Recensione: Dirtmusic – Bu Bir Ruya

Un ritorno all’insegna del cambiamento per i Dirtmusic.

Dirtmusic Bu Bir Ruya Recensione

Glitterbeat Records – 2018

Ormai da qualche anno avevamo perso le tracce dei Dirtmusic. Lasciato per strada Chris Brokaw già dopo il loro secondo disco, Chris Eckman e Hugo Race hanno continuato a far parlare di sé per tutt’altro genere di progetti. Ora ritornano con questo nome e riprendendo il discorso da dove lo avevano lasciato. Tuttavia stavolta cambia la direzione verso la quale volgono lo sguardo per cercare ispirazione, materiali e collaborazioni. Da Lubiana, ormai residenza abbastanza stabile di Eckman, si guarda sempre a sud, ma all’ovest del Mali si sostituisce l’est di Istanbul. Se l’incontro con i musicisti maliani li aveva riportati alle radici del blues, qui l’incontro è ovviamente con la musica orientale e segnatamente con quella turca. Ma Eckman, e ancor più Race, non sono gente che rinuncia facilmente alle proprie radici. Così, anche in questo disco il blues è qualcosa di più che un sottinteso.

Le novità ‘mondialiste’ di Bu Bir Ruya

Rispetto ai dischi precedenti dei Dirtmusic, in Bu Bir Ruya quello che sposta il tiro è il terzo elemento, ovvero Murat Ertel, visionario musicista turco leader della band Baba Zula. Ovviamente il saz elettrificato e la baglama di Ertel, insieme con la darbuka e le altre percussioni di Ümit Adakale, contribuiscono a dare a volte un imprinting quasi “ottomano” al disco. Ma quando sembra quasi di vedere ordinate file di giannizzeri marciare dietro la loro banda, le chitarre di Eckman e soprattutto di Race ci riportano più vicini al delta del Mississippi. O forse ci fanno intravedere un Mississippi le cui acque si mescolano a quelle del Bosforo e sfociano insieme nel Mar Nero. E proprio in questo delicato equilibrio tra radici africane, reinterpretazioni tra Europa e Antipodi e suggestioni orientali sta il fascino del disco.

Le molte identità dei Dirtmusic su Bu Bir Ruya

Naturalmente, come tutti gli “equilibri”, anche questo tende ad inclinare talvolta più in una direzione, talvolta più in un’altra. Ma si tratta spesso di momenti all’interno di uno stesso brano, il che lo rende a mio avviso ancora più apprezzabile. Prendiamo ad esempio Safety In Numbers, che sembra presentarsi come un brano tipicamente nello stile dell’ultimo Hugo Race, fino a richiamare le atmosfere del suo ultimo lavoro in coppia con la violinista belga Catherine Graindorge, Long Distance Operators. Ma i ricami sonori del saz di Ertel ci riportano periodicamente sulle rive del Corno d’Oro, senza però privarci delle impressioni precedenti.

 

La stessa impressione vale per le successiva Outrage e Bu Bir Ruya. Qui le percussioni accentuano ancora di più l’atmosfera orientale, mantenendo però contemporaneamente un ritmo “ossessivo” che sembra mostrare anche chiari richiami all’Africa nera. Il tutto è filtrato da un’elettronica funzionale e non prevaricante, abbastanza tipica delle ultime produzioni di Hugo Race.

 

E proprio la voce dell’australiano pare il complemento ideale per questo progetto, anche se un contributo notevole all’atmosfera del disco lo danno le due voci femminili ospiti. La turca Gaye Su Akyol in Love is a Foreign Country e Brenna Mac Crimmon in Safety in Numbers. Murat Ertel riserva a se stesso la parte cantata in turco nel finale di Bi De Sen Soyle, che apre il disco.

Dirtmusic – Bu Bir Ruya
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“Giovane” ultrasessantenne, ha ascoltato e ascolta un po’ di tutto: dalla polifonia medievale all’heavy metal passando per molto jazz, col risultato di non intendersi di nulla! Ultimamente si dedica soprattutto alla scoperta di talenti relativamente misconosciuti.

Renzo Nelli

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“Giovane” ultrasessantenne, ha ascoltato e ascolta un po' di tutto: dalla polifonia medievale all'heavy metal passando per molto jazz, col risultato di non intendersi di nulla! Ultimamente si dedica soprattutto alla scoperta di talenti relativamente misconosciuti.

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