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LANA DEL REY – ULTRAVIOLENCE (Polydor – 2014)

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Da un primo disco sopravvalutato Lana Del Rey approda a Ultraviolence.

Difficile, per chi non si impegna, inquadrare Lana Del Rey e questo Ultraviolence in un’unica veste artistica e personale. Dall’anno del suo clamoroso debutto, il 2011, di parole ne sono volate parecchie, così come gli insulti e le accuse di essere un prodotto piuttosto scarso di un mercato musicale ormai alla frutta. C’era del vero, soprattutto se si considera che il suo primo disco sotto major, Born To Die, altro non era che la produzione affrettata di un’artista che stava bruciando troppo rapidamente. Ottimi i pezzi raccolti nell’EP uscito in precedenza, terribili quasi tutti gli altri, scritti e suonati con l’approssimazione di chi avrebbe dovuto far uscire il disco la settimana prima.

Il buono però era intuibile, la sua voce affascinante, e quell’idea di una Hollywood marcia e sudata veniva direttamente dalla penna di Bruce Wagner e l’immaginario di Kenneth Anger. Lana Del Rey suonava come Mulholland Drive, fuori sincrono con la realtà e immersa in un sogno americano lasciato al sole, a marcire, come un amore che non dura.

Dan Auerbach aiuta Lana Del Rey

Ultraviolence è il prodotto di altri tre anni sotto il sole di Los Angeles, un disco lento, ponderato, spogliato delle maschere più pop che avevano affondato Born To Die; un ritorno al passato firmato Lizzy Grant, quando ancora se la cantava al piano tra tutte le sue tristezze. È anche un disco suonato per davvero, soprattutto grazie alla produzione di Dan Auerbach dei Black Keys, presente alla chitarra in diversi momenti, quelli più convincenti, in cui il tappeto musicale sembra uscito da una radio un po’ arrugginita. Non è un lavoro perfetto, ma suona vecchio come un disco di chamber pop anni ’50, con i solchi rovinati dal tempo e la copertina mangiata dal sole, e affascina disperatamente chi vede in quel tipo di America andata a puttane uno sfondo perfetto per le sue storie d’amore.

 

 7,5/10

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Mattia Meirana

Written by

Appassionato di musica, cinema e fotografia, ha costretto suo padre ad anni di Springsteenianismo acuto. Ora, quasi trentenne, pare essere guarito e ascolta il punk che avrebbe dovuto ascoltare a sedici anni.

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