DAngeloAndTheVanguard

D’ANGELO AND THE VANGUARD – BLACK MESSIAH (RCA – 2014)

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Black Messiah: grande sorpresa di fine anno.

E’ arrivato come una bomba di fine d’anno il nuovo disco di D’Angelo: in preparazione da anni, previsto per il 2015 e anticipato per accompagnare i moti di rivolta dell’America di queste ultime settimane. Il che è strano, dal momento che questo Black Messiah è un disco senza tempo in più di un senso. Il primo e più immediato sta nel fatto che il suono delle sue dodici canzoni è a suo agio ai nostri giorni come lo sarebbe stato nel passato: gli elementi di cui è composto (funk, soul, r’n’b) non sono nuovi, ma D’Angelo li rimescola come non si sente spesso. Così molti possono essere i nomi che richiama (Sly Stone, Prince in primo luogo), ma lui è D’Angelo e Black Messiah suona soprattutto come il suo disco e niente altro. E’ anche differente, meno intrigato dall’hip hop, rispetto al Voodoo che nel 2000 aveva fatto gridare alla rinascita del r’n’b: prima che gradualmente ma inesorabilmente il suo autore sparisse dalla scena in un processo di autodistruzione né nuovo né originale; difatti, nuovo e originale è questo suo ritorno ai medesimi livelli di quattordici anni fa.

D’Angelo in forma strepitosa dopo tanti anni

L’inizio è strepitoso: Ain’t That Easy è il brano più accattivante della raccolta, nonché quello che si ricorda più facilmente. Segue il più originale, ossia 1000 Deaths, con un groove di strumenti compressi dal quale spunta un chorus da brivido. Difficile da eguagliare, e difatti successivamente il ritmo rallenta sebbene The Charade sia il brano politicamente più esplicito: “All we wanted was a chance to talk / ‘Stead we only got outlined in chalk” (“Tutto ciò che volevamo era una possibilità di esprimerci / Invece abbiamo avuto soltanto il nostro profilo disegnato con il gesso per terra”: memento dei troppi morti di colore nelle strade dell’America di oggi).

Black Messiah, un disco fatto per durare

In generale, i brani quasi mai hanno una struttura chiaramente delineata, comunicando un perfetto senso di improvvisazione che solo si può ottenere grazie un livello di tecnica e di conoscenza della musica elevatissimo; al quale si aggiunge il fatto che la qualità dell’esecuzione e della registrazione danno a volte l’impressione di star seduti insieme ai musicisti nella stessa stanza: si ascoltino per esempio le percussioni e la chitarra acustica all’inizio di The Door. Difficilmente Black Messiah si comprende al primo ascolto, e forse neppure al decimo; è un disco che, pur essendo piacevole, ha questa naturalezza studiata che richiede tempo, ma proprio per questa ragione non stanca. Il suo essere senza tempo risiede anche in questo. L’abbiamo definito una bomba, ma non è qualcosa che esplode e ti sorprende; va conquistato un po’ per volta ed è destinato a restare con noi per molto tempo.

9,5/10

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Marina Montesano

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. Condividerla con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

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