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ROCK EN SEINE – PARIS (DOMAINE DE SAINT-CLOUD), 23-24-25 AGOSTO 2013

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Uno degli ultimi festival della stagione estiva, Rock En Seine è una tre giorni di concerti di minor peso rispetto al contemporaneo Reading & Leeds, ma negli 11 anni di vita si è guadagnato un’ottima reputazione grazie alla location felice, all’atmosfera particolarmente distesa e a programmi di livello. Quest’anno non è da meno, anche se si può lamentare l’assenza di grandi headliners in due serate su tre. 

di Mauro Carosio e Marina Montesano

23 agosto

DSCN0135                                                                                                                                                                   Savages

Ma andiamo per ordine. Seguiamo alle 16.15 il concerto delle Savages, autrici quest’anno di un esordio di valore, che potrebbero sentirsi penalizzate dall’orario e da un sole che sembrerebbe invitare ad ascolti differenti dal loro post-punk asciutto, e invece eseguono un concerto sostenuto (ottima She Will), intenso e oscuro come si addice al genere, nonostante la loro interpretazione estetica del “dark” abbia una curiosa sfumatura impiegatizia, ben lontana da quanto facevano vedere all’epoca Siouxie o i Bahuaus. Abbigliamento a parte, le quattro Savages dimostrano di non essere solo un prodotto di studio. Intanto sul palco principale salgono Belle & Sebastian, che offrono esattamente l’opposto: uno spettacolo disteso, bucolico, anche a partire dall’atteggiamento della band numerosissima, dove diversi fra i membri passano il tempo seduti, alzandosi per suonare le loro parti. A un certo punto invitano il pubblico sul palco, che a questo punto diviene davvero affollato, e l’atmosfera campestre è ancor più confermata.

DSCN0141                                                                                                                                                              Johnny Marr

Fra i giovani Tame Impala e Johnny Marr il cuore ci dice di seguire il secondo, e come sempre ha ragione lui. L’ex Smith ormai solista, ma con una serie di collaborazioni illustri alle spalle (The The, Talking Heads, Pet Shop Boys, Brian Ferry, Oasis e Beck solo per citarne alcune) scalda il pubblico con qualche brano dal suo The Messenger, tra i quali una trascinante versione di Generate Generate, unico suo disco firmato Johnny Marr, per poi infilare Bigmouth Strikes Again, How Soon Is Now, There Is A Light That Never Goes Out, passando per I Fought The Law, entusiasmando il pubblico e ricordando che chitarrista d’eccezione è stato ed è ancora. Il fatto che sia simpatico e modesto nonostante il passato brillante non può che aiutare. Prima grande emozione del festival.
Lo scorso anno si esibivano in un concerto gratuito in una piazza parigina, mentre oggi la seconda scena del festival non riesce a contenere la folla concentratasi per seguire Alt-J: segno che la musica originale proposta dal quartetto inglese ha ormai fatto centro; dal vivo le canzoni di An Awesome Wave suonano come se fossero eseguite in studio, il che può sembrare negativo solo se non si conosce la complessità della loro musica.

DSCN0166                                                                                                                                                        Franz Ferdinand

Ed ecco arrivare una delle band più attese del festival. Sventato il pericolo dello scioglimento, i Franz Ferdinand si presentano sul palco in gran forma e con un nuovo disco che fa già discutere. Perfetta, irreprensibile ed elegante quanto basta, la band di Kapranos, nonostante non sia proposta come headliner, non sbaglia una nota ed entusiasma un folto pubblico galvanizzato dai brani noti (esilarante il mix tra Can’t Stop Feeling e I Feel Love), ma anche da quelli dell’ultimo lavoro Right Thoughts Right Words Right Actions, che hanno una presa immediata e rendono più dal vivo che su disco. Ottima performance del quartetto scozzese, insomma, che si muove ormai in maniera più che collaudata.
Molto pubblico anche per la giovane star del rap Kendrick Lamar che dal vivo conferma il suo flow d’eccezione, con influenze southern (anche se lui è di Compton, Los Angeles) e l’accompagnamento di una band che riesce a metterne bene in evidenza il coté soul. Kendrick seglie di non eseguire per intero il suo fantastico Good Kid, M.A.A.D City, ma gioca con le canzoni, decostruendole. Nonostante questo approccio, Bitch Don’t Kill My Vibe e Swimming Pools (Drank) suonano già come dei classici del genere.
Sul palco principale suona Paul Kalkebrenner (scelta che appare modesta) al quale preferiamo Hanni El Khatib. Ascoltando l’ultimo disco Head In The Dust, prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys, si ha la netta impressione di essere davanti a una nuova giovane promessa. I brani scorrono senza cedimenti tra rock più classico e qualche strizzatina d’occhio al pop. Ma dal vivo Khatib un po’ delude: troppi stacchi inutili, insicuro con la voce e troppo… ciuffo… che ondeggia tra i riflettori con movenze da fotomodello più che da rockstar. Il concerto sale soltanto dove le influenze della produzione restano più evidenti, il che non è esattamente un complimento.

