Wadada Leo Smith Vijay Iyer - Teatro Manzoni recensione concerto

Concerto: Wadada Leo Smith – Vijay Iyer @ Teatro Manzoni (Milano, 15.01.2017)

Wadada Leo Smith Vijay Iyer - Teatro Manzoni recensione concerto

Vijay Iyer è nato ad Albany, stato di New York, nel 1971, a trent’anni e a più di duemila chilometri di distanza da Wadada Leo Smith, originario del Mississippi e cresciuto musicalmente a Chicago, nel crogiolo dell’AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians), fondata nel 1965 da Muhal Richard Abrahms insieme al meglio della scena free di quegli anni.

 Un concerto alle 11 del mattino? Perché no!

Le loro strade si sono incrociate una decina di anni fa quando il pianista è entrato a far parte del New Golden Quartet di Smith (c’è un bel disco che testimonia questo passaggio, Tabligh per la Cuneiform). Io li ho incontrati il 15 gennaio scorso, a un’ora strana per un concerto, le undici della mattina (la rassegna si chiama Aperitivo in Concerto – Ritmi del Nostro Tempo, trentaduesima edizione), anche se il loro disco in duo (A Cosmic Rhythm With Each Stroke, ECM) uscito nella primavera del 2016 è uno dei più belli dell’anno (me ne sono colpevolmente dimenticato nella mia lista, l’ho comprato e dopo un primo ascolto, è finito nella pila dei dischi da risentire al momento giusto).

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Iyer e e Wadada: uno scambio sonoro lirico e intenso

E invece il momento è arrivato dal vivo; Vijay, impeccabile in grigio con cravatta e fazzoletto bordeaux, Wadada con dreadlock e completo nero. Primo frammento al Fender Rhodes e tromba con sordina: magicamente la sala svanisce (circa 800 i presenti), c’è solo la musica che a tratti avvolge come un’aurora e ti lascia davanti all’infinito, incapace di spiegare. Mentre uno accenna qualche accordo al pianoforte, l’altro lo ascolta rapito, poi comincia a suonare: lo scambio è continuo, improvvisato, sempre intenso e lirico, mai banale. Suonano un’ora e mezza, senza soluzione di continuità (un breve bis, infine gli abbracci con il pubblico che si affolla sotto il palco, quelli pudici di Iyer, quelli più ascetici di Smith). Suonano, citando Wim Wenders, “così come apriamo gli occhi talvolta”, senza voler provare nulla. Se non la magnificenza della musica e la semplicità della bellezza.

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