutare ampiamente, con punte di merito per I Walk The Hill e One Great Thing. La location: il concerto si tiene in un locale, Under The Bridge, ricavato all’interno dello splendido stadio del Chelsea, che ingloba anche un hotel, un ristorante ed un pub, dove ceniamo e dove scorrono sui maxischermi almeno quattro match diversi tra calcio e rugby. L’Under the Bridge  è ampio (e pieno), l’acustica perfetta, i due bar ottimamente forniti di real ale alla spina. Lontani anni luce, lo stadio e il locale, dalle miserie di casa nostra.

Locale pieno, birra buona e platea multigenerazionale. Ah, Londra…

Il pubblico è prevalentemente costituito da over 50, parecchi dei quali però accompagnati da figli twenty-something, a ulteriore riprova di una cultura musicale che in terra anglosassone è solidissima e si trasmette di generazione in generazione. La scaletta? Bé, la scaletta conta il giusto, in un evento da nostalgici come questo. Vi basti sapere che dopo l’integrale riproposizione di The Seer arriva il meglio, con un sorta di greatest hits, e citazione particolare per Harvest Home e Fields Of Fire. Poi partono le prime note di In a Big Country, mi ritrovo a dimenarmi nelle prime file e ho davvero di nuovo diciott’anni. In maglia blucerchiata giocano Francis e Souness, Café Bleu e The Big Express sono appena usciti, e dal palco Stuart Adamson mi sorride felice. In a big country, dreams stay with you.

 

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1 Response

  1. Claudia Puglisi ha detto:

    Bellissima recensione!!!!

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