24 agosto

DSCN0202                                                                                                                                                  Eugene McGuinness

Un’altra piacevole sorpresa del festival viene da Eugene McGuinnness. Bravo, accattivante e sicuro di sé nonostante la poca esperienza, McGuinness esegue una serie di brani tratti dal suo unico album da solista, The Invitation To The Voyage, in maniera perfetta. Il suo pop-rock sembra semplice, e di fatto lo è, ma il grande pregio del giovane artista inglese è quello di trovare soluzioni melodiche originali e vagamente eccentriche che lo rendono riconoscibile e non banale. Bella anche l’inedita Fairlight che circola su internet ma non fa parte di alcun nuovo progetto. Aspettiamo fiduciosi la prossima prova.
Poco interessanti invece i Black Rebel Motorcycle Club, che nella formazione a tre spariscono nel grande palco della scena principale; il loro è un suono certo energico, ma non sostenuto da particolare originalità e nemmeno da una scrittura davvero incisiva. Il che non si può dire per i Nine Inch Nails, che nella loro carriera hanno vissuto alti e bassi, ma che certo hanno lasciato il segno nel rock di questi ultimi vent’anni. Molti sono in attesa sotto il palco già dal primo pomeriggio; Trent Reznor scegli di suonare ben poco del nuovo disco, in uscita il 2 settembre, preferendo puntare sulle vecchie canzoni. Bravo come front man, si muove su una scena colorata e vivace quanto basta da rendere gradevole e a tratti intensa l’esibizione nella sua interezza e puntualità. Chiude una breve e sentita Hurt, ormai quasi un omaggio alla memoria di Johnny Cash.

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Chiudono la serata i francesi (ma ormai ampiamenti internazionali) Phoenix, che molti avrebbero visto meglio a ruoli invertiti con i NIN, ma che propongono il loro pop articolato con verve e con risultati, se non strepitosi, certo in grado di giustificare la scelta degli organizzatori. Anche per questo secondo giorno, comunque, manca un vero peso massimo in grado di stendere il pubblico.

25 agosto

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I pesi massimi, sotto forma dei System Of A Down, sono invece attesi per l’ultimo giorno che si annuncia dunque bene nonostante un po’ di pioggia e molto fango. Eels sul palco principale alle 17 offre un concerto alterno e con poco mordente. Nonostante i Parquet Courts attraggano, siamo in Francia e scegliamo di seguire i francesi (di Lille) Skip The Use che si sono assicurati un posto di rilievo sulla scena locale (e ormai non solo), cantano in inglese e hanno un punto di forza nel cantante Mat Bastard. Si tratta senz’altro della migliore performance del festival per quanto riguarda lo spettacolo vero e proprio. Bastard è al limite dell’ “essere umano”: pirotecnico, funambolico, ipercinetico, incanta una platea enorme con un’energia e una capacità di coinvolgimento che pochi artisti possiedono. Il tutto senza una sbavatura sull’intonazione e sull’intensità di una capacità vocale grandiosa. Un atleta, nel vero senso del termine, del belcanto al servizio del rock’n roll. Esibizione da 10 e lode.

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Tanta è l’energia di Mat, che un quarto d’ora dopo la fine del concerto lo ritroviamo, increduli, sul palco principale invitato dai Bloody Beetroots, che potrebbero essere ormai la band italiana più conosciuta all’estero. Il loro mix di metal e house è fragoroso anche se privo di sfumature, ma certo per un’oretta in grado di far scatenare molte migliaia di persone, perfino sulle note di Volevo Un Gatto Nero, una canzone storica dello zecchino d’oro anni ’60, opportunamente adattata alla situazione. Risultato simpatico.

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Ormai però è cominciata l’attesa per i System Of A Down e, guadagnati buoni posti, pazientiamo fino alle 21.45 sotto una leggera pioggia. Per fortuna i concerti sono sempre puntuali ed ecco dunque i quattro SOAD salire sul palco dinanzi alla folla più massiccia di tutto il festival. Apre Aerials alla quale fanno seguito altre 22 canzoni scelte fra l’intero repertorio della band; il pubblico è scatenato e quando un Daron Malakian dall’aria particolarmente maligna invita al mosh pit, le telecamere inquadrano infernali mulinelli di gente. BYOB, Chop Suey, Toxicity sono ancora in grado di incantare; i momenti più calmi di Lost In Hollywood o Lonely Day sono sapientemente alternati alla frenesia hardcore del primo album, qui rappresentato da Suite-pee, DDevil e Sugar, con la quale chiudono il concerto. Se Serj Tankian e Daron Malakian sono il perno attorno al quale ruota la band, la ritmica del bassista Shavo Odadjian e del batterista John Dolmayan funziona come uno schiacciasassi. Lo show non fa una grinza ed è adeguato alla band: pochi gli effetti speciali, poche “acrobazie” da parte dei membri ormai quarantenni, ma uno spettacolo di gran classe come si conviene a un gruppo che, giustamente entrato nella storia del rock, non ha da stupire se non con il proprio repertorio.

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Rock En Seine 2013 si chiude insomma con una band perfetta e originale nel suo crossover di stili. Il che ci sembra quasi simbolico di un festival che (secondo le tendenze attuali) non esita a mescolare generi differenti nella convinzione che il pubblico odierno badi poco alle categorie e molto più a divertirsi con la musica.

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