ReS 2015

ROCK EN SEINE (Paris, 28-29-30.08.2015)

ReS 2015

Alla sua edizione numero tredici, il Rock En Seine anche quest’anno porta a Parigi i musicisti internazionali in tour (spesso in condivisione con Leeds e Reading, che si svolgono negli stessi giorni) con qualche incursione di artisti francesi.

di Marina Montesano

Venerdì 28

Kate Tempest

Cominciamo dal palco Pression Live, dove nel pomeriggio apre Kate Tempest: a dispetto del nome, il sole appare e comincia ad asciugare il terreno del parco di St. Cloud, dopo un paio di giorni di pioggia. Sono le 16 e la gente inizia ad affluire appena; la giornata è già sold out da una settimana, ma il pieno si raggiungerà soltanto a inizio serata. Comunque la poetessa hip-hop inglese ha riunito un discreto pubblico che accoglie con favore la sua esibizione, nonostante i momenti di solo recitato incontrino l’ovvia barriera linguistica; ma l’intensità compensa, e con le basi giuste, alle quali pensano un percussionista e una tastierista, Kate mette in mostra flow e ritmica veramente notevoli. Un live a tratti travolgente, lo prendiamo come un buon auspicio per il festival.

B. Clementine

Che continua, almeno per noi, con Benjamine Clementine, purtroppo in concorrenza con Alice Wolf, ma considerazioni strategiche (è il palco sul quale suoneranno FFS) e affettive (Clementine deve la sua fama proprio a Parigi: e fra il pubblico qualcuno ricorda di averlo visto suonare nel metro) ci guidano nella difficile scelta. Alto, con un fisico e una presenza davvero peculiari, senza parlare della voce, Clementine infila una dopo l’altra le canzoni del suo At Least For Now davanti a un pubblico folto e attento; i non numerosissimi over trenta del Rock En Seine devono essere tutti qui, ma la sua musica intensa piace anche a tanti ragazzi, a quanto pare. Buona l’esibizione, soprattutto nella prima metà (la tres Nina Simone Adios e Condolence i momenti migliori), mentre alla fine qualche coda strumentale di troppo si sarebbe potuta evitare a favore di una maggiore continuità.

Franz Ferdinand live

Ed arriva il momento di Franz Ferdinand e Sparks, attesi da un pubblico ormai foltissimo e pronto a scatenarsi soprattutto sui brani della band di Glasgow, ma generosa anche verso i fratelli Mael che molti – va detto – per ragioni anagrafiche hanno scoperto solo grazie a questa collaborazione. Ormai affiatati perfettamente, FFS propongono una scaletta composta dei brani del disco omonimo, dei Franz Ferdinand (Walk Away e Take Me Out accompagnate da cori, ovazioni e crowd surfing) e degli Sparks. Il momento migliore ci pare quello in cui una rivisitazione muscolare di When Do I Get To Sing My Way sfocia in Call Girl; qui la sezione ritmica dei Franz Ferdinand mostra di cosa sia capace live, mentre Alex Kapranos può esibire le qualità istrioniche che ne fanno uno dei migliori front man dei nostri giorni. Russel Mael comunica con il pubblico in un discreto francese, Ron si prende tutti gli applausi appena si muove dalla tastiera e la performance pressoché perfetta si conclude degnamente con il crowd surfing dell’ottimo Nick McCarthy, che si fa portare trionfalmente dal pubblico mentre continua a suonare.

Offspring

Un’occhiata alla Grand Scene per gli Offspring, che nonostante l’età picchiano duro e infilano i loro successi punk-metal con escursioni nel rock più melodico; il pubblico più numeroso è lì a guardarli, a ballare, a cantare. Non è la proposta più interessante del Rock En Seine, questo è sicuro, ma i grandi festival (circa 40mila presenze per sera) hanno bisogno di questo genere di band: e comunque, Come Out And Play è una di quelle canzoni che mettono d’accordo tutti, anche stasera.

Fauve

Di ritorno sulla scena che ha visto gli FFS per una folla pronta ad acclamare una delle poche presenze francesi: i Fauve, che con il loro slam-rock-rap hanno messo d’accordo critica e ascoltatori divenendo negli ultimi due-tre anni una delle band più amate di Francia. Il pubblico intergenerazionale conosce a memoria i loro testi, genere esistenziale-impegnato, e si appassiona alla musica in verità un po’ furbetta, che pare adattare generi ormai dominanti come il rap e l’hip hop per un pubblico molto differente rispetto a quello cui originariamente quella musica si rivolgeva. Va però detto che, se si mettono da parte considerazioni sociologiche, com’è bene fare, i Fauve dal vivo sono travolgenti: i musicisti e soprattutto il front man Quentin Postel tengono la scena (peraltro studiata con cura negli allestimenti) alla perfezione e riescono a produrre uno show completo, energico, che giustifica il loro successo.

