Recensione: Danny Brown - Atrocity Exhibition
Warp - 2016

Recensione: Danny Brown – Atrocity Exhibition

Recensione: Danny Brown - Atrocity Exhibition

Warp- 2016

Un disco che si chiama Atrocity Exhbition come il brano dei Joy Division (e il romanzo di Ballard) e che si apre con una traccia intitolata Downward Spiral come il LP dei Nine Inch Nails la dice lunga sulle intenzioni del suo autore: il rapper Danny Brown.

Atrocity Exhibition:un disco molto atteso

Atrocity Exhibition era molto atteso per capire quale sarebbe stata la nuova mossa di una delle figure più iconoclaste dell’hip-hop. L’ascolto non delude, sebbene questo non sia un disco facile. Abbandonate le tentazioni quasi house del precedente Old, Danny Brown tira fuori un disco che potremmo definire di industrial rap. Oscuro, distorto come la copertina e le immagini del booklet. Non è casuale che la Warp l’abbia accolto nel suo catalogo.

Pochi gli ospiti: gli amici Kendrick Lamar, AB-Soul e Earl Sweatshirt in Really Doe, Kelela in From The Ground, B-Real in Get Hi, Petite Noir in Rolling Stone.

Il protagonista assoluto è insomma lui, Danny Brown, magari insieme al suo produttore di fiducia Paul White che si occupa di 11 tracce su 15. E spesso il duo fa scintille. Prendete Goldust dove il flow demente di Brown si distende su una base che campiona People From Out the Space dei teutonici Embryo. Afro, krautrock, post-punk. In Atrocity Exhbition si trova di tutto, ma il carattere hip-hop è evidente: non si tratta insomma di un disco di crossover rock-rap come se ne sono visti anche di recente.

Danny Brown: un rapper senza compromessi

Lì dove molto rap contemporaneo è felice di virare al pop, al melodico, Danny Brown non accetta compromessi. Magari lasciando le piacevolezze a progetti alternativi, come ci dice la sua presenza nel disco degli Avalanches. Per questo Atrocity Exhbition non è un disco da ascolti distratti. Prende tempo e impegno. Ma forse dipende dal fatto che la concorrenza spesso ci abitua male. Come dice Danny Brown su Rolling Stone:

“Alcuni dicono che penso troppo /  Io non penso che loro pensino abbastanza”.

Ma in tutti i dischi complessi servono alcuni brani che aiutino a entrare nello spirito dell’artista. Per Atrocity Exhibition possiamo citare certamente Rolling Stone, cadenzata e dalla ritmica splendida. Ovviamente Really Doe, anche visto il casting. La conclusiva Hell For It, con poche note di piano, percussioni e synth. La già ricordata Goldust, veramente geniale. O la successiva White Lines. Ma bisogna dire che le preferenze vanno e vengono in questo disco complesso e intelligente. Menzione speciale per i testi, allo stesso tempo fantasiosi e bene ancorati nella realtà difficile di Detroit e dell’America contemporanea.

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Mi piace la musica senza confini di genere e ha sempre fatto parte della mia vita. Condividerla con gli altri è fondamentale: per questo ho fondato TomTomRock.

Marina Montesano

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