beach house depresssion cherry cover

BEACH HOUSE – DEPRESSION CHERRY (Bella Union – 2015)

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Beach House: il nuovo disco suona come il precedente

L’idea iniziale era di copiare-incollare la recensione del precedente Bloom cambiando i titoli dei pezzi citati. Tanto i dischi dei Beach House funzionano più o meno sempre allo stesso modo, con il loro dream-pop codificato persino nei sogni che evoca. Il dovere di cronaca imponeva però di dar conto dello sbandierato ritorno alla semplicità (e alla drum-machine) da parte di Victoria Legrand e Alex Scally dopo i presunti barocchismi di Bloom, ritorno che la stampa indie ha celebrato assegnando a Depression Cherry i soliti votoni. Ora il duo di Baltimora non è certo male, ma se fossero loro il meglio della scena attuale saremmo fregati come John Martyn in una sala da tè, diciamolo onestamente. Qui c’è tanta intenzione e nessuna tensione; ad esempio la dolcezza contrappuntata di ossessività di Sparks interessa all’inizio e dopo poco annoia per mancanza di sviluppi. Peggio ancora 10:37, che dura per fortuna solo 3:48 di la la la più lagnosi che suadenti.

Depresson Cherry convince solo a tratti

Qualcuno dovrebbe dire ai due che non sono toccati dal genio qualunque cosa facciano; invece, come tutti, a volte la azzeccano a volte no. I momenti migliori sono quelli più indifesi sentimentalmente e più lineari musicalmente come PPP (con probabile citazione dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini) e soprattutto Space Song, sciabordante senza vergogna come un lentone estivo e con drum machine appena riprogrammata da un bagnino karaoker. Orribile? Perfetta invece, forse perché una volta tanto l’intenzione ha dato risultati sbagliati.
L’ultima parte è piuttosto noiosa (ci si accorge giusto del bell’inizio polifonico di Days Of Candy) e dimostra che anche stavolta, e a prescindere da strumenti e produzione, il dream-pop dei Beach House è molto dream e poco pop, visto che manca di canzoni memorabili.

E così, a fine ascolto, sale insopprimibile il desiderio di mettere sul piatto del giradischi il vinile appena acquistato di Honky Chateau di Elton. Poche storie, quello è il pop: poetico, paraculo, scemo, vero.

6/10

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Antonio Vivaldi

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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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