Recensione: Bon Iver, 22 A Million
Jagjaguwar - 2016

Recensione: Bon Iver – 22, A Million

Jagjaguwar - 2016

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Coachella Festival 2011, concerto di Kanye West. La coreografia approntata per Lost In The Woods è spettacolare. Fa giusto un po’ ridere il tipo barbuto e spelacchiato messo a cantare sopra un cubo bianco alto un metro.

L’improbabile collaborazione: Kanye West e Bon Iver

Il tipo in questione è Justin Vernon e ha collaborato con West in alcuni brani di My Beautiful Dark Twisted. Poco tempo prima aveva inciso a nome Bon Iver (1) l’opera prima For Emma, Forever Ago. In realtà fra i due album sembra scorrere un oceano sonico. Il primo è un capolavoro di hip-hop barocco, il secondo una natura morta neo-folk registrata in una capanna sepolta fra la neve.

Fortemente voluta da West, la collaborazione dà a Vernon una discreta notorietà, anche se non sembra influire troppo sulla sua successiva carriera artistica. O forse un po’ la danneggia. Il secondo album Bon Iver, Bon Iver resta introspettivo come il precedente, pur tentando di conquistare il mercato con ricchi arrangiamenti poco adatti alla sua semplicità di base. Un esperimento di coloritura riuscito a metà.

22, A Million è il disco più ardito e riuscito di Bon Iver

Più ardito, più strutturale e molto più riuscito è l’esperimento che caratterizza 22, A Million. Lo si potrebbe definire il disco che porta il suono folk del XXI secolo in una dimensione cosmica. Si tratta di un tentativo che non era riuscito, poco tempo fa,  a un altro nome forte del settore, Devendra Banhart. Lì le canzoni erano un praticello di fiori graziosi ma dai colori un po’ spenti, qui vanno a formare una ghirlanda visionaria.

Le melodie, delicate come da tradizione, vengono percorse, snervate e ogni tanto travolte da fiumi di suoni trattati, voci accelerate, distorsioni elettroniche, loop rielaborati, parole smozzicate e poco serene. C’è persino qualche accenno hip-hop  (2). La bellezza di 22, A Million sta dunque nel suo essere rassicurante e straniante, intrigante e  complesso, sperimentale e intenso (un aggettivo di solito non associato a lavori molto pensati come questo). Dal punto di vista concettuale lo si può persino paragonare a To Pimp A Butterfly (3) del rapper Kendrick Lamar. Chi l’avrebbe mai detto che folk e hip-hop potessero essere assimilabili…

 

(1) Tecnicamente “i” Bon Iver sono il gruppo di Justin Vernon

(2) Qualcuno dice che in 33 “God” si nasconda la voce di Kanye West.

(3) Miglior album del 2015 secondo Tomtomrock

Recensione: Bon Iver - 22, A Million
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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E’ autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume “Folk inglese e musica celtica”. E’ stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

Antonio Vivaldi

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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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