Algiers – The Underside of Power Recensione
Matador - 2017

Recensione: Algiers – The Underside of Power

Algiers – The Underside of Power:

il difficile secondo album?

Algiers – The Underside of Power Recensione

Matador – 2017

C’è un rischio che incombe all’inizio della loro carriera su certi artisti e gruppi particolarmente dotati: quello di esordire con un disco “troppo” bello, tale che il secondo episodio della loro parabola artistica sia quasi inevitabilmente destinato a deludere. O quantomeno a non essere all’altezza del precedente. Gli esempi non mancano. E’ successo a Tracy Chapman o agli Strokes. In parte anche ai Grant Lee Buffalo. Anche se il loro secondo disco Mighty Joe Moon – pur senza arrivare, a mio modesto avviso, ai vertici dell’esordiente Fuzzy – era comunque un gran bel disco.

Grande ritorno per gli Algiers

Con questi pensieri in testa mi sono messo ad ascoltare il secondo lavoro degli Algiers, pubblicato a due anni circa di distanza dal loro omonimo, e bellissimo, album d’esordio. Pensieri – è bene dirlo subito – del tutto fugati già al primo ascolto. Ben lontani dal “lasciare”, gli Algiers raddoppiano sul piano della “radicalizzazione”, sia dei testi sia della musica. E certo non c’è da stupirsene, visto come sono andate le cose in questi ultimi tempi negli Stati Uniti, con le sempre più frequenti – e quasi sempre ingiustificate – uccisioni di neri da parte della polizia e il conseguente riesplodere delle tensioni razziali e delle rivolte cittadine.  È un disco potente quanto attuale

The Underside of Power e la politica

Walk Like a Panther si apre con un frammento di un discorso di Fred Hampton, il leader delle Black Panther di Chicago ucciso in un raid delle forze speciali nel 1969. E non lascia dubbi sulla pantera a cui si allude. In Cry of the Martyrs il grido è quello degli attivisti neri assassinati nel corso degli anni. Che da un lato grida vendetta, ma contemporaneamente infonde forza e fiducia in chi lo ascolta: “But I see the light and I see the sea / Despite the future crashing down and closing over me / I got power over all my enemies / Listen to the martyrs cry for me”.

Rivolta e speranza si intersecano continuamente nei testi di questo disco. Basti pensare a quello di Death March, in cui si susseguono e inseguono frasi cupe come “Constant fear of explosion / Crypto-fascist contagion” e “Informed autosuggestion / State-sanctioned assassination”. Ma anche aperture al futuro come “How hate keeps passing on / This is how the hate keeps passing on”. Gli esempi potrebbero continuare, ma porre troppo l’accento sui testi alla fin fine non renderebbe giustizia al disco, che ha nella “parte musicale” un punto di forza altrettanto importante e significativo.

La strumentazione e le scelte stilistiche degli Algiers

La cifra dominante è senz’altro una base elettronica condita da campionamenti e “rumorismi” di vario genere. Arricchita dalle percussioni di Matt Tong – ormai membro stabile della band – spesso anch’esse elettroniche, tanto ovattate quanto ossessive. Rispetto al disco precedente è forse meno in prima linea il ruolo delle chitarre di Lee Tesche. Mentre il basso di Ryan Mahan continua a ritagliarsi un ruolo importante. In ogni caso la “cifra” più immediatamente identificante del disco è ancora la voce di Franklin James Fisher, capace di spaziare dal registro “stridulo/arrabbiato” a quello “profondo/lirico” mantenendo la stessa coinvolgente efficacia.

 

E in tutti i pezzi si respira una dimensione di “anthem”. Dove epica e lirica si fondono mirabilmente, dovuta certamente alla personale cifra stilistica della band e al “messaggio” che intendono veicolare. Ma alla quale probabilmente non è del tutto estranea la produzione del “PortisheadAdrian Utley. Senza dubbio alla loro seconda prova gli Algiers si confermano una delle band più innovative e interessanti del panorama internazionale. E non era facile!

Algiers – The Underside of Power
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