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Recensione: Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

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Viene da dire che non è giusto parlare di questo disco; viene spontaneo pensare che mai come in questo caso il termine ‘recensione’, con la sua componente analitica e anodina oppure iperemotiva,  sia fuori luogo. Certo, dice la mente razionale, Nick Cave ha messo il suo dolore  nero su nero e allora ci è lecito parlarne, però resta un problema.

Un disco emozionante

Il problema è che Skeleton Tree non può che essere definito magnifico, emozionante, intenso, commovente e usando questi termini ci si sente ladri di sentimenti e sofferenze altrui.

E non basta sapere che il musicista australiano  ha iniziato a lavorare a questi pezzi prima della morte, pochi mesi fa, del figlio quindicenne Arthur, caduto da una scogliera. Anzi, dà i brividi  che la prima canzone, Jesus Alone, si apra con questi versi che sembrano terribilmente prescienti: “Sei caduto dal cielo/ Sei atterrato malamente in un campo/ Vicino al fiume Adur […] Con la mia voce ti sto chiamando”. Questa sequenza di ballate scarne e arrangiate con pochi tocchi strumentali segna un taglio netto rispetto ai modi elegantemente sarcastici dei precedenti lavori con i Bad Seeds e ancor di più con la sensualità marpiona di quelli a nome Grinderman. Se un paragone si può fare è con l’ormai lontano Boatman’s Call, ugualmente  ispirato da un evento doloroso, per quanto assai meno definitivo (la fine della relazione sentimentale con PJ Harvey).

Una voce spezzata

Skeleton Tree può essere considerato come un requiem di  40 minuti che si sforza di  portare la sofferenza interiore su un piano più globale (un requiem per il mondo contemporaneo?),  proponendo verso la fine una possibilità di uscita  o forse solo un’ipotesi di consolazione: “Partiamo verso cieli lontani/ Guarda il sole/ Guardalo mentre sorge/ Mentre sorge nei tuoi occhi”. Le melodie paiono cristallizzate oppure velate,  mentre la voce dimentica i toni da crooner di Push The Sky Away e in Girl In Amber è spezzata, fragile come mai prima la si era ascoltata. A questo punto ci si rende conto  che i due dischi più importanti del 2016, questo e Blackstar di David Bowie, hanno a che fare con la morte, ne sono impregnati. Chissà se è un caso o se significa qualcosa.

10/10

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Antonio Vivaldi

Written by

Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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1 Response

  1. Avatar Giancarlo ha detto:

    Sono completamente d’accordo con Antonio, anche se non ho ancora ascoltato per intero il disco, i primi 5 pezzi sono un’immersione in apnea nel dolore…

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