Flaming Lips - King’s Mouth
Warner - 2019

Recensione: Flaming Lips – King’s Mouth

Ritorno dei sempre psichedelici Wayne Coyne e Flaming Lips.

Flaming Lips - King’s Mouth

Warner – 2019

Avvertenza: a differenza di King’s Mouth questa recensione può essere letta senza assunzione di alcun additivo. Già, perché inutile dirlo, la storia del Flaming Lips non può essere scollegata da una purpurea nube psichedelica che ammanta la loro intera opera e la fruizione del loro opus musicale quando non concettuale se proprio non si può definire lisergica a tutti gli effetti poco ci manca. Wayne Coyne rimane quindi ultimissimo baluardo bifronte di una cultura freakettona e, al tempo stesso, di una cialtroneria accattivante tutta made in U.S.A. tanto che non stupirei se un giorno se lo ritrovassero in politica.

Flaming Lips – King’s Mouth: dal Record Store Day al mercato

King’s Mouth, al suo apparire, doveva essere oggetto di culto per il Record Store Day, poi si è invece deciso di renderlo accessibile (?) alle masse ed ecco quindi come si presenta il disco… L’intro è affidata alla voce narrante di un tal Mick Jones… omonimo di quello dei Clash? Ah no, è proprio lui… Si parte con l’elettronica bucolica di Sparrow, ballata lentoindolente. Riecco Jones che introduce Giant Baby, intromissioni sintetiche su base uptempo, quasi liturgica. Mother Universe è una virgola cinematografica. How Many Times gioca con il vocoder e liricamente si espande in un cantato abbastanza Mercury Rev. Electric Fire è narrazione Jonesiana su basi neotribali e organi ecclesiastici. All the life for the city è ennesimo carillon. Ll’impressione sino ad ora è quella di trovarsi in uno degli ultimi film di Tim Burton, avete presente quell’uso dei colori “tuttotroppo”?

 

Feedaludum Beedle Dot e vai a leggere nei credits se per caso non ci sia lo zampino di Damon Albarn… Ariecco Mick Jones in Funeral Parade. Ora, a parte la devozione, mi chiedo se ci fosse veramente bisogno di andare a cercare lui per questi inserti spoken a meno che non lo si abbia usato come specchietto per alcune allodole. Lui o un altro non avrebbe fatto la differenza, comunque il brano alleggia spettrale come un cartoon di Tex Avery.

Un po’ di editing non guasterebbe

Altro giro, altro regalo, di nuovo Jones che con Dipped In Steel fa da prodromo a Mouth of The King, il racconto prosegue (visto anche l’ultimo Pere Ubu mi domando non stia diventando tendenza…) e la musica si fa via via più rarefatta per terminare con How Can a Head, titoli di coda perfetti. Ora esprimere un giudizio da orientato potrebbe essere difficile… Sì, è un concept ma devo ammettere che, rispetto al passato, la carica anarcopeyotica della band si è incuneata in esattamente quello che ti aspetti da loro e questo non sempre è buon segno. Chissà che con rehab sonoro non tornino a stupirci.

Flaming Lips - King’s Mouth
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Marcello Valeri

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Collaboratore per testate storiche (Rockerilla, Rumore, Blow Up) è detestato dai musicisti che recensisce e dai critici che non sono d'accordo con lui e che , invece, i musicisti adorano.

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