Son Lux

Culmine della serata sono i Kasabian, che ormai sono headliner sicuri per qualunque organizzatore di festival: hanno la presenza, hanno l’esperienza, hanno le canzoni. E anche stasera non deludono. Però, avendoli visti già tante volte, ci permettiamo una fuga verso un palco “minore”, dove il trio Son Lux (guidato da Ryan Lott), presenta il suo album recente, Bones. Interessante la formula scelta per il live, virato verso un math-rock elaborato e al tempo stesso d’impatto, che sviluppa le canzoni in modo nuovo rispetto alle registrazioni in studio. Bravi e intensi, chiudono bene questa prima giornata.

Sabato 29

Maccabees live

Oggi sole pieno, caldo (fin troppo) e il fango che secca coperto dal fieno e conferisce al luogo un odore di stalla. Ma poco importa, bisogna affrettarsi verso la Grand Scène dove alle 15.30 aprono i Maccabees. Incuranti della calura, i cinque inglesi confermano lo stato di grazia dimostrato dal recente Marks To Prove It con una setlist che intreccia i brani più noti della loro carriera con quelli nuovi. Bello che la title track sia stata accolta con un’ovazione degna di un classico, e insieme alle successive Spit It Out e No Kind Words costituisce il momento più trascinante di un concerto breve ma bello, suonate da una band simpatica e comunicativa come poche.

Balthazar live

Poi di corsa per cambiare scena e non perdere l’inizio del concerto dei belgi Balthazar, una band che quest’estate abbiamo visto, in un concerto italiano di spalla a FFS, conquistare un pubblico che non ne conosceva neppure una canzone, ma che alla fine cantava con la band. E come farne a meno? Il quintetto produce un pop di grande classe e qualità melodiche finissime; dal vivo, poi, riesce ad aggiungere energia e lo spettacolo di ben due cantanti di pari qualità (cosa davvero rara) e di bella presenza. Questo pomeriggio suonano in condizioni difficili, con il sole bollente in faccia, il che poco si addice a una musica notturna qual è la loro, ma se la cavano benissimo riuscendo a far ballare (soprattutto sulle note di Bunker) il pubblico accaldato.

Intanto sul palco della Grande Scène, ancora sotto il sole cocente in pieno pomeriggio, è il momento di Ben Howard*. Il mini-concerto del giovane cantautore inglese può senza dubbio essere annoverato fra le performance riuscite di questa edizione del festival. Sette canzoni appena, ma di grande bellezza, splendidamente suonate e capaci di catapultarci nell’universo sognante e malincolinco di Ben Howard. Fra le più belle non poteva certo mancare la title track dell’ultimo lavoro di Howard, I Forget Where We Were, ma segnalo anche Time Is Dancing, Conrad e per chiudere All Now Is Harmed. Tutte tracce dalla costruzione articolata (Ben Howard è un musicista estremamente dotato e talentuoso, celebre il suo fingerpicking nel suonare la chitarra) che dal vivo si svelano nella loro bellezza e potenza, grazie all’apporto del gruppo di musicisti che lo accompagnano sul palco. Un artista da seguire con grande attenzione.

Eredi del più classico britpop inglese, i gallesi Stereophonics* sono sul palco della Grande Scène dopo Howard: certamente molto attesi dal pubblico presente e sicuramente apprezzati dalla stragrande maggioranza. Il loro è un sound facile, ballabile e allegro. Le tracce sono tutte molto conosciute o riconoscibili (anche perché utilizzate altrove, in colonne sonore di film o telefilm). Quindi si può comprendere l’entusiasmo suscitato da pezzi come C’est La Vie, Indian Summer o Have A Nice Day, sin dalle prime note suonate. Gli Stereophonics ci hanno regalato un po’ tutte le hit più famose del loro repertorio, senza risparmiarsi, anche se non si può non segnalare la freddezza e un po’ la meccanicità della loro esibizione non particolarmente coinvolgente, almeno per chi scrive.

Mini Mansions live

Nel frattempo, sulla scena più piccola, Pression Live, i Mini Mansion si sono vestiti per l’occasione. Disposti su una linea unica, sono una bella sorpresa, sembrandoci decisamente migliori che su disco; tastierista e batterista (in prevalenza, ma suona anche la chitarra) si alternano molto bene alla voce, il bassista sembra che abbia una chitarra, stile Royal Blood; hanno stile, ritmo e belle canzoni di pop acido. Poi quando attaccano una Heart Of Glass (sì, proprio quella dei Blondie) al rallentatore come un pezzo di Jesus & Mary Chain, si capisce che hanno anche classe. Da seguire, potrebbero fare belle cose.

