NickCave LiveFromKCrw

NICK CAVE & THE BAD SEEDS – LIVE FROM KCRW (Bad Seed Ltd. – 2013)

NickCave LiveFromKCrw

di Antonio Vivaldi

Una volta tanto vale la pena partire dal contenitore. Live From KCRW andrebbe acquistato in vinile persino non possedendo un giradischi. La bella foto di copertina con Nick Cave e tante valigie tecnologiche aperte davanti a lui  è spettacolare in versione 12 pollici e sacrificata  e poco comprensibile sul cd digipack. Inoltre il vinile contiene due pezzi in più (12 anziché 10) e accesso al download del lavoro completo. Ovvero: una è la versione dove il moderno si sposa al vintage che fa tendenza, l’altra è il simbolo di  un supporto nato scialbo, oggi forse moribondo e mai davvero amato (non è un caso che in diversi negozi di dischi il vinile stia in tempi recenti conquistando percentuali di vendita sempre più sostanziose). Passando ora al contenuto, si può dire che Live From KCRW rappresenti una nota a piè di pagina nella carriera di Nick Cave, però una gran bella nota. Nell’aprile di quest’anno, a suggello di un tour di tre mesi per la promozione di Push The Sky Away, Cave e i Bad Seeds, in una versione a ranghi ridotti e quasi cameristica, si esibiscono davanti a 180 persone per un concerto organizzato dall’emittente radiofonica californiana KCRW.  A dimostrare come le tournée dei Cattivi Semi siano, a prescindere dal rodato mestiere di leader e accompagnatori, un crogiuolo di idee in lenta ebollizione provvedono proprio i quattro pezzi tratti dal lavoro più recente. Soprattutto Wide Lovely Eyes e Mermaids risultano più espressive e solenni rispetto alle stesure originali di studio, animate da una vita interiore che prima non possedevano, mentre Higgs Boson Blues acquista i toni di una meditazione quasi più stupita-desolata che visionaria sul mondo odierno. Per quanto concerne il repertorio d’epoca, la scelta è caduta su titoli in sintonia  con i toni lunari, sospesi ma anche ad ampio respiro del Cave odierno: dunque si ascoltano tre brani dallo straziato Boatman’s Call, due dal brumoso No More Shall We Part e la remota, quasi dimenticata e quasi alla Calexico Stranger Than Kindness. Dei debordanti  furori di un tempo resta poco, anzi solo il soprassalto finale rappresentato da  Jack The Ripper. Resta anche un dubbio relativo a quella che va considerata LA canzone del musicista australiano, The Mercy Seat. La storia narrata in prima persona del condannato a morte e del suo corpo che  sfrigola sulla sedia elettrica è sempre stata accompagnata da un angosciante crescendo circolare che qui scompare senza essere sostituita da una qualche forma di energia alternativa. Potrebbe essere una rivisitazione sotto forma  di sogno o di incubo, addirittura una narrazione post-mortem oppure un modo per far notare quanto bella sia l’idea melodica di base – in ogni caso questa stesura continua a suonare un po’ fuori contesto e non certo da far ascoltare in prima battuta a chi non conosca il pezzo.  Ma forse si tratta solo di un dubbio pignolo a cui l’interessato replicherebbe con una poetica frasetta del tipo “che cazzo vuole questo?”, per poi usare come corpo contundente contro il fastidioso interlocutore il vinile, anche piuttosto pesante,  di cui si diceva.

7,8/10

 

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Nick Cave & The Bad Seeds – Mermaids

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