Recensione: Arca – Arca

Arca – Arca.

Arca Arca | Recensione

XL – 2017

Ho cambiato idea. Niente di strano, vero? Mi era capitato con Lemonade di Beyoncé l’anno scorso, non inserito nella classifica dei top di TomTomRock. Poi, grazie ai collaboratori di Habla con Gian, è diventato il mio cd preferito del 2016: un “martello nel cervello” come piace a me.

Con Arca è successo lo stesso. Chi è Arca? E’ un produttore, cantautore, ingegnere del mixaggio e DJ che vive a Dalston, Londra. Mah! Per AllMusic vive a Brooklyn. Girerà anche lui, no?

Arca: se il nome è poco noto, il CV è impressionante

Ha solo 28 anni e viene da Caracas, Venezuela. Dal Venezuela! Dichiaratamente gay e di famiglia agiata. Ha lavorato, fra gli altri, con Björk, Kanye West, Frank Ocean e FKA twigs.

Debutta nel 2012 con tre extended play. Due anni dopo pubblica Xen, il suo primo lavoro di lunga durata, cui fa seguito Mutant (2016) e ora il terzo album intitolato Arca. Nuuro, Arca DJing sono i suoi altri alias. Alejandro Ghersi il suo vero nome.

Stop con la storia. Inquadrato? Basta poco, visto che dovrete andarvelo ad ascoltare perché è davvero originale, mutante, lynchiano, oscuro, futuristico, batterico, colorato, pittoresco, imbarazzante, poetico, criptico, voyeur du monde, sismico, burlone, crudo, acido, spasmodico, letterato, duca-marchese della rua, staticamente-schizzato nella sua musica. Inquietante? Non credo. Non giuro. E poi EDM style, elettronica d’avanguardia, rap, da gustare a bocconcini.

Nudi, corpi deformati, mutamenti genetici, pelle e sangue, opere espressioniste-dada-post icon-poppy art- giardino proibito – catartico-corporale-cubista… Come se arrivasse dalle pagine di Attacco All’Arte, il libro di Simona Maggiorelli, Arca si muove ondivago in un bailamme di macerie artistiche creato dall’Isis, dai dittatori, dalle religioni, dalle multinazionali e dall’omofobia dilagante del mondo perbenista e inconcedente.

Ogni canzone di Arca è un viaggio psichico

Il cd si apre con Piel. Si percepisce un intendimento lisergico, con la frase trampolino “Quítame la piel de ayer” (“Toglimi la pelle di ieri”) come un mantra tossico che sarà ripreso in Saunter. Un serpente che cambia pelle come sono oggi le persone, la cruda realtà. Piel è una poesia d’amore arida simile al deserto scarnificato di alberi descritto nel secondo verso. Molto immaginifico: l’amore è l’unica forza quando intorno tutto brucia.

Anoche è il continuum (o prequel, dipende), di I Miss You, il brano del 1995 di Björk. Febbrile. Tattile. Palatale.

 

Urchin s’ascolta, nei suoi suoni di latta, di ferro, di secrezione crescente, eppure d’amor avvolgente e poesia dirompente (inevitabile qui il lirismo…).

Reverie ritorna alle origini, a Caracas, con l’amore che rinverdisce come il Carutal, albero tipico del Venezuela. Un posto dove entrare, dove non riesci a piangere, quando questo amore è così solido, così indistruttibile. “Amami un’altra volta/ Se ne hai il coraggio”. Perché per amare occorre coraggio, appunto.

 

Castration è drum’n’bass col tempo scandito da un orologio deformato come quelli di Salvador Dalì.

Sin Rumbo pare un’opera lirica parlata, un cammino verso l’ignoto, senza direzione come suggerisce il testo. Eterea ballata, sebbene profonda e carnosa.

 

Troppe parole? Troppi aggettivi? Fanculo!

Coraje distorce, è vero. E’ distorta nelle intenzioni. Ma tu amore non eri per me, quindi? Ho una porta aperta, ma … ma … orfana. Cioè senza speranza.

Whip sembra dare sostegno alla canzone precedente, aumentandone la frustrazione.

Desafío è l’abisso interiore come suggerisce il refrain (anche se parlare di refrain è un po’ fuorviante), una ritmica all’ultimo Thom Yorke, vicina agli Art of Noise, sfiorante gli M83 e ammiccante a Björk.

 

Fugaces è la mia preferita. Ecco il testo: “Che disillusione/ Unica cosa che mi resta/ Ricordi fugaci/ Il dolore nei tuoi occhi/ Tu mi cercasti/ Io accettai d’incontrarti/ Il tuo sapore nella mia bocca/ Però no, non voglio vivere nella malinconia/ Che disillusione/ Il tuo dolce tradimento/ Il mondo mi fa paura/ Quanto buio è l’abisso/ Mi spavento persino di me stesso/ Solo io vorrei un po’ di calore/ Non voglio vivere nella malinconia/ Perché mi hai mentito?/ Mi sfugge l’amore”.

Miel è talmente scarna! Così spogliata di tutto. Così a nudo, così pervasa di amore.

La strumentale Child chiude il cd elargendo costrizioni e aperture, costrizioni e aperture. Un’apocalisse retro-sinergica. Una soluzione al futuro proprio nelle ultime due note.

L’amore come mirabile sofferenza? Arca pare pensarla così

Che l’amore sia sofferenza, malinconia, one way road?

L’importante, signori e signore, ragazzi e ragazze, è che capiate che l’amore non ha sesso ma solo parole d’amore.

I video legati alle canzoni, realizzati dal sempiterno collaboratore Jesse Kanda, sono lo spettacolo voluto da Arca con protagonisti che non devono temere la loro nudità davanti ad una videocamera: distopie orribilmente belle.

Arca - Arca
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