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DANNY BROWN – OLD (Fool’s Gold – 2013)

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di Marina Montesano

Danny Brown non è fra i rappers più noti in Italia e i suoi dischi nemmeno vengono distribuiti nei (pochi rimasti) negozi di dischi. Negli USA è famoso, ma non scala le classifiche; si può dire che sia a metà strada fra l’underground e il mainstream, celebre per le sue qualità tecniche (fra i giovani, solo Kendrick Lamar gli sta alla pari), per l’aspetto insolito (dai capelli ai denti), per gli eccessi: nella scorsa primavera ha fatto scandalo perché una fan particolarmente scatenata, nell’ambito di concerti non noti per le loro finezze, gli ha praticato una fellatio ripresa e diffusa online grazie all’onnipresente telefonino. Interrogato sull’ “incidente” da un tweet dell’amico/collega Lamar, Brown ha risposto di non aver perso neppure una rima (e il video conferma). Vi pare un po’ grezzo? Lo è, certo, ma il rock dell’età d’oro è stato edificato su realtà e leggende di eccessi di droga, sesso, alberghi distrutti. Oggi non usa più, così tocca al rap mantenere alta la bandiera dell’esuberanza giovanile. Old non manca di alcuno dei suddetti elementi, ma non si ferma a questi.
E’ un disco lungo, composto di diciannove brani e diviso in un’ideale A side, Old, e in una B side, Dope Song. In linea di massima, si può dire che la prima parte sia quella più meditativa, la seconda quella più votata alla demenzialità, ma ci sono sconfinamenti dell’una nell’altra. Danny Brown è un rapper bipolare, in grado di scatenarsi al modo del rimpianto Ol’ Dirty Bastard, ma è anche preciso, veloce, micidiale come pochi. I testi non sono da meno: possono alternare la consueta miscela di scherzi grevi, al solito a sfondo sessuale, con introspezioni molto profonde. In Old, buona parte della A side è carica di un’autobiografismo estremo, nel quale l’infanzia dissestata, l’attività di spacciatore e consumatore di crack, le violenze subite e quelle inferte si susseguono senza posa.
Clean Up, su una base psichedelica (Brown è dichiaratamente un fan di Arthur Lee e dei suoi Love) bellissima, distende un testo di rara potenza sulla sua condizione di tossico e su come questa ingeneri la mancanza di interesse per i cari (la figlia e la madre “sistemate” con qualche migliaio di dollari), sulla sua ricerca di una soluzione alla condizione esistenziale nei beni materiali: “That’s why I feel bad, popping Givenchy tags / Knowing that this tee could feed my nephew for a week” (“Ecco perché mi sento male quando mi infilo una marca Givenchy / sapendo che questa T-Shirt potrebbe dar da mangiare a mio nipote per una settimana”); sul passato (il “vecchio” Danny Brown del titolo) che non passa: “Problems in my past haunt my future and the present” (“I problemi del mio passato infestano il mio futuro e il presente”); per concludere mestamente: “Been stressing so long think depression done settled” (“Sono stato così a lungo in questa condizione, penso sia ormai una depressione”).
A metà del disco, Clean Up ne è in un certo senso il culmine, ma non l’unico grande momento, perché i brani da menzionare sarebbero certo più numerosi di quelli che passano senza lasciare il segno. La produzione è eccellente, forte sul piano della ritmica quanto su quello melodico; esattamente ciò che si può dire del flow di Danny. Old è certamente la sua conferma nel panorama hip-hop contemporaneo, il disco che potrebbe lanciarlo verso il successo più ampio senza fargli perdere un grammo di credibilità.

8,3/10

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Danny Brown – Dip

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