john cale fragments of a rainy season recensione
Domino- ristampa 2016

Recensione: John Cale – Fragments Of A Rainy Season

John Cale – Fragments Of A Rainy Season.

john cale fragments of a rainy season recensione

Domino – ristampa 2016

Pubblicato per Hannibal Records nel settembre 1992, Fragments Of A Rainy Seasons  è l’unplugged ante litteram,  ben prima che questa attitudine sonora divenisse passo obbligato per qualsiasi musicista o band ancorché di robusta dispersione elettrica (leggi Nirvana unplugged 1994). Senza insistere sull’audacia del nostro iconico avant-garde rocker, si può senz’altro affermare che il terzo disco dal vivo (dopo Sabotage e Come Alive) di John Cale è un concentrato di furore e intensità in bilico tra pura bellezza e momenti di isterico straniamento.

Fragments Of A Rainy Season ritorna in edizione ampliata

In occasione nella riedizione 2016 in versione cofanetto – edito da  Domino – ritroviamo le canzoni già presenti nel disco originale del 1992 accompagnate da otto outtakes.  Un totale di 2 cd (o 3 vinili) che disegnano un affascinante viaggio dentro l’ indefinibile  e spesso travagliata carriera  di Cale.

L’ascolto dei  brani presenti nell’originale Fragments… rinnova emozioni, complice la nudità di Cale e del suo piano Steinway  soli a fronteggiare il pubblico. Il musicista è qui al vertice delle proprie capacità melodiche  e consegna brani toccanti interpretati con commozione. Le bellissime Child’s Christmas in Wales,  I Keep A Close Watch, Style It Takes, Thoughtless Kind si alternano alle  potenti Cordoba, Dying On The Vine, scandite da un registro pianistico quasi marziale. Poi ancora  Fear, con spaventevole  coda vocale, Guts e Paris 1919, magistrali a dir poco.

Un John Cale in assoluta (e affascinante) solitudine

A questo punto è doveroso aprire una parentesi sulle due cover presenti nella prima versione del disco, perché fondere e mutare in altro metallo è un processo che John Cale padroneggia  con risultati difficilmente raggiungibili da altri.

La prima  è sicuramente Hallelujah – quella cui Jeff Buckley  si ispirò poi per adattare la sua personale visione della canzone di Leonard Cohen, ormai interpretata pure nei piano bar con le  basi ( si dice ancora così?).

La seconda è,  a nostro avviso, la più rivoluzionaria del disco. Heartbreak Hotel di Elvis Presley qui è un altro mondo,  un’altra porta,  un’ altra storia. E’ un brano che trasuda disperazione più profonda del semplice amore infelice. Siamo altrove, condotti al buio verso l’ incontro notturno con il nostro fantasma personale, indifferente  a qualsiasi tremulo  erotico Elvis style.

I brani aggiunti

Detto questo,  vale la pena parlare delle outtakes,  significative perché ampliano la tavolozza strumentale originale con viola, archi e altro.  Quattro sono i titoli veramente nuovi:

I’m Waiting For The Man – Superhit Velvet Underground,  piano spezzato e note brevi, la linea melodica si discosta nettamente dall’originale del gruppo, favorita da un ostinato  monocorde che  non lascia spazio a paragoni di sorta. Questa è un’altra canzone, irriconoscibile, sventrata dal blues che scorreva nella versione dei VU&NICO.

Broken Heart – Ci compiaciamo che Cale al piano padroneggi  diversi  registri. Qui  l’apertura è degna di un brano di classica e tutto il brano è percorso di scale argentine ma con Fender scintillante.

Amsterdam– Ballad dall’andatura  trascinata e dolente proveniente dal remoto primo album solista, Vintage Violence. Peccato  per il bilanciamento maldestro del suono.

Antarctica – Sinceramente un po’ confusa.

Ci sono poi quattro diverse stesure di titoli già presenti nel Fragments originale:

Fear – Due versioni, fra cui va citata soprattutto la seconda. Piano accompagnato da pressioni potenti seppure composte,  voce riverberata come arrivasse da una stanza lontana. Decisamente delicata nella coda finale laddove l’altra outtake fa sfoggio di temibili schizzi isterici.

Paris  1919 – Arricchita di una piccola sezione di archi  accanto alla struttura portante del pianoforte.

Heartbreak Hotel – Una versione che non convince. La tessitura musicale è eccessivamente ingombra di materia – noise, echi e fischi assordanti- un rischio che Cale corre spesso nell’ingordigia epifanica della sperimentazione, come un adolescente perennemente affamato. Un maggior contenimento della pena eviterebbe il soffocamento dell’ascoltatore.

Considerazione finale

A prescindere dai titoli aggiunti in questa nuova edizione, Fragments Of A Rainy Season si conferma uno dei più grandi dischi live nella storia del rock. Peccato non siano in molti a dirlo.

PS: Per la ristampa di Fragments Of A Rainy Season è stato realizzato un video promozionale di Hallelujah. Lo vedete più sotto. Attendiamo commenti…

John Cale - Fragments Of A Rainy Season
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