Eels - The Decostruction | Recensione
E Works/ PIAS - 2018

Recensione: Eels – The Deconstruction

Dodicesimo album per gli Eels del signor E.

Eels - The Decostruction | Recensione

E Works/ PIAS – 2018

Non è un gran momento per i musicisti di mezza età del circuito alternativo. Nel caso di Jack White, Josh T. Pearson e Colin Meloy (The Decemberists) il problema attuale è essenzialmente uno. Si sono addentrati in mondi nuovi senza guida o con la guida del mondo sbagliato. Mark Oliver Everett, in arte E e unico vero componente degli Eels, forse perché un po’ più attempato dei colleghi citati, sembra invece alle prese con il problema contrario. Nonostante piccole variazioni ambientali, The Deconstruction è sin troppo un disco degli Eels, così come lo erano stati i precedenti Wonderful, Glorious e The Cautionary Tales Of Mark Olver Everett.

Gli Eels come caposaldi dell’alt-rock

Questo non è necessariamente un problema, visto che Everett e gli Eels sono ormai un pilastro dell’alt-rock e lo stesso discorso fatto per lui si applica anche a personaggi assai in forma della generazione precedente tipo Tom Waits, Joan Baez, John Prine.  Stavolta E sceglie come co-produttori i modernisti Koool G Murder e P-Boo e gioca con un’elettronica povera ma simpatica, sample e interventi orchestrali strambi ma efficaci. I temi restano quelli dell’ex ragazzo di buona e complicata famiglia alle prese con perenni problemi di varia salute da superare e un “mondo ormai uscito di zucca”. Nel frattempo dà un contributo positivo un nuovo amore (terzo matrimonio in vista?).

Sono i temi che hanno caratterizzato buona parte di quello che potremmo definire rock d’essai a partire da metà anni ’90. Un improbabile genere, tanto coinvolgente quanto a forte rischio autocommiserativo, che vede in Micah P. Hinson, Sun Kil Moon e Grandaddy altri esponenti di spicco.

The Deconstruction parte bene, ma poi…

Il guaio di The Deconstruction è un altro: prima illude e poi delude. La terna di canzoni che lo apre è eccezionale. Incalzante la title-track, minaccciosa (nonostante un improbabile shoobi-doobi-du centrale)  Bone Dry, struggente nella sua saggenza pop Premonition: “Ho avuto una premozione/ Tutto andrà alla perfezione/ Puoi uccidere o essere ucciso/ Ma il sole splenderà”.


Dopo questi fuochi d’artificio – con colori da aurore boreali – il disco si rabbuia fra canzoni che sbocciano belle e poi non si schiudono (Rusty Pipes), procedono senza guizzi (Sweet Scorched Earth), arrancano lungo il sentiero della soul ballad (Be Hurt)  o si adagiano sul rockettino risaputo (il singolo Today Is The Day).

Potrebbe essere necessario qualche ulteriore ascolto per attingere a piene mani al balsamico dolore che che già rappresentava il prodotto di punta della farmacopea Eels. Giusto per il beneficio del dubbio, e per quell’inizio così emozionante, il voto supera di un pochino la sufficienza. Chi possegga l’edizione in doppio 10” in vinile giallo aggiunga pure due decimi di punto.

Eels - The Deconstruction
6,5 Voto Redattore
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Antonio Vivaldi

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Giornalista musicale di pluriennale esperienza, ha collaborato con Rockerilla, Musica!, XL e Mucchio Selvaggio. Ha tradotto per Giunti i testi di Nick Cave, Nick Drake, Tom Waits, U2 e altri. E' autore di monografie dedicate a Oasis, PJ Harvey e Cranberries e del volume "Folk inglese e musica celtica". E' stato uno dei curatori della riedizione, nel 2017, degli album di Rino Gaetano. Fa parte della giuria del Premio Piero Ciampi. Si occupa di eventi di vario tipo dedicati alla musica rock.

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