Angelique Kidjo – Remain In Light
Kravenworks – 2018

Recensione: Angelique Kidjo – Remain In Light

Angelique Kidjo – Remain In Light: più che un remake, l’estensione di un capolavoro.

Angelique Kidjo – Remain In Light

Kravenworks – 2018

Mettere mano a un album che ha fatto la storia del rock è un’impresa ardua e a tratti interdetta. Il rischio di sbagliare è dietro l’angolo e quello di allertare i fan pronti a urlare al sacrilegio massacrando lo scellerato artista in questione pure. Tutto quanto sopra non è successo per la riproposizione in nuova veste di Remain In Light (Talking Heads 1980) da parte di Angelique Kidjo, una delle regine della world music che, senza troppo scalpore, raggiunge qui il punto più alto della sua carriera.

Angelique Kidjo: trent’anni di strada e tredici dischi tra afro e ricerca

Angelique Kidjo nasce a Ouidah in Benin nel 1960; rimane l’unica artista beninese a imporsi sul mercato mondiale a fronte di un continente che da sempre contribuisce a sfornare talenti. A vent’anni si trasferisce a Parigi dove collabora con i nomi più celebri dell’ambiente afro: Manu Dibango e Ray Lema per citarne un paio. Debutta come solista nel 1988 con l’album Pretty. Da qui ha inizio un percorso particolare che porterà la Kidjo a ficcare il naso in tutto ciò che l’Africa e i sincretismi ad essa correlati hanno prodotto. Negli undici dischi che seguono troviamo davvero di tutto. Rumba, Salsa, Hip Hop, Gospel, Funk, Jazz risuonano in una produzione che colloca Angelique Kidjo su un podio di tutto rispetto in una nicchia di indubbio valore artistico.

 

Remain In Light 1980

Chi scrive ricorda con spaesamento l’uscita di un disco che ha segnato una generazione mostrando che il rock può essere tante cose e il contrario delle stesse. Nel 1980 i Talking Heads erano un gruppo di difficile collocazione, per semplificare si parlava di new wave e post punk. Oggi David Byrne è semplicemente uno dei mostri sacri del rock. Lo ha dimostrato ampiamente anche quest’anno con l’uscita di uno dei suoi dischi migliori come solista: American Utopia. Torniamo a Remain In Light che arriva nel 1980 per aprire una nuova era. Il rock si amplia, trova altri spazi, guarda altrove e gli strumenti, che sono sempre gli stessi, suonano un’altra musica. Gioie, angosce e turbamenti vengono espressi in maniera eccentrica, e quasi indescrivibile. Parlano i fotogrammi dei video (Once In A Lifetime soprattutto) e i concerti dal vivo. Parlano le percussioni e le chitarre elettriche strapazzate e ossessive in The Great Curve o in Born Under Punches. E anche i momenti più riposanti assumono tratti non ancora codificabili come nel brano conclusivo The Overload.

Remain In Light 2018

 

A quasi quarant’anni dall’uscita del capolavoro in questione, Angelique Kidjo azzarda quello che banalmente potrebbe chiamarsi un remake. Il risultato segue il karma di Remain In Light che riesce a stupire ancora una volta. Merito, ovvio, dell’artista autrice della proposta che punta sull’incremento e l’estensione di un capitolo che non poteva restare nella storia. Remain In Light rivive una seconda giovinezza in splendida forma grazie alle trovate geniali della Kidjo. Oggi suona così: più africanizzato nel complesso senza perdere lo spirito innovativo che lo ha contraddistinto. Più cantato grazie alla timbrica colorata e varia dell’interprete. Le percussioni si moltiplicano e i refrain degli otto brani in questione sono più accessibili grazie a una globalizzazione sonora che non lascia dubbi sulle capacità di chi ha osato metter mano. Un nuovo capolavoro? Certo, per gli estimatori di un genere che un tempo si chiamava world music. In questo caso una qualunque definizione resta un problema.

Angelique Kidjo – Remain In Light
9 Voto Redattore

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Mauro Carosio

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Ha suonato con band punk italiane ma il suo cuore batte per il pop, l’elettronica, la dance. Idolo dichiarato: David Byrne. Fra le nuove leve vince St. Vincent.

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