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JAMIE T + PALACE – LA FLECHE D’OR (Paris, 13 febbraio 2015)

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di Marina Montesano

Atteso lo scorso novembre per un brevissimo tour europeo, dopo le date inglesi Jamie T si ammala e rinvia tutto a febbraio. Arrivato il momento, siamo sulle spine: sarà in forma? sarà soddisfatto di suonare in una sala così modesta? Un paio di inglesi mentre entrano esclamano: che posto piccolo! Ed è vero, con i suoi 500 posti questa ex stazione ferroviaria di un ex villaggio ormai in piena città non può reggere il confronto con due serate sold out all’Alexandra Palace.

Palace

Alle otto, intanto, salgono sul palco i simpatici Palace, giovani e contenti di essere in tour con Jamiet T, del quale ci anticipano gran bene. Ma la loro musica è molto lontana dai territori della star della serata e si muove invece più in zona Wild Beasts con alcuni tocchi americani. Pacati e gentili, fanno passare una buona mezz’ora. Poi una lunga pausa per sistemare il palco e passate le nove ecco Jamie T, in gran forma fisica e anche di buon’umore, montare su una scena che resterà volutamente quasi buia o infuocata di rosso per tutta la durata del concerto.

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Si comincia con due canzoni, esattamente l’inizio del magnifico, recente Carry On The Grudge: Limits Lie e Don’t You Find. Poi è la volta di Operation, con il pubblico che si scalda e a ragione, perché la resa del brano, uno degli apici dell’esordio  Panic Prevention, è eccezionale. Come su disco, siamo di fronte a due canzoni in una; la prima dal tono a tratti buffo (Take your problem to United Nations / Tell old Kofi about the situation), la seconda che si fa man mano più cupa (You scream like nothing’s wrong / Sons of silence sing them songs /Out loud for the reservation / It’s all thriller, no filler) mentre la musica cambia e si anch’essa più intensa. Resa immensa, impossibile star fermi e siamo nel pieno del concerto con Peter, uno dei brani più energici da Carry On, mentre Turn On The Light rallenta la velocità, ma non la carica emotiva. Salvador è un inno cantato da tutti mentre, di nuovo, The Prophet rallenta il passo; è evidente però che il pubblico preferisce  i ritmi veloci, quindi anche una canzone bellissima come questa sembra passare un po’ in secondo piano.

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Sheila (…went out with her friend Stella / who got poured all over her fella) eccita nuovamente gli animi (tutti gridano al momento giusto insieme alla sfortunata protagonista, come sul disco) e mostra un Jamie T che molla la chitarra e dimostra doti di rapper (il ritmo del cantato lo richiede). Grande partecipazione per Rabbit Hole e per 368, con il refrain in coro; nonché, ovviamente, per If You Got Money. Pochi minuti di pausa, poi arrivano Zombie e Sticks And Stones.

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Concerto breve, intensissimo e caldo. Una menzione va anche alla band, essenziale e allo stesso tempo molto incisiva: esattamente quello che ci vuole. Peccato aver lasciato fuori belle canzoni dall’ultimo, come They Told Me It Rained, ma evidentemente Jamie T segue lo spirito di un pubblico giovanissimo che preferisce il coinvolgimento anche fisico all’emotività dai ritmi più pacati. Il risultato è entusiasmante e mostra come l’inglese sia ampiamente sottovalutato da una critica che gli preferisce spesso musicisti molto meno significativi. Il concerto lo dimostra, con le sue sedici canzoni delle quali neppure una suona “minore”. It’s all thriller, no filler.

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Sheila

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Salvador

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