JOANNA NEWSOM DIVERS

JOANNA NEWSOM – DIVERS (Drag City – 2015)

JOANNA NEWSOM DIVERS

di Mariangela Macocco

The diver is my love / (and I am his, if I am not deceived), /who takes one breath above, for every hour below the sea;/ who gave to me a jewel/ worth twice this woman’s life (but would cost her less/ than laying at low tide, to see her true love phosphoresce): così canta Joanna Newsom in Divers, una fra le tracce più belle e significative delle 11 canzoni che compongono il suo recente ed eponimo lavoro. Ci racconta una storia d’amore magica e fatata vissuta nelle profondità dell’oceano, messa alla prova dal passare del tempo. L’inconfondibile voce di Joanna, voce altrettanto fatata e particolarissima, risuona sullo sfondo delle note della sua classica arpa dal sapore antico.
A cinque anni di distanza dall’acclamato Have One On Me, l’eccentrica e a tratti spigolosa cantautrice americana è tornata al suo pubblico con un album che in 52 minuti scarsi ci regala un’altalena di emozioni e sensazioni a volte anche contrastanti. E’ un album a tratti bellissimo, perfino sublime, Divers, a tratti invece non si riesce a celare la noia che ci pervade all’ascolto. E’ questa la chiave di lettura dell’album. Joanna ha trovato la propria dimensione artistica e poetica e la itera per tutte e undici le canzoni, come fosse animata dal desiderio di raggiungere una perfezione alla quale sacrifica forse la freschezza di una autentica creatività.
Se le sonorità si ripetono senza particolari variazioni da un pezzo all’altro – domina su tutto l’ atmosfera rarefatta, malinconica e barocca di arpe, clavicordi fino ad arrivare a strumenti sperimentali come il marxofono o sintetizzatori vintage capaci rendere il suono a tratti veramente eccelso, a tratti troppo manierato – i testi sono particolarmente felici. È tutta una declinazione malinconica dei concetti di amore e di tempo e un’esplorazione degli effetti del tempo sull’amore, che non lesina raffinatissimi riferimenti letterari. E’ cosi’ ecco, una dopo l’altra susseguirsi la futuristica Waltz Of The 101st Lightborne, You Will Not Take My Heart Alive e la traccia conclusiva e bellissima, Time, As A Symptom. Particolarmente felice anche il brano di apertura Anectodes: All along the road, the lights stream by/ I want to go where the dew won’t dry/ I want to go where the light won’t bend /Far as the eye may reach–nor end, canta con la sua voce particolarissima la Newsom, sullo sfondo di un dialogo fra arpa e pianoforte tenuto assieme da un elaborato arrangiamento orchestrale.
Ci riportano alle radici folk e all’atmosfera del Greenwich Village i brani scelti come singoli da Joanna, Sapokanian e Leaving the City, e a mio avviso sono forse fra i meno significativi dell’album. Indubbiamente nel complesso è un album interessantissimo, da ascoltare più volte, se non si conosce la Newson e anche se la si conosce già. Superato il primo scoglio, costituito dalla voce particolare e a tratti anche sgraziata di Joanna, l’album regala tuttavia delle perle inestimabili.

7/10

httpv://www.youtube.com/watch?v=ky9Ro9pP2gc

Sapokanikan

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