PPCapovilla ObtortoCollo

PIERPAOLO CAPOVILLA – OBTORTO COLLO (Virgin/ La Tempesta – 2014)

PPCapovilla ObtortoCollo

di Guido Siliotto

Non era un fatto scontato, eppure non stupisce più di tanto l’approdo alla canzone d’autore, in veste da solista, di Pierpaolo Capovilla. Dal blues dal taglio noise d’ispirazione statunitense degli One Dimensional Man, alla variante in lingua italiana del Teatro degli Orrori, campioni d’incassi e tra le realtà più importanti nel panorama rock nostrano degli ultimi anni, il passo era stato tutto sommato breve. Solo il cambio di lingua aveva un che di traumatico, ma il nostro se l’era cavata alla grande. Obtorto Collo è, innanzitutto, la prima prova da solo, senza cioè una band a fianco, ma solo con alcuni collaboratori: in primis Paki Zennaro, musicista veneziano e storico collaboratore di Carolyn Carlson, regina della coreografia contemporanea mondiale, e poi Taketo Gohara, al banco di regia, oltre al vecchio compagno d’avventura Giulio Ragno Favero. In altre parole, ora la responsabilità ricade tutta su di lui, in questa prima incursione in una forma di cantautorato che, seppure debba molto, in termini di suono e di drammaticità, al suo background musicale, tuttavia si colloca su direttrici del tutto differenti. Non sarebbe un’affermazione precisa ritenere che la parola abbia preso il sopravvento sulla musica, però sembra che in qualche modo Capovilla abbia voluto, questo sì, mettere la parola al centro come mai era avvenuto prima, o, comunque, metterla in evidenza, abbassando il volume degli amplificatori. Si potrebbe in maniera sbrigativa definirla svolta pop: pacatamente, qualche ritornello diventa più accessibile e qualche brano si lascia canticchiare, anzichè urlare. Ma prendiamola più come la fase di un percorso: in un possibile parallelo con grandi del rock, si pensi a un Nick Cave, che, dopo gli eccessi dei Birthday Party poi stemperati nella prima fase della carriera coi Bad Seeds, approdò a porti più sicuri, ma sempre nebbiosi, cupi, di quelli che è meglio affrontare col coltello in tasca. Ci sono le canzoni d’amore, ad esempio, ma è l’occasione anche per alcuni dei suoi testi più politici, dove anche il privato è politica, scelta quotidiana da che parte stare. Rapporti umani per forza mediati dalla società, quella attuale, che non merita attenuanti. Si pensi allo spaesamento di Irene o alla violenza domestica di Quando, fino ai soprusi che arrivano dalle istituzioni drammaticamente sintetizzati in Ottantadue Ore. Da un punto di vista musicale c’è il blues, ci sono le chitarre del rock (Come Ti Vorrei) e ci sono gli archi (Bucharest), anche questo un umore che non stupisce se si pensa che uno degli idoli di Capovilla è da sempre Scott Walker, mentre non si possono negare assonanze con un certo Tom Waits. Un disco bello e prezioso da un artista d’una sincerità espressiva da mano sul fuoco.

7/10

 

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Pierpaolo Capovilla – Dove Vai

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