Aldous Harding - Designer
4AD - 2019

Recensione: Aldous Harding – Designer

Aldous Harding è una Designer di nitide luci.

Aldous Harding - Designer

4AD – 2019

Designer è il terzo lavoro per la giovane autrice neozeolandese Hannah Harding,  in arte Aldous Harding. Come nel disco precedente, Party, in veste di produttore c’è John Parish che suona anche in tutti i brani, ad eccezione dei due conclusivi.

Se  Party portava con sé una certa cupezza di fondo, questo progetto sembra risalire verso una più nitida luce, mantenendo comunque la cifra stilistica dell’autrice, pervasiva ma sfuggente a  significati certi.

Aldous Harding artista genuina

Pur senza percorrere vie davvero nuove (ma oggi rarissimamente qualcuno lo fa),  Aldous Harding è artista “genuina” e  il disco  possiede  linee compositive coerenti: presenti un manipolo di strumenti quali  piano,  mellotron, chitarra acustica,  sfumature legnose di basso con poche calibrate congas e il raccontare del cantato. Ciò che colpisce sono  i testi criptici  ed il fraseggio della voce che ha una personalissima chiusura sulle parole, un suo sospingere il beat come se fosse inseguito, aggirato e sospinto nuovamente in avanti.

Il fascino dei testi di Designer

Dicevamo dei testi: notevoli proprio per l’impossibilità di certezze interpretative, slacciati su orizzonti forse intravisti e suscettibili di interpretazioni fuggevoli e magari illusorie. Sintetizzando potremo parlare di  lirismo psichedelico,  non per questo meno raffinato e incisivo. Scorrendo nell’ascolto il disco si asciuga traccia dopo traccia – i brani avanzano e man mano lasciano per strada suoni e strumenti sino a rimanere nudità di voce e piano nell’elegante epilogo conclusivo, Pilot.

 

Designer si apre con la godibilissima Picture Fixture  (secondo singolo dell’album) per far posto alla title track, uno dei momenti più  ritmati  del disco;  piacevoli  le sospensioni tra le battute nella prima parte del brano e cantata con timbro flebile da adolescente. Stesso timbro lo ritroviamo alternato a registri vocali bassi in Zoo Eyes,  suadente e permeata da  morbosità complice il testo straniante, riassunto nell’interrogazione  “che cosa diavolo ci faccio a Dubai” – in effetti il posto più distante  dove possiamo immaginare Aldous Harding.

 

Arrivano poi la fascinosa Treasure e il primo singolo The Barrel (episodio trainante del progetto grazie anche ad un buffo video) dove la voce intrigante tiene  il tempo con le parole usate da  propulsore ritmico. Vanno poi citate Heaven In Empty e l’ autobiografica Damn, piano e voce carica di pathos su registro più profondo di vago sapore mitteleuropeo.

Designer fra raffinatezza ed eccesso di omogeneità

Di grande raffinatezza risultano l’equilibrio dell’insieme e l’uso di pochi  strumenti in ogni brano,  mai invadenti e persino valorizzati per sottrazione. Un lavoro quindi  riuscito però sin troppo coerente;  una coerenza che, paradossalmente, può diventare eccesso di omogeneità. Quella di Aldous Harding è una strada – scia diritta e luminosa – che a un certo punto fa desiderare la sterzata improvvisa che faccia un po’ di polvere,  mentre ritorniamo comunque  indietro per il nuovo ascolto.

Aldous Harding - Designer
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Flavia Ferretti

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Ha iniziato a cantare sui dischi di Donna Summer ed è finita in prima fila al concerto di Siouxsie and The Banshes a Genova negli anni ’80. Ha partecipato al premio Ciampi e lo vinto quasi a sua insaputa, partorito il disco Fuoco Veloce nel 2007 e portato in giro il suo "rock tascabile" in strade e concerti tra cui pure un 1° maggio. Ogni tanto scrive anche poesie ma è molto pigra e smette quasi subito. L'unica cosa che non l'annoia mai è la musica che ascolta solo seduta sull'insostituibile divano blu. Si corica presto la sera.

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