laura marling eagle

LAURA MARLING – ONCE I WAS AN EAGLE (Virgin – 2013)

laura marling eagle

di Antonio Vivaldi

Già al tempo dell’opera prima  Alas, I Cannot Swim Laura Marling sembrava più vecchia dei suoi 18 anni. Questo divario fra età anagrafica ed età spirituale si è mantenuto inalterato nel tempo e così A Creature I Don’t Know (2011 – anni 21) si proponeva come il disco della maturità prematura, costruito su canzoni impeccabili che fondevano l’amore per il folk a nitidi riferimenti a Joni Mitchell. Oggi la ventitreenne Laura, nel frattempo trasferitasi da Londra a Los Angeles, incide uno strano, affascinante e aspro  lavoro che si può paragonare a quell’Hejira che l’artista canadese, peraltro, pubblicò quando di anni ne aveva 33! Un po’ disilluso, un po’ speranzoso, Once I Was An Eagle è anche un disco dai toni elusivi su cui i commentatori hanno già cominciato ad arrabattarsi: lo “you” maschile a cui molte canzoni sono  rivolte  è in realtà più di una persona? E chi sono Undine e Rosie? Forse due alter ego dell’autrice?  A suo modo elusiva è anche la musica. Alle melodie ben strutturate e ai suoni sempre al posto giusto di A Creature I Don’t Know si  sostituisce qualcosa di più ostico. I primi quattro pezzi vanno a formare una sorta di suite dall’andamento sciabordante e  ipnotico e dagli improvvisi sussulti strumentali. L’impressione è che ci sia stata molta improvvisazione-elaborazione in studio: le parti vocali viaggiano quasi come un flusso di coscienza, mentre  chitarra acustica, tablas e violoncello creano un effetto d’insieme che oltre alla solita Mitchell (stavolta quella di The Hissing Of Summer Lawns) fa pensare anche al Tim Buckley di Happy Sad. Il quinto ‘movimento’, Easter Hunter, scatena energie rimaste fino a quel momento bloccate e rappresenta un momento liberatorio anche per l’ascoltatore. Per qualche minuto il disco sembra alimentarsi di quest’improvvisa vitalità e produce il suo momento più melodicamente compiuto in Little Love Caster e quello più intenso in Devil’s Resting Place. Passato l’Interlude strumentale arriva la parte più pacata del lavoro, con canzoni strutturate come tali anche se sempre molto sobrie negli arrangiamenti. Il risultato è pregevole ma in qualche momento un po’ statico e senza l’eleganza melodica dei migliori episodi di A Creature I Don’t Know; solo la conclusiva Saved These Words, che riprende il movimento iniziale del disco,  si lascia un po’ andare, forse in sintonia con la cauta apertura di credito sentimentale  del testo: “Se tu scegliessi/ Se io scegliessi di amare/ Qualcuno in qualche momento non lontano/ Salvo intanto queste parole per te.” Certo, cara Laura, che se a soli 23 anni ci hai fatto impegnare così tanto con questo disco, in previsione del prossimo  siamo già terrorizzati.  

7,5/10

 

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Laura Marling – Devil’s Resting Place

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