Gorillaz - Humanz | recensione
Parlophone - 2017

Recensione: Gorillaz – Humanz

Gorillaz – Humanz.

Gorillaz - Humanz | recensione

Parlophone – 2017

Playlist o Concept Album?

Che bello questo spritz tra il nigga e la voce dei Blur, il grande uomo dai mille volti Damon Albarn. Dunque i Gorillaz. Chapeau al gruppo numero 1 in centinaia di paesi. Un gruppo Avatar “fumettato” degno dei leader nipponici del settore (anche in questo sono i numeri 1).

Le tante finestre creative di Damon Albarn

Damon Albarn non vuole sbagliare un colpo nella sua multimedialità. Una serie di windows aperte e mai chiuse come la sua passione per il Mali e i suoi musicisti, il supergruppo The Good The Bad & The Queen. E poi  The Cyrcus, Seymour,  Monkey: A Journey to the West, un sacco di colonne sonore, partecipazioni a dischi di musicisti del Mali e tanti alti paesi del mondo, l’album solista Everyday Robots. Tutti  progetti che non ha mai chiuso ma, appunto, lasciati aperti proprio come finestre.

“Il cielo sta precipitando, tesorucci, schiantatevi!” canta Vince Staples nella dondolante Ascension, la canzone del party alla fine del mondo  che apre il cd dopo il poco più di un minuto di Intro in puro stile rap/hip-hop che, come in un live, aumenta l’eccitazione per l’arrivo del gruppo. Un master Dj al massimo livello. Eh, sì, amici e amiche, la Intro funziona da vero e proprio “hook”, come apripista, insomma, regole basilari nel rap. Danno spazio ai loro dj perché sanno che  sono tutti di grande livello.


Poi arrivano i comics, i Masters of Ceremony, figure sacre nella tradizione giamaicana, proprio perché i partecipanti al party gli conferiscono questa responsabilità puntando occhi e orecchie verso di loro. Pubblicizzata erroneamente come una playlist 125 bpm e oltre, senza fiato, si è davanti, invece ad una vibrazione elettrica che volteggia nell’aria con le proprie ali.

I Gorillaz rappresentano il vero crossover di questi anni

La cosa interessante è che i Gorillaz cercano di attirare e attrarre millenials e Generation X nella loro storia ormai ventennale. E ci riescono. Sono tantissimi i giovani che li conoscono. I Masters of Ceremony Damon Albarn e Liam Hewlett coinvolgono altri personaggi del mondo trendy pop e sparano una miriade di frequenze musicali eccentriche, inaspettate, mai scontate.

Charger sembra un brano secondario ma in realtà è una risata sonora di Grace Jones. E’ un’improvvisazione intrisa di heavy sound che “sticcia” (cioè segue una linea di versi tipica del rap e dell’hip hop) le dichiarazioni di una Jones al massimo del suo stile. E dove sta il suo stile? “Cha Cha Cha”. Questo. Stop. Increduli? Meglio così.

In Hallelujah Man, oh bros and sis!, Albarn lascia carta bianca alla voce e alla poesia, nonché alle capacità di coinvolgimento del polistrumentista di Crystal Palace, Benjamin Clementine. Party, certo. Ma non becero e sputtanato alla Bruno Mars. Qui la pista da ballo devi guadagnartela. Non è facile, visto che il significato delle parole prevale e quasi blocca i piedi.

Let Me Out, la traccia più apertamente politica del cd, viene fuori da un incontro di pensieri tra Mavis Staples e Pusha T con argomento Donald Trump.

Humanz: musica solo in apparenza da cartone animato

Un cazzotto violento contro la distopia politica globalizzata e centralizzata. Del resto anche Beyoncé sta prendendo posizioni come facesse un concept album. Quindi, questo è un concept album? Sì. We Got The Power ne è un altro esempio, anche se sembra frenarsi nelle idee. Ma questo non vuol dire non esporle.

Salute mentale, interventi militar-polizieschi, un mondo fuori di testa. Albarn si è spesso espresso contro la guerra in Afghanistan e Iraq o contro manifestazioni musicali fintamente alternative come il Live 8 del 2005.

Ecco il perché di un concept album. Razzismo (Vince Staples docet), politica, “echo chamber” dettata da un web sempre più opprimente, la “destra estrema” che crede ancora che la Cina sia la sola responsabile del riscaldamento globale. Ma c’è anche l’importanza del soul nella terra della Thatcher negli anni ‘80, ci sono anche le riflessioni sui due fidanzati di mamma Albarn entrambi deceduti. C’è Bobby Womack avvolto in un pattern ritmico 4/4 con beat marcato dal famoso tocco di piede sul tamburo rullante, base del rap/hip-hop con contorno di sfumature sfuggenti elettroniche.

L’ultima parola è per Andromeda: sì, mi è davvero piaciuta.

“Eravamo in studio a registrare a fine ottobre-inizio novembre scorso quando ci hanno comunicato la vittoria di Trump alle presidenziali. Siamo tutti scoppiati a ridere. Poi abbiamo capito che non era uno scherzo, cazzo!”.

Questa è la vera logline del cd, il punto d’incontro e di partenza. Cambio.

Ricordate Blur vs. Oasis?

E se in questo cd ci fosse Noel Gallagher, l’acerrimo nemico di Albarn ai tempi della disfida brit-pop Blur-Oasis? Ricordate i loro scambi di battute dannunziane? “Onanista del cazzo!”, “Vai a fare in culo”, “Sei una fighetta di merda” E ora eccoli qui a duettare in We Got The Power e a dire che è stato “grandioso”. Chissà che cazzo penserà il fratello Liam di Noel!


Kelela presta la sua voce R&B in Submission, fantastica! I De La Soul, sotto l’ala di Jean Michel Jarre, si prestano bene  alle dinamiche techno beat sintetizzate in Momentz. Quando però arriva la languida melancholia di Albarn in Hallelujah Money e Sex Murder Party finisci trascinato in altri luoghi. E sei contento comunque.

Ritorniamo all’inizio: è un concept album? Piccolo cambiamento nella risposta. Lo è ma non al 100%, visto che entrano in gioco anche Clash, Brian di Nazareth dei Monty Python e gli anni ‘80.

Playlist? La restante piccola percentuale, ma oggi funziona così.

E la canzone di punta? “You got to die a little/If you want to live”. Pausa.

Gorillaz - Humanz
9,5 Voto Redattore
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