Belle and seb 2015

BELLE AND SEBASTIAN – GIRLS IN PEACETIME WANT TO DANCE (Matador – 2015)

Belle and seb 2015

Se il mondo fosse Belle And Sebastian, il mondo sarebbe migliore: delicato, arguto, poetico, colto senza ostentazioni, sentimentale senza lacrime, retrò senza nostalgie. Tra fine anni ’90 e inizio anni ’00 fu splendido immergersi in questo mondo (per qualcuno troppo vegetariano e poco sexy, peraltro) in cui le “star” di copertina erano gli amici dei musicisti e quando intervistavi il batterista Richard Colburn finivi per parlare di Godard e Pasolini pensando che con Keith Moon o Ringo non sarebbe potuto succedere.
Poi tutto questo è diventato maniera e la musica ha perso freschezza e acquisito ‘intenzione’, oltre che produttori importanti come Tony Hoffer, incaricati di rendere più vendibile l’idea B&S. In album come The Life Pursuit o Write About Love si percepiva sempre l’amore per gli anni ’60 e ’80 e per la melodia nitida e consolatoria, ma era come se Stuart Murdoch, leader e ideologo per sbaglio della formazione, si guardasse allo specchio e si annoiasse da solo. Chiaro che poteva esserci un più prosaico problema d’ispirazione, di melodie che tendevano a ripetersi. Forse ci voleva una pausa e, in effetti, dopo un silenzio discografico di cinque anni, Girls In Peacetime Want To Dance suona di nuovo fresco quasi come If You’re Feeling Sinister (o i meravigliosi tre ep del 1997) e un po’ più preoccupato per quel che succede nel grande mondo intorno: “Che cosa conti di fare, Allie? Ci sono bombe in Medio Oriente/ E tu vuoi farti del male da sola?”. Soprattutto nella prima parte le canzoni scorrono a meraviglia, ritrovando quella profondità leggera e quella malinconia costruttiva che erano le loro caratteristiche migliori. Si può dire che Girls… è di nuovo un disco poeticamente scozzese (attenzione il gruppo si è speso per il sì all’indipendenza in occasione del recente referendum), non fosse che è stato registrato in un posto ben poco scozzese e poco poetico come Atlanta, Georgia e con un produttore americano, Ben H. Allen III (Animal Collective e altro). Ma questa è la magia paradossale di Belle & Sebastian, in grado di unire un titolo come Enter Silvia Plath a suoni da far invidia ai Daft Punk di oggi o al Jimmy Somerville di una volta. Peccato solo che l’album ecceda in lunghezza e che gli ultimi due brani suonino come esperimenti lasciati a metà o tipici lati B di singoli. A parte questa piccola pecca, è bello ascoltare musica che regala serenità (anche quando risalgono i ricordi tristi di Nobody’s Empire) e atmosfere in stile “festa danzante per l’inaugurazione di una libreria”. A questo punto, felici di avere ritrovato i nostri Belle & Sebastian ma consapevoli che la felicità dura un attimo,  potremmo passare all’ascolto di Divide and Exit degli Sleaford Mods, inquietante/suggestiva passeggiata notturna in mezzo a gente che piscia contro i muri. Stuart Murdoch non lo farebbe mai.

8/10

Genova, G8 2001. Orrida tensione, colonne di fumo nero. Ho un foulard sul viso in velleitaria funzione anti-lacrimogeni e una maglietta arancione con la riproduzione della copertina di Fold Your Hands Child, You Walk Like A Peasant (album di B&S del 2000 che inizia con la frase “I fought in a war”). Si avvicina una ragazza che ha notato la maglietta e, in quel marasma di urla e slogan, mi dice sorridente ”Belle & Sebastian è il mio gruppo preferito”. Non faccio nemmeno in tempo a rispondere; parte una carica della polizia, o forse parte solo la paura, e bisogna scappare. Quando mi fermo, la ragazza non c’è più. La maglietta c’è ancora; Belle & Sebastian ci sono ancora.

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Belle And Sebastian – Nobody’s Empire

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Belle And Sebastian – The Party Line

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