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EMINEM – PARIS (STADE DE FRANCE), 22 AGOSTO 2013

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di Marina Montesano

Mancava da dieci anni, Eminem a Parigi: dopo il concerto a Bercy del 2003 e l’annullamento di quello del 2005 allo Stade de France, eccolo tornare in Europa per una brevissima tournée che culmina in questi giorni al festival di Reading and Leeds. Allo stadio lo attendono in oltre 70.000, scaldati con esiti alterni, a partire dalle 18.30, da quattro artisti/gruppi di spalla. Apre Chance The Rapper, promettente autore di un mixtape accolto favorevolmente dalla critica, che spreca il quarto d’ora a disposizione incitando il pubblico e facendo vedere ben poco di ciò che sa fare. Seguono gli Slautherhouse, gruppo legato da rapporti di amicizia con Eminem, che non hanno un repertorio di grande caratura, ma che sanno come intrattenere con uno spettacolo dai ritmi sostenuti.
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Seguono i nomi di peso sulla scena rap attuale: prima una parte del collettivo Odd Future, con le punte di diamante Tyler, The Creator e Earl Sweatshirt, dove il primo appare il più divertente (con lo scherzo sui pochi spettatori di colore fra il pubblico, prontamente immortalati dalle telecamere), il secondo il rapper migliore. Quando si esibiscono dinanzi ai loro fans sono scatenati stagedivers, allo stadio dove il pubblico è lontano qualche metro dal palco diventa impossibile mettere in scena lo spettacolo consueto, e un po’ d’energia si perde anche a causa di una scelta di brani, in un repertorio ormai ampio, molto poco assennata.
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E’ la volta di Kendrik Lamar, che alla fine del 2013 ha prodotto uno dei dischi migliori dell’anno e che a Parigi ha portato una band, invece dei consueti DJ. E’ una scelta perfetta per mettere in evidenza le grandi capacità di questo giovane rapper dal talento enorme; mezz’ora sembra davvero penalizzante per lui, ma contrariamente a quanti l’hanno preceduto non si perde in chiacchiere e mette a frutto il tempo disponibile.DSCN0093

Seguono grandi manovre sul palco, oscurato da una tenda bianca, dove appena passate le 9.30 si staglia la figura di Eminem. Le prime note della prima canzone, la nuova Survival, nemmeno si sentono, tanta è la potenza delle acclamazioni del pubblico. Oltre a un DJ che rinforza il suono con nastri musciali e vocali, anche Eminem ha una band, che compie un lavoro onesto pur senza brillare per originalità. Il suono d’altra parte tale dev’essere, all’interno di uno stadio di queste dimensioni: potente magari a scapito delle possibili nuances. Il concerto s’infuoca davvero a partire dai brani del terzo album, The Eminem Show: Square Dance, White America e Mosh sono formidabili, così come Kill You e Criminal da The Mashall Mather LP e Just Don’t Give A Fuck dal primo, ormai classico The Slim Shady LP. Tuttavia il pubblico, certo generalmente orientato più al pop che all’hip-hop, sembra apprezzare altrettanto l’interpretazione dei successi decisamente più mainstream di questi ultimi anni, come Love the Way You Lie e Not Afraid.
E’ un Eminem decisamente in forma, anche fisica, quello di questi giorni; si riferisce ai tempi in cui era decisamente “fucked up” prima di interpretare un medley dei successi My Name Is, The Real Slim Shady, Without Me, ma per il resto lascia il compito di parlare a Mr Porter, l’MC che lo accompagna, e si limita a svolgere il suo compito con professionalità. Non è tuttavia la mancanza di spontaneità il problema di uno spettacolo peraltro divertente e riuscito nel suo insieme; quello che si può rimproverare a Eminem è, semmai, almeno a parere di chi scrive, la scelta di comprimere 28 brani (incluso il bis Lose Yourself) in 90 minuti, con una media impossibile di poco oltre tre minuti per canzone. Questo significa che molte sono presentate all’interno di medley, altre brutalmente tagliate, a volte con esiti poveri: è il caso di Stan, priva di senso con il finale tagliato; vero che tutti sanno come va a finire, ma per presentarla in questo modo tanto varrebbe evitare.
Inoltre, questa scelta costringe anche Eminem a un tour de force vocale al di là dell’umano (bisogna considerare che tra cantare e rappare c’è una bella differenza) che lo costringe a servirsi qui è lì di una backing track vocale, con un effetto playback tutt’altro che positivo. Meno brani ma eseguiti con maggior precisione aiuterebbero a mettere in piedi uno spettacolo più ricco sotto il profilo artistico; però, chissà, anche meno pirotecnico e dunque poco adatto alla sede e al pubblico, che difatti defluisce felice dallo Stade de France.

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