Jenny Hval – The Practice Of Love
Sacred Bones – 2019

Recensione: Jenny Hval – The Practice Of Love

The Practice Of Love e la virata mainstream di Jenny Hval.

Jenny Hval, classe 1980, è un’artista norvegese che si è creata un parterre di tutto rispetto nell’ambito della musica sperimentale da ben prima del nuovo The Practice of Love. Avvalendosi di collaboratori importanti ha ottenuto, nel corso degli ultimi dieci anni, i dovuti riconoscimenti da stampa e pubblico. Fino a vincere nel 2014 lo Spellemannprisen per il brano Mashes Of Voice insieme alla collega Susanna Vallumrod. Con lo pseudonimo di Rockettothesky ha inoltre pubblicato due interessanti album fra folk ed elettronica.

Jenny Hval – The Practice Of Love

Sacred Bones – 2019

The Practice Of Love

Per chi volesse conoscerla ora, The Practice Of Love rappresenta un buon primo approccio. Il disco oscilla tra la sperimentazione, l’elettronica e perfino la dance esibendo un pugno di brani, per la durata totale di circa mezz’ora, che non fanno una piega. Nell’insieme The Practice Of Love è un lavoro in cui la Hval cambia rotta, decisa a farsi conoscere da un pubblico più vasto, pur rimanendo ancorata alle solide radici su cui ha costruito una professionalità inattaccabile da eventuali propositi di più facile ascolto. L’abilità dell’artista norvegese è quella di parlare di temi importanti unendo recitato e cantato e utilizzando linee melodiche che catturano fin dai primi ascolti. Temi quali l’amore o le relazioni sociali vengono affrontati in maniera diretta, accompagnati da synth ammiccanti e ambientazioni elettroniche vagamente rétro che potrebbero far pensare a una Laurie Anderson in versione onirico-boreale.

Un collettivo al femminile

L’album è in realtà suonato e cantato da un collettivo femminile internazionale. Jenny Hval si avvale qui della collaborazione di tre musiciste decisamente particolari. La polistrumentista di Singapore Vivian Wang, la cantautrice australiana Laura Jean e la sound artist francese Felicia Atkinson. Tutte insieme ci accompagnano in un viaggio tra territori conosciuti e altri meno sempre tenendoci per mano in un percorso straniante e nello stesso tempo accogliente.

 

Si parte con Lions, un ottimo biglietto da visita, in cui il recitato e il cantato si fondono alla perfezione dando un’idea di dove si voglia andare a parare. Proseguendo nell’ascolto, ci si imbatte nella title track, dove due narrazioni parallele conferiscono maggiore intensità alle dichiarazioni di intenti. Con Ashes To Ashes e Six Red Cannas, Jenny Hval raggiunge con The Practice of Love una sorta di perfezione in cui riesce a concentrare anni di sperimentazioni in un ambito synth pop fruibile anche ai palati meno avvezzi. E un’altra “stella del Nord” approda nel vasto Occidente (quasi) mainstream.

Jenny Hval – The Practice Of Love
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Mauro Carosio

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Ha suonato con band punk italiane ma il suo cuore batte per il pop, l’elettronica, la dance. Idolo dichiarato: David Byrne. Fra le nuove leve vince St. Vincent.

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