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MARK LANEGAN & DUKE GARWOOD – BLACK PUDDING (Heavenly – 2013)

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di Antonio Vivaldi

Black Pudding si apre con uno splendido strumentale per chitarra acustica in cui Duke Garwood evoca sinistri cieli alla García Lorca. Il bell’inizio è bissato dalla successiva Pentecostal dove  Garwood recupera  il blues barocco di Bert Jansch e John Renbourn per  far entrare in scena  Mark Lanegan con la sua voce acre e i suoi  foschi paesaggi dell’anima. Ma la stoffa buona per il disco sembra finita qui e, salvo un paio di eccezioni,  quel che segue è una sequenza di scoloriti scampoli di idee. L’inglese Garwood, si sarà capito, è un ottimo chitarrista, capace di creare atmosfere narcotiche sospese fra John Fahey e il Ry Cooder di Paris, Texas. Ma si tratta di atmosfere, appunto, e non di vere canzoni. E c’è un altro problema: ormai Lanegan è sin troppo ovvio nel suo ruolo di cattivo-soggetto-con-talento-poetico, di piazzista della dissipatezza  che sfodera a gettone storie di morte e peccato  (il precedente Blues Funeral, pur agendo in un contesto venato di elettronica, risultava altrettanto monocorde). Un vero peccato perché  un maggior lavoro sulla struttura dei pezzi e un minore autocompiacimento avrebbero prodotto un disco ben diverso .Insomma, con poco si sarebbe potuto avere molto.  Shade Of The Sun, ad esempio, trova grande forza evocativa nella dimensione dell’’inno religioso;, al contrario,  Death Rides A White Horse suggerisce certamente immagini da morte nel deserto, ma  più per noia che per sete.

Pensiero rancoroso: una volta Lanegan era artista su cui si poteva contare, adesso viene voglia di contare i suoi vecchi dischi che si potrebbero vendere. Per comprare il nuovo Daft Punk, ad esempio.

5,9/10

 

Per discuterne:

https://www.facebook.com/groups/282815295177433/

 

httpv://www.youtube.com/watch?v=7U1y-af2Q9E

 

Mark Lanegan & Duke Garwood – Pentecostal

 

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