matt elliott

MATT ELLIOTT / THE THIRD EYE FOUNDATION @ FREAKOUT (Bologna, 28.11.2015)

matt elliott

di Francesca Bassani

Ci sono esperienze che, prima ancora di farle, sai già che lasceranno il segno dentro di te. Le cerchi, le rincorri, le manchi anche a volte, e ti pare quasi che il Fato non ti voglia assistere. Ma con la giusta perseveranza, alla fine ce la fai.
Ed è così che mi ritrovo, sabato 28 novembre, a varcare la soglia del Freakout, localino bolognese sotto il ponte di Via Stalingrado. Mi pare di essere tornata indietro di anni, perché con la sua atmosfera e i rivestimenti spartani, mi ricorda tanti posti nei quali, negli anni, ho visto gran bei concerti. Posti piccoli, con clientela abituale e una predilezione per la ricerca musicale spesso molto raffinata.
Ma veniamo al dunque. Passano pochi minuti e Matt Elliott sale sul palco, sedendosi a pochi centimetri dal pubblico. Imbraccia la sua chitarra e inizia a suonare. So già – grazie a un breve scambio con un amico che lo ha visto la sera precedente a Roma, come si strutturerà il live: due concerti in uno, una prima parte con chitarra e loop station, la seconda più elettronica e oscura.
E così è.
Una delicatissima The Right To Cry ci commuove tutti. Si sente. Si sente proprio perché non vola una mosca, siamo tutti rapiti dalla voce (scarsa dice lui scusandosi, ma va benissimo così lo stesso) e dalle dita di Matt che accarezza le corde della sua chitarra.
È da tanto che non riuscivo ad emozionarmi così ad un concerto. I presupposti c’erano tutti: la stima sconfinata per ciò che fa che pensa che dice l’artista in questione, l’attesa per l’evento tanto inseguito, la “lunga” strada per raggiungerlo (Arezzo-Bologna non è tanto, ma se ci metto tutte le volte che in precedenza ho fallito nell’impresa, fra code in autostrada e viaggi saltati…). Tutto gioca a favore e la sua esibizione non può che essere quello che è: un tuffo negli abissi del suo mondo, dagli inizi ad oggi.
Ci sono, più che delle cover, dei tributi: una versione romanticissima (nella modalità in cui può esserlo un brano suonato e cantato da Elliott) di I Put A Spell On You, un’immancabile Il Galeone, cantata in italiano perfetto come sempre, infine una virtuosa Misrilou, arrivata a chiudere il “lato A” dell’esibizione, dopo che i deliri disperati di The Kursk ci hanno steso definitivamente. Ne sento ancora le note costantemente nelle orecchie e, mi permetto, sotto la pelle.
Matt scherza, ringrazia, si mostra come è. Sposta la sedia e si mette dietro alla consolle dove ad attenderlo ci sono un computer, una chitarra e tanti begli apparecchi con i quali mette subito in chiaro le cose: si torna indietro nel tempo, si va al 1996 e alle atmosfere cupe ed ossessive con quelle punte d’n’b del primo album di Elliott all’epoca The Third Eye Foundation: Semtex. Chi avrebbe mai sperato di ritrovarsi a dondolare ad occhi chiusi sulle note di quello che, quando uscì, era uno degli album più sperimentali e all’avanguardia (parere personale) del momento? Fu descritto come “un sorprendente incontro/scontro fra la violenza delle chitarre dei My Bloody Valentine e la drum’n’bass”. Penso che descrizione più azzeccata non possa esserci.
L’esperienza è quasi catartica. Finito il set, si fa quasi fatica a capirci qualcosa, tante e diverse sono le emozioni vissute tutte insieme, nel giro di meno di due ore. Non so quanto abbia suonato, non ho guardato mai l’ora e non ho pensato minimamente a farlo. Mi sono abbandonata e lasciata condurre in quella dimensione che mi mancava così tanto. Sorprendente quanto possa essere composito l’animo umano: come se delicatezza, fragilità e dolcezza potessero coesistere e trovare casa nei meandri del buio più profondo. E forse, è davvero così.

httpv://www.youtube.com/watch?v=yfMCzT3q0_c

The Kursk

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