Young Thug

Ci spostiamo per un po’ di rap sulla Scène de l’Industrie, dove Young Thug è atteso da una folla composta soprattutto da giovanissimi. Che attendono a lungo, perché all’ora prevista sul palco ci sono soltanto un paio di sconosciuti che cominciano a far andare qualche pezzo e a incitare il pubblico, che balla e chiama YT a gran voce. Alla fine arriva, lungo e coronato da dreads biondissimi, con una bella presenza scenica. Peccato che non abbia altrettanta voglia: con una pista vocale in bella evidenza, può limitarsi ad aggiungere qui e lì qualcosa, mentre i due di cui sopra lo accompagnano. Tempo mezz’ora scarsa e se ne va, lasciando gli altri a ballare con il pubblico; un pubblico che è decisamente la parte migliore dello show, che magari potrebbe pretendere di più, ma che invece, forse giustamente, se ne frega e balla finché la musica non si spegne.

Interpol

Ancora Grand Scène per gli Interpol, attesi e amati da molti. La setlist è composta di brani vecchi e nuovi, piuttosto adatta a un festival, dove è normale privilegiare i pezzi più noti. Quindi si apre e si chiude con due canzoni da Turn On The Bright Lights (Say Hello To The Angels e Obstacle 1); il loro disco forse più amato, Antics (Slow Hands il momento migliore), è ampiamente rappresentato; ma non mancano canzoni dal recente El Pintor. Sul palco Paul Banks e Daniel Kessler fanno sempre buona figura, ma il tutto è all’insegna di un manierismo post-punk elegante quanto vuoto. Da osservare senza bisogno di partecipare.

Jamie XX

A questo punto si impone una scelta. Non ci dispiacerebbe vedere i Libertines sul palco principale, ma le recensioni non buone della serata precedente a Leeds inducono a preferire la concorrenza, soprattutto quando si chiama Jamie XX e ha prodotto uno dei dischi più interessanti dell’anno. Alle 23 in punto sale alla consolle, montata più in alto rispetto al livello del palco, e ha inizio lo spettacolo: avvolto nelle luci e nei suoni, Jamie merita davvero la fama raggiunta; difficile parlare della scaletta: si comincia con SeeSaw, ma il nostro trasforma costantemente i brani, suoi e altrui, in un’unica onda sonora. Nel frattempo balla, si gira a prendere/rimettere i vinili nella sacca alle spalle, ogni tanto li avvicina al volto sotto qualche luce fioca per esser sicuro di non sbagliare, e tocca la consolle come un mago. Balla anche il pubblico, continuativamente, senza posa, e davvero è difficile resistergli.

Shamir live

Alla fine c’è spazio anche per una corsetta a vedere un’altra giovane star, Shamir, in modo da concludere la serata danzereccia. Accompagnato da un batterista, una tastierista e una corista, Shamir parla con una voce più acuta di quella con cui canta, libera i dreadlocks e man mano che si va avanti guadagna sicurezza; nel frattempo la corista lo accompagna con una voce filtrata e di qualche ottava superiore al normale: il tutto all’insegna del gender-bending. E’ bravo, le canzoni sono belle come sul disco e se in futuro riuscirà a portare in tour una band più ampia (non è facile per un esordiente, dati i costi) potrà far vedere grandi cose. Per il momento serve a concludere in allegria la serata.

Domenica 30

Hot Chip live

Almeno per chi scrive, la terza e ultima giornata comincia come si era conclusa la seconda: all’insegna della dance, questa volta con gli Hot Chip, che si esibiscono sulla Grand Scène alle 17.45, sotto un caldo ancora asfissiante e davanti a un pubblico già folto e ben disposto. In effetti, la band inglese, che amplia la formazione con diversi elementi, è ormai un valore sicuro: come per i dischi, difficilmente sbagliano una mossa, e a Parigi confermano l’ottima forma. Infilano successi nuovi (Huarache Lights) accanto ai vecchi (One Life Stand); concludono con la cover di Dancing In The Dark e per un’ora macinano ritmi tinti di soul.

Jungle

In un certo senso, e fatte le dovute differenze, ci si muove negli stessi territori con gli esordienti Jungle, che pure attirano una folla notevole, vista l’accoglienza che il loro disco omonimo ha ricevuto e le recensioni positive dei concerti. Che non sono esagerate, perché la formazione a sei dal vivo funziona come una macchina perfetta. Difficile pensare a un suono meno inglese della funky-disco prodotta dal collettivo nato a Shepherd’s Bush, bisogna aspettare che parlino per crederci, ma così è.

Tame Impala live

Oggi tocca correre: e mentre i Jungle concludono, torniamo verso la Grand Scène dove comincia l’atteso concerto dei Tame Impala. L’ingresso di un Kevin Parker a piedi nudi è accolto da grandi applausi e da una bella atmosfera; difficile trovare una band più adatta per un festival: le canzoni sono belle quanto psichedeliche, l’andamento rilassato con molti picchi energici. Si comincia con Let It Happen, molto applaudita, lunga come sul disco e che serve subito a spazzare il dubbio circa la possibilità di rendere live un disco ultraprodotto qual è l’ultimo (ma vale anche per i precedenti). Elephant è la canzone più acclamata, nonché la più nota (in un’intervista Parker ha detto che gli ha pagato mezza casa), ed è certamente irresistibile; ma, da fan dell’ultimo disco, segnaliamo le ottime The Less I Know The Better, Eventually e naturalmente Cause I’m A Man.

Parquet COurts live

Anche qui c’è da correr via sulle note finali per trovare (sul palco più lontano!) i Parquet Courts. E ne vale la pena, perché i quattro impiegano un po’ a decollare, ma nella seconda metà del concerto producono uno dei momenti più intensi del festival: soprattutto, colpiscono Pretty Machines, che funziona anche senza il sax, e in chiusura Uncast Shadow Of A Southern Myth. Se è il punk-metal un po’ facile degli Offspring ad avere maggior successo, per quanti amano la tradizione newyorkese Velvet-Televison e dintorni questa è la band da vedere.

Nel frattempo c’è chi ai Tame Impala ha preferito la presenza sicura di Mark Lanegan*, che non smentisce le attese. Sul palco della Scène de l’Industrie verso le 19.50 Lanegan fa la sua comparsa parigina. Voce in eccellenti condizioni, particolarmente silenzioso (si è rivolto al pubblico in pochissme occasioni e limitandosi veramente ai saluti e ringraziamenti essenziali), ha regalato una setlist ricca e variata, sebbene per ovvie ragioni di tempo limitata a sole 14 tracce. I soliti classici Harvest Home, Grey Goes Black, One Way Street, Hit The City and Gravedigger’s Song, tirati a lucido per l’occasione (eccellente la prestazione del chitarrista, davvero capace di incidere sull’esecuzione dei pezzi e di accompagnare spledidamente la voce di Lanegan) si sono rincorsi uno dopo l’altro, lasciando tuttavia spazio per due sorprese particolarmente gradite, le cover di Creeping Coastline of Lights dei Leaving Trains (band amatissima e fonte di ispirazione per Lanegan) e di Atmosphere dei Joy Division: riuscitissime, da lasciare letteralmente senza fiato.

Run The Jewels live

Trascuriamo volentieri i Chemical Brothers e il loro spettacolo pirotecnico per aspettare Run The Jewels. Il duo, accompagnato dal Dj Trackstar, ha fama di essere in gran forma; e così è: arrivano sul palco sorridenti e con la folla già pronta a scatenarsi e danno vita a un’ora di energia pura. Niente tracce vocali ad aiutarli, Killer Mike ed El-P sono perfettamente affiatati: potenti quanto un set metal, hardcore nei testi ma simpatici nell’attitudine verso il pubblico, infilano soprattutto brani da Run The Jewels 2 però pescano anche dal repertorio precedente. Difficile citare una canzone su un’altra: forse Lie Cheat Steal, forse Close Your Eyes, forse Oh My Darling Dont Cry? O magari Early, con Boots al refrain cantato, da brividi. Se di Killer Mike si conoscevano già le qualità, è il passaggio di El-P da produttore a rapper di qualità a colpire. Il pubblico li adora e loro lo ripagano scendondo alle transenne per salutare a lungo prima di sparire.

In lontananza le note dei Chemical Brothers ci accompagnano mentre attraversiamo la Senna per tornare in città. 120mila spettatori sulle tre giornate, atmosfera rilassata in stile parigino e bella edizione, con band in grado di accontentare gusti differenti, soprattutto adatta a chi ama spaziare fra i generi. E pazienza per quelli un po’ noiosi, un po’ datati, che continuano ogni anno a chiedere “rock senza contaminazioni” (leggere i commenti su Facebook ecc. per credere).

*I concerti di Ben Howard, Stereophonics, Mark Lanegan sono stati visti e raccontati da Mariangela Macocco

 

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TomTomRock è un sito di articoli, recensioni, classifiche, interviste di musica senza confini: rock, indie, pop, hip-hop